giovedì 24 dicembre 2015

L'amica perduta e ritrovata












Negli ultimi tempi avevo smesso di pensare a Fiorella, fino quando una domenica mattina mi era arrivata la sua telefonata. Ero presa da molti  pensieri, forse sarebbe stato meglio dire grattacapi.
- Mi piacerebbe vederti, ho voglia di parlare con te. Potremmo incontrarci a metà strada tra le nostre città, a Torino per esempio? Ho bisogno di allontanarmi qualche giorno da tutti. In questo periodo mi mancano le amiche d'infanzia. Mi disse tutto di un fiato.
Da quando mi ero sposata anch'io avevo trascurato le amiche di vecchia data, soprattutto quelle come Fiorella che avevano lasciato il paese per una città lontana; alcune erano andate a studiare o a lavorare fuori, ma erano tutte ritornate, chi per assistere ai genitori anziani, chi per racimolare un'eredità, chi dopo un fallimento matrimoniale, chi per trovare la pace e sentirsi aiutata dai parenti. Si può dire che frequentavo solamente le amiche che vedevo tutti giorni per strada o in palestra, ogni tanto fissavamo per  andare a cena o prendere  un caffè. Ma i nostri rapporti erano superficiale, non mi confidavo mai con loro.
Da anni avevo problemi con mio marito, c'eravamo allontanati piano piano e nessuno dei due faceva una mossa per evitarlo, mia madre mi soffocava con le sue malattie immaginarie e i figli richiedevano tutte le mie attenzioni o forse era colpa mia, perché non potevo fare a meno di loro. Avrei voluto avere vicino una vera amica come Fiorella, per poter raccontale le mie insoddisfazione, ma non l'ho più cercata.
I primi tempi, dopo la sua partenza, adoravo parlare con lei al telefono, ma piano piano mi ero stancata di chiamarla, lei no lo faceva quasi mai, mi diceva che non le piaceva comunicare attraverso un apparecchio senza vedermi, preferiva scrivermi lunghe lettere, che negli ultimi anni  erano state sostituite  da brevi messaggi di posta elettronica, a cui io per pigrizia raramente rispondevo.
- Possiamo vederci un fine settimana, all'inizio del prossimo mese, prima mi è impossibile, devo sistemare delle cose importanti, poi ti racconterò. Le dissi io, contenta di sentire la sua voce dopo quasi vent'anni.
Pensavo di averla persa, invece dopo la sua telefonata sono affiorati in me tanti ricordi legati alla nostra amicizia infantile e poi alla mie vicissitudini di donna adulta, che per tanti anni nascondevo anche a me stessa.
Eravamo cresciute nello steso paese. Abitavamo a pochi passi una dall'altra. Ogni mattina mi veniva a prendere a casa per andare a scuola. Lei era mattiniera, io invece amavo rimanere a lungo sotto le coperte. Fiorella era sempre contenta nonostante la sua cartella fosse piena di libri, io invece ero scorbutica perché avevo sonno e all'alba mi dava fastidio tutto. Ricordo che camminando per la strada principale, dove a quell'ora transitavano poche persone, lei  continuva a parlare e io la ascoltavo appena, ero arrabbiata col mondo, non avrei voluto dirigermi a scuola, invece lei sembrava la ragazza più felice della Terra. La mia amica Fiorella era speciale, viveva e basta, non si faceva troppi problemi, era amica di tutte le compagne di classe e non era legata a nessuna.
Durante la scuola media  ci siamo frequentate molto, ma dopo, alle superiori, nonostante entrambe studiassimo nello stesso Istituto, ci siamo distanziate, poi quando lei si è iscritta all'Università e io combattevo col mio primo fidanzato, che non voleva che mi trasferissi a studiare in città,  è volata via.
Fiorella era come una farfalla che passava da un fiore all'altro, stava bene dappertutto, ma quando c'erano tensioni o discordie,  usciva dal gruppo. Nonostante a volte mi sentissi tradita perché spariva, c'era qualcosa in lei che mi piaceva, che mi faceva sentire bene. Avrei voluto essere la sua amica  del cuore per raccontarle di me. Lei mi sapeva ascoltare e mi assecondava, ma io rovinavo tutto quando le chiedevo cose intime, ed era allora che diventava sfuggente e non voleva parlare mai dei suoi amori o presunti fidanzatini.
Credo fosse insicura, come del resto lo ero io e tutte le ragazze della nostra età, ma la differenza è che lei lo dimostrava, invece io lo nascondevo, perché non volevo fare brutte figure.
Fiorella era la più sprovveduta, quella più ingenua, quella che cadeva sempre dalle nuvole. Ma quando dopo alcuni anni, mentre studiava all'Università dovette prendere una decisione importante lo fece, io invece, che sembravo la più sicura, in realtà non riuscivo mai a decidere niente, rimandavo, ancora oggi rimando, aspettando che succedesse qualcosa, ma questo gli altri non lo sapevano.
Tutti pensano di me che sia la più brava e quella più forte. A forza di sentirmelo dire, anch'io ci ho creduto per anni. Ma adesso dopo la telefonata della mia amica voglio capirmi  meglio.
Fiorella, anche se non  lo dava a vedere, aveva le idee molto chiare. I suoi dubbi erano sulle cose senza importanza, non sulle scelte di vita. Non voleva mai scontentare nessuno, non sopportava i musi lunghi, le piaceva l'armonia e la contentezza. Per questo le era difficile imporsi e decidere. Amava la gente, ma si sapeva difendere da loro quando le trasmettevano negatività. Io invece rimanevo vicino a chi mi faceva stare male, ma non volevo capirlo. Forse perché non ho amato veramente nessuno, nemmeno me stessa.
Mi sono sposata, abbastanza giovane e senza grandi emozioni, con un mio coetaneo, dopo qualche anno che uscivamo insieme. Prima ero stata fidanzata a lungo con un altro ragazzo del paese molto geloso che mi faceva la vita impossibile.
Vedo ancora Fiorella adolescente, appena c'era un ragazzo che le stava dietro, scappava. Io non la capivo, pensavo che avesse qualche problema.
Non sopportavo stare da sola, ero sempre col mio ragazzo di turno, forse per questo perdevo le amiche. Lei invece aveva tanti amici.
Sono sicura che Fiorella ha imparato a stare bene con se stessa già da piccola, io al contrario ho fatto di tutto per non dover vivere in solitudine.
Mio marito dorme nella camera degli ospiti da tre anni, dal giorno in cui l'ho buttato fuori, quando  ho scoperto che aveva investito di nascosto tutti i nostri risparmi in un affare rischioso. Mi aveva fatto firmare dei documenti legati all'ipoteca della casa. Senza che sospettasse niente. Avevo fiducia in lui, pensare che, nonostante fosse stata la più brava della classe, mi ero fatta raggirare dal marito. Abbiamo perso tutto.
La sua disonestà e le sue bugie mi hanno fatto capire che avevo sbagliato  sposandolo.
Per non distruggere la vita dei nostri figli, allora adolescenti, ho deciso di rimanere insieme a lui, adesso vedete come siamo ridotti,  separati in casa. Rimando di giorno in giorno la decisione dare una svolta alla mia vita, forse perché ho paura di restare da sola.
La mia amica si era sposata innamorata, aveva lasciato tutto per andare in un città lontana. Io non avrei potuto farlo, mai avrei abbandonato la mia terra per un uomo. Mi sono aggrappata alle sicurezze e alle comodità, ma adesso  non ho più niente e mi sento fuori luogo.
Ci vedremo in un caffè del centro di Torino. Prederemo una cioccolata calda e parleremo a lungo, lei mi ripeterà le cose che da sempre la tormentano, nei suoi discorsi mi colpiranno di nuovo alcune frasi:
- Ho la sensazione che le persone infelici possano contagiarmi. Non lo voglio, debbo allontanarmi da loro.
- L' insofferenza, che non ho mai avvertito verso nessuno, comincio a sentirla verso chi è egoista. Tutti portiamo dentro un po' di egoismo, ma molte persone esagerano. Non voglio stagli vicino.
Poi parleremo a lungo di me e del mio matrimonio fallito e lei mi dirà:
- Posso capire che tu non voglia ricominciare da  sola una nuova vita, ma allora perché non riprovare con tuo marito? E' impensabile che tu continui a  abitare con lui  sotto  lo stesso tetto: Si può vivere e poi morire odiando?
Io le dirò che parlare con  una amica perduta e poi ritrovata mi ha dato la forza per voltare pagina.
Fiorella mi abbraccerà e mi dirà che anche lei ha bisogno di me.



sabato 5 dicembre 2015

Historias de cama














Los domingos por la mañana, Ana solía levantarse hacia las nueve y media, en cambio los sábados a pesar de que no tuviera que ir al trabajo, lo hacía más temprano pues le tocaba la compra para toda la semana. Ni cuando su marido iba supermercado, ni las veces en que organizándose bien el día anterior sólo le faltaba ir a comprar el pan, el periódico y un poco de verdura fresca al mercado, se recreaba mucho rato en la cama. En cambio los días de fiesta le parecía un milagro poder abrir los ojos sin oír el molesto timbre del despertador. Iba a la cocina y ponía un cazo de agua en el hornillo. Desayunaba despacio, mientras leía el periódico del día anterior. Sin darse cuenta, llegaba a tomarse tres teteras repletas de té verde, que iba llenando con agua caliente, a medida que las vaciaba. A veces ponía la radio y cuando se levantaba su marido, ella ya había tomado varias tazas de infusión, cada vez más diluida. Las últimas jícaras, casi no tenían color.
El marido se sentaba en la mesa y tomaba leche desnatada, que calentaba en el microondas, pues había decidido, que podía pasar sin café. Desayunaba en silencio, pero si hacía buen tiempo, sonría diciéndole a Ana:
- Creo que voy a ir en bicicleta.
- Vale. Yo prepararé la comida y quizás salga a dar una vuelta, le anunciaba ella.
Aquel domingo de otoño cuando su marido, vestido de ciclista, acabó de cerrar la puerta, ella se quedó quieta en el pasillo, entonces sintió el impulso. Primero fue al cuarto de baño y se apresuró en sus tareas cotidianas: se duchó, se peinó, se aplicó crema hidratante en el cuerpo, se puso el albornoz, se secó un poco su larga melena y con los cabellos todavía mojados se fue hacia donde aquella fuerza la llevaba.
Se sacó el albornoz, se puso una camiseta, se metió de nuevo en la cama y esparció encima de la colcha todas sus cosas. Lo primero que hizo fue leer el relato que había empezado la noche anterior, luego conectó el ordenador   diciéndose:
-Tengo tantas cosa que hacer! Tendría que arreglar un poco la casa y hacer la comida. ¡Ay! se me olvidaba, antes de que cierren, tengo que ir a comprar el periódico ¿Qué hago aún en la cama?
Mientras pensaba en ello, una melodía salió de su ordenador. Era  la videollamada de Blanca, su hija, quien vivía en el extranjero desde hacia un par de años.
En la pantalla apareció, la chica en pijama. Estaba sentada en la mesa de la cocina. Ana veía los cacharros colgados de la pared recubierta de azulejos amarillos y verdes y en el fondo divisaba la ventana, de cuya luz se podía deducir que, en aquella ciudad lejana, amanecía más tarde.
- Mis compañeros de piso todavía duermen, le dijo Blanca, mientras iba tomando, un tazón de leche con cereales.
Tras cada cucharada, le iba contando los pormenores de como su proyecto, que acababa de presentar en un estudio de arquitectos, había tenido éxito. Luego le habló de la fiesta que hizo con sus amigos, en el piso la noche anterior.
- Parece que Blanca esté a mi lado, como cuando nos poníamos las dos bajo las sábanas de la cama matrimonial después de cenar. Pensó Ana con un escalofrío de placidez.
Recordó que en aquel entonces la niña tenía unos 10 años y estaba empezando la escuela secundaria, en un colegio donde el método era completamente distinto al de la escuela primaria donde había ido, por lo tanto ella la ayudaba a estudiar gramática y sintaxis.
- Mamá, aún no entiendo la diferencia entre acusativo y dativo. Le decía Blanca.
Ella entonces pensaba en el ejemplo que les ponía la enclenque señorita Enriqueta, quien le dio clases de Lengua española a Anna durante el bachillerato elemental:
- Analicemos esta frase : Yo escribo una carta a mi hermano, verás que vas a entenderlo bien. Yo, sujeto, escribo, verbo, una carta, complemento directo a mi hermano, complemento indirecto.
A Ana le encantaban las clases de la señorita Enriqueta, luego en Bachillerato superior, llegó la señora María Delgado, una mujer robusta y muy de derechas, quien disfrutaba riñiendo y echando sermones a las alumnas. En seguida le dio a entender, que valía más que estudiara ciencias que letras.
Ana perdió interés por las clases de lengua y tras terminar COU empezó Químicas. Algunas asignaturas le gustaban, otras le pesaron, estudiaba por inercia y no le acaba de convencer aquella facultad, pues la cosa que echaba de menos eran sus  novelas, nunca tenía tiempo para leerlas. Sus compañeros hablaban siempre de experimentos de laboratorio, reacciones, químicas, enlaces, valencias y orbitales; a veces tocaban temas de política, pero nunca de literatura. Le supo mal cambiarse de facultad en tercero, abandonando a sus compañeros, sin embargo fue una buena decisión, pues a partir de entonces pudo compaginar el estudio de la Tierra con la lectura de novelas. A Ana desde siempre le encantaban los seres humanos y por consiguiente la historia del planeta.
Aquel domingo pudo charlar un buen rato con su hija, al final se intercambiaron opiniones sobre algunos libros. Mientras la chica fue a buscar algo en su habitación, los pensamientos de Ana volaron hacia el cuarto de su infancia, el que compartía con su hermana, ocho años mayor que ella.
Hablaron de las novedades del barrio, luego se despidieron  y enseguida   Ana  se puso a escribir aquellos recuerdos  de cama para no olvidarlos; empezó tecleando una frase y terminó escribiendo lo que sigue:
Me veo yo de pequeña con anginas  echada y luego sentada  en la cama, que a menudo imaginaba que fuera una barca. Era el único lugar de la casa realmente mío, al menos por unas horas. Mi hermana a las nueve se iba al colegio, a la una cuando volvía a veces mi madre le pedía que me trajera un tazón de caldo. En aquella ocasiones mi hermana subía las escaleras refunfuñando, pues hubiera preferido quedarse en la cocina o en el salón de la planta baja, escuchando discos, pues a ella le volvía loca la música, sobre todo las canciones italianas de Mina, Sergio Endrigo, Rita Pavone, Gianni Morandi u otros cantantes de aquella época. Por la tarde venía a verme, pero por suerte enseguida se iba a casa de una amiga a hacer deberes y yo podía volver a mi barca.
Me gustaba quedarme en el lecho, al principio acostada y luego sentada con dos almohadas en la espalda. Mi hermana un día  con ganas de asustarme, me dijo que los demonios se escondían debajo de las camas de los niños, sobre todo de los que habían pecado.
Aquellas palabras me atemorizaron y yo tonta de mí, no dejaba de pensar en todos los pecados cometidos Eran todos ellos insignificantes, menos el que había cometido con Juanito. Mejor dicho había sido él, el que me había tocado, yo claro no había puesto resistencia, quizás por eso me sentía culpable. Según lo que decía el párroco en las clase de doctrina, eran actos impuros.
Por lo tanto por si el demonio se atrevía a esconderse debajo de mi cama yo ponía las zapatillas y todos mis enseres encima de la colcha y entonces zarpaba mar adentro. Esperaba que él no encontrara nada mío por el suelo y se marchara para siempre. De esta manera me sentía más sosegada.
Era un mundo nuevo el de la cama, las horas pasaban de otra forma, eran sólo mías y yo las dejaba escabullir a mi manera. Recuerdo que a veces anclaba mi barca y caminaba encima del colchón, con un pañuelo, que contenía mis cosas, amarrado de una percha de madera, imaginando paises lejanos. Me gustaba imaginar viajes por el mar o itinerarios por largos caminos, andando y andando.
En la escuela las lecturas que leíamos nunca me acababan de gustar, quizás porque no las entendía bien, por las palabras desconocidas o por el tema que no me cautivaba, sin embargo a veces leíamos algunos trozos de obras de literatura española que atraían mi atención, donde los protagonistas caminaban mucho,  como el Lazariillo de Tormes.
Mi madre me traía cada día, en una bandeja de madera, el desayuno, la comida, la merienda y la cena. La pobre se quejaba por las escaleras que tenía que subir y bajar tantas veces al día. Yo tenía un timbre al lado de mi cabecera, pero nunca lo tocaba, aunque me encontrara mal, no quería molestarla.
A los nueve años me sacaran las amígdalas, nunca más cogí anginas y desgraciadamente se acabaron del todo mis lecturas matutinas y los viajes en barca.

venerdì 20 novembre 2015

La golondrina del coche


Fuimos juntos a comprar un coche nuevo.  Fue un milagro que nos reuniéramos todos, pues nuestra hija vive en  el extranjero y  nuestro hijo  no para nunca por casa.
El vendedor, bien trajeado, me repetía  con voz amable :
- Pruébelo señora, súbase y póngalo en marcha. Verá que va como una seda.
Insistía conmigo, pues veía que yo era la única que no estaba decidida del todo. Los hombres de casa, ya habían ido a probarlo la semana anterior y estaban entusiasmados. A nuestra hija le encantaba, por lo tanto yo tenía que dar mi parecer. Todos esperaban el veredicto final.
Sentí emociones antiguas, volvieron a mí imágenes, olores y sensaciones olvidadas: primero veo a mi abuelo que se presenta por la puerta trasera de nuestra casa con un coche gris de segunda mano y mi padre que lo rehúsa, unos días después mi padre entrando en el patio de casa, con un automóvil amarillo, novísimo.
Después siguieron otros coches, pues cada quince años o más,  hasta que no tiraban, mi padre los renovaba, nuestra historia familiar se podía resumir así: la época del coche amarillo, la del verde y por último la del beige. El verde quizás es el que recuerdo más, me gustaba la pegatina en el cristal posterior que decía el coche del año.
Mientras pensaba en aquellos vehículos que desde hacía muchos años yacían en el cementerio de cacharras, sentía un ligero malestar al tener que desprenderme de nuestro coche, pero luego animándome me decía:
- Es muy viejo, hay que cambiarlo.
Hacía casi trece años que lo teníamos, pero  no  estaba deslucido, ya que lo habíamos cuidado mucho. Nunca habíamos fallado las revisiones anuales y antes de emprender un viaje pasábamos por el taller mecánico. Sin embargo a lo largo de los dos últimos años la chapa había envejecido de golpe, se  había ido arrugando como la piel de un nonagenario. Había dos choques en la parte delantera, la puerta derecha estaba un poco rallada, el limpia cristales posterior blincado, el intermitente izquierdo  estropeado y sobre todo el color azul marino de los primeros tiempos había perdido su brillantez, el pobre cada día estaba más mustio. A pesar de todo yo estaba muy encariñada con aquel vehículo.
El día que fuimos a verlo no me gustó del todo, me parecía enorme,  como una furgoneta. Nos quedamos el modelo que estaba en el escaparate, a pesar de que el color no fuera de nuestro agrado,  nos hubiera gustado granate metalizado, pero no queríamos esperar dos meses a que llegara. Nos habíamos dado cuenta de que el que teníamos en aquel  entonces  era demasiado pequeño para nosotros y nuestros hijos, quienes en aquella época tenían unos diez y doce años e iban creciendo muy deprisa, por lo tanto lo cambiamos a pesar de que aún  fuera la mar de nuevo. Lo dejamos  en la concesionaria  y  recogimos el  azul un día por la tarde. A la vuelta condujo mi marido y lo aparcó cerca de casa.
Normalmente  íbamos al trabajo en bicicleta, pero cuando hacía mal tiempo o teníamos que hacer recados en otro barrio cogíamos el coche. Al día siguiente, lo estrené para ir a trabajar, pues llovía y pensé que luego podría ir al supermercado.
Le comenté a mi hija que podía llevarla al colegio. Las dos, con sendas mochilas cargadas de libros, nos dirigimos hacia el aparcamiento.
Me senté delante del volante, mis piernas empezaron a temblar y le  sussurré a mi hija:
- Me pasa algo raro, me siento perdida en ese cobijo de lata demasiado alto, largo y ancho.
Ella reía y me decía:
- No exageres, mamá.
Me espabilé y lo puse en marcha.
Enseguida me acostumbré y me adapté a su forma y dimensiones.
Con él hicimos largos itinerarios por Europa con  dos  tiendas de campaña a cuestas. En uno de los primeros viajes, recuerdo que nos paramos en el área de servicio de una autopista francesa y mientras comíamos unos bocadillos vimos unas golondrinas.
Los niños estaban entusiasmados. Mirábamos sin cesar aquellos pájaros negros.
A mi marido también se le veía muy contento. De pronto se levantó y se fue hacia una pared de cristales, que servía para proteger y aislar el ruido de la carretera. Era una bandada de majestuosos pájaros, algunos eran grandes, otros medianos y tres o cuatro pequeños.
Desenganchó  un  pajarito del borde de la pared acristalada, luego lo pegó en el cristal de la parte trasera de nuestro coche. Desde aquel día la golondrina nos ha acompañado a lo largo de todos nuestros traslados. 
Creo que voy a añorar un poco  el coche azul, sin embargo estoy contenta de nuestra decisión porque va a empezar para  nosotros  una nueva época,  la del coche blanco.

domenica 1 novembre 2015

Julia

    








Las noches de Julia eran intermitentes. No entendía porque  se despertaba al amanecer. En aquellas horas, que no pertenecen ni al día ni a la noche, su cabeza ya estaba empezando a funcionar, en cambio sus ojos permanecían  cerrados. Podría decirse que  por una parte añoraba la cama y por la otra estaba impaciente por levantarse. A veces le invadía un no sé que de ansiedad, quizás por las tantas cosas que debía hacer durante la jornada de trabajo y luego en casa o porque había heredado de sus padres el sentido de la responsabilidad y jamás quería llegar  tarde a ningún sitio. Finalmente abría los párpados y veía sólo tinieblas, sin embargo poco a poco la oscuridad se hacía más llevadera, un poco grisácea, como si se mezclara con un ligero resplandor. Con las manos buscaba las gafas encima de la mesita de noche, se las ponía y observaba atentamente el despertador. A veces se le caía el libro, el que solía leer antes de acostarse. Al cabo de unos minutos, no le costaba nada empujar su cuerpo y salir de la cama.
Aquel día notó una luminosidad tenue que entraba por las rendijas de la persiana. Aquellas franjas  podían ser debidas a las farolas de la calle o  a la luz del amanecer.
-Ojalá sea de día, se dijo, mientras miraba a su marido que dormía profundamente.
Era sábado y efectivamente clareaba. Julia había quedado a media mañana con una pareja de amigos, para ir a pasear por un bosque a las afueras de la ciudad, por lo tanto no tenía ninguna prisa.
- ¿Por qué me he levantado tan temprano? Se preguntó.
- Quizás porque, las horas matutinas son las mejores para leer o escribir, se dijo.
Desayunó despacio y luego se  sentó en el sofá del salón. Cogió el libro que había empezado la noche anterior y se puso a leer.
Hacia las nueve, todo seguía silencioso. Se preparó otra taza de té. Mientras sorbía lentamente la infusión, pensó que le gustaría estrechar entre sus brazos a su marido. Entonces Julia recordó el día en el que cumplió treinta años:
En aquella época, tras largas oposiciones para la enseñanaza, fue destinada a una ciudad lejana. Su marido, fue a verla y le trajo un regalo envuelto en papel amarillo, atado con una cinta de seda de color verde botella. Dentro de la caja había un libro muy bien encuadernado de un escritor checo, de quien ellos habían hablado días antes. El había apreciado mucho la lectura y ella había visto la película basada en la novela, cuyo protagonista se parecía enormemente al marido. La misma nariz grande, sin embargo bien perfilada, la mata de pelo negro rizado, los luminosos ojos marrones, los labios carnosos y el porte elegante. 
Aquel regalo le encantó. Mientras lo hojeaba, se vio sentada en una butaca roja de un cine casi vacío y sintió de nuevo una oleada de enamoramiento hacia su marido.
Recordaría toda la vida lo contenta que se puso cuando luego descubrió que en la caja, debajo del libro, había  algo más; un papel fino  escondía una combinación y unas medias de seda.
Se sintió otra mujer, cuando se puso aquellas prendas tan suaves.
Las llevaba  una noche, en la que fue a un restaurante a cenar con sus antiguas compañeras del colegio. En los lavabos se arremangó el vestido y le enseño a su amiga, Matilde, la combinación y las medias  finas, sujetas por un liguero.
- ¡ Ay qué guapa que estás! Yo nunca voy a dejar mis pantalones. Mis piernas destapadas parecen dos palillos y además me cohíbe ponerme ropa interior tan fina, sin embargo tienes que saber que últimamente, yo también me pinto y me arreglo  mucho. Mira mi blusa nueva. ¿Te gusta? Le preguntó Matilde y sin dejarle contestar, añadió:
- ¡Quién nos hubiera dicho que de mayores íbamos a ser tan coquetas y sensuales!
- Me encanta tu blusa y estoy contenta de que te gusten mis medias.
Se abrazaron y al volver  a la mesa, Julia observó detenidamente a sus amigas allí reunidas, por primera vez las vió distintas: casi todas estaban casadas o vivían en pareja, algunas  incluso tenían   hijos, unas eran  amas de casa, otras  trabajaban duramente para conseguir un sueldo decente, sin embargo todas ellas se habían convertido en mujeres  atareadas, siempre con prisas, haciendo dos o tres cosas  al mismo tiempo y tal vez con poco tiempo para ellas mismas; ya  les quedaba poco de aquellas  chicas progres de los años setenta, que no se sacaban nunca  de encima los vaqueros y las botas camperas, mientras dejaban fluir lentamente el tiempo, riendo, bromeando, charlando, discutiendo de literatura o  de la situación política y sobre todo,  soñando un mundo mejor  del que les había tocado vivir a sus madres o abuelas.
Oyó a lo lejos las campanas que anunciaban las nueve de la mañana. Sin hacer ruido entró en el cuarto donde su marido aún dormía y buscó a tientas, en el cajón del armario, las prendas de seda. Se las puso y luego entró de nuevo en la cama. Abrazó a su marido y se sintió como si fuera la muchacha de antaño.
Unas horas más tarde, paseaba por los bosques de Vallombrosa y escuchaba detenidamente el ruido que hacían sus  botas de montaña, pisando las hojas muertas. Miraba a menudo hacia arriba, admirando las tonalidades rojizas y amarillentas de los árboles. Alguna que otra vez se detenía y sonreía pensando en el tenue claror del amanecer de aquel sábado, el que le había dado el impulso para levantarse y transformarse en la otra  Julia.





venerdì 16 ottobre 2015

La caja de manzanas


 



Laura, me llamó para decirme que habían llegado las manzanas.
Nosotros no pertenecíamos al grupo de compra y consumo sostenible, sin embargo Laura estaba muy metida en ello. Le encantaba repartir naranjas, manzanas, hortalizas u otras mercancías a los familiares y amigos. Tenía un trastero en la planta baja y allí depositaba las cajas, que ella misma iba a buscar a las afueras de la ciudad.
- Voy a pasar por tu casa a media tarde, le dije.
Toqué el timbre de su apartamento y nadie me contestó.
- Qué raro, quizás haya salido y esté a punto de volver, me dije.
Más tarde supe que en aquellos momentos estaba tan ensimismada trabajando en un dibujo, que no me había oído.
Por la calle pasaba mucha gente, sin embargo en seguida noté a una mujer de unos cuarenta años, su melena castaña estaba muy bien cuidada, llevaba un traje gris, alrededor del cuello destacaba un pañuelo de seda rojo. Era llamativa pero sus facciones eran duras, quizás porque estaba peleándose con alguien en el móvil. Gesticulaba y gritaba, por eso llegó a mis oídos su voz mientras decía:
- A mí no me hacen eso. No acepto que me tomen el pelo. Ya estoy hasta la coronilla de ti y de todo el tinglado.
Luego la mujer elegante  dobló  la esquina  y por consiguiente no pude oír nada más.
Hice sonar el timbre de nuevo y al cabo de poco Laura me contestó, diciendo:
- Puedes atender unos minutos, solo el tiempo necesario para ponerme el chaquetón y los zapatos.
Durante aquel rato, delante de la puerta, me entretuve mirando a la gente. Muy cerca había una escuela primaria. Los niños a esa hora salían alborotados de las clases. Vi de nuevo a la mujer llamativa con una niña de unos seis años a su lado.
La chiquilla llevaba una bata azul marino de cuello blanco que le quedaba un poco holgada; con la mano tiraba la punta de chaqueta de la madre, quien seguía impertérrita hablando por teléfono. Luego cortó la conversación, sacándose a la niña  de encima, con gestos de impaciencia.
Recuerdo lo contentos que estaban mis hijos cuando íbamos mi marido o yo a buscarlos al cole; alguna que otra vez estaban nerviosos y enfadados,  más que nada por  el  agotamiento. Me diréis que quizás en algunas ocasiones los hijos puedan resultar pesados, sobre todo durante los primeros cursos, cuando intentan hacer pagar a los padres el  haberlos dejado todo el día con los maestros; sin embargo la reacción de aquella mujer me resultó exagerada.
Laura bajó las escaleras corriendo y me abrió la puerta con una gran sonrisa.
Me enseñó todas sus provisiones y me ayudó a poner encima de mi bicicleta una caja de manzanas; luego le pagué y muy agradecida me  despedí de ella, quedando que íbamos a vernos  aquella misma noche en una bar del barrio.
Yendo hacia casa pasé por una callejuela  y  reconocí a  la mujer elegante, quien en aquel momento estaba parada en medio de la calle riñiendo a la niña. Le decía cosas que  yo jamás había oído salir de la boca de una madre:
-¡Tú que te crees! He estado todo el día trabajando y  ahora  tú dándome la lata. ¡No te lo  voy a permitir! Eres pegajosa y débil como tu padre. No te soporto, déjame en paz.
Sus últimas palabras echaban chispas de rabia y de rencor.
- ¿Pero qué tenía aquella mujer para ser tan cruel con la hija?
La niña parecía  un cachorro rechazado. De su tez blanca bajaban dos lágrimas cargadas de dolor. En aquellos momentos sentí dentro de mí el sufrimiento de  aquella hija desafortunada.
Mientras abría la puerta de la calle, con la caja de manzanas a cuestas, pensé en mis padres. Durante mi niñez y adolescencia mi madre sufría de una enfermedad crónica de pulmones y a menudo era infeliz, mi padre trabajaba demasiado y casi no se le veía por casa, sin embargo reconozco que los dos se esforzaban  para que   la familia flotara. Nunca nos trataron mal, al contrario nos ayudaron a crecer y a su manera nos  dieron cariño, a mis hermanos y a mí. Subí despacio las escaleras, primero un peldaño luego el otro y me paré en el descansillo. Tras oler el aroma de las manzanas, cogí una, le dí un mordisco y me sentí una mujer afortunada. 




 

sabato 3 ottobre 2015

Il sorpasso









Lui aveva aperto piano, piano la finestra di camera, poi respirando profondamente l'aria fresca, mi aveva proposto, tutto contento, di andare a fare una bella girata fuori città. Ancora ero mezzo addormentata quanto ho capito che  era sabato e quindi non dovevamo andare al lavoro. Ero un po' stupita da quel risveglio, perché di solito la mattiniera sono io e non lui.
La giornata di fine settembre, in effetti, era molto luminosa ed allora anche a me è arrivata la contentezza e la voglia di andare in campagna.
Lui sarebbe partito prima in bicicletta e io lo avrei raggiunto in macchina.
Mentre guidavo, ho messo un po' di musica. Pensare che una volta in macchina ascoltavo quasi esclusivamente la radio, perché mi dimenticavo i nastri ( dopo i CD) a casa. Adesso con i nuovi cellulari, basta un cavetto e si può ascoltare tutta la musica che si ha nella memoria del telefonino.
La modalità di ascolto casuale è rilassante e alla volta stimolante perché ti porta da un cantante all'altro. Ogni volta è come una sorpresa. A un certo punto ho sentito una canzone che ascoltavo quando ero adolescente ed allora la mia mente è volata verso Irene.
Eravamo cresciute insieme, abbiamo fatto le scuole elementari e medie nella stessa classe, poi alle superiori ci siamo separate. A scuola era la prima in tutto. Era bravissima, sapeva suonare il pianoforte, ballava bene, aveva orecchio per le lingue e  riusciva a fare bene tante altre cose. Inoltre era stata precoce nello sviluppo ed essendo carina e formosa era molto ricercata dai ragazzi.
A volte sembrava molto sicura di se stessa, altre si vergognava del suo corpo. Mia madre che era un po' ossessionata con la nutrizione mi pesava spesso, con una bilancia che era stata di mio nonno e che serviva per pesare la merce che lui commerciava. Appena mia madre mi vedeva entrare a casa con Irene, ci diceva:
- Venite che vi peso. Guai a voi se siete dimagrite.
Irene cominciò a non voler venire più da noi, temeva che mia madre tirasse fuori dal ripostiglio la bilancia.
Un giorno mia madre ci aspettava alla porta e ci disse che non ci avrebbe potuto pesare più perché qualcuno aveva manomesso la bilancia.
Vidi negli occhi di Irene un lampo di felicità, che durò poco, perché subito mia madre disse ridendo tra i baffi:
- Guardate Irene, lei si che è una bella bambina, che belle cosce cicciottelle che ha. Poi più seria disse:
- Bisogna mangiare molto altrimenti prenderete tutte le malattie del mondo. Pronunciava questa frase guardando solo me. Poi aggiungeva:
- Io ho avuto problemi col cibo, non avevo mai appetito, per questo mi sono ammalata e ancora oggi non sono guarita.
Avrei voluto sprofondare, vedendo la faccia triste di Irene.
Mia madre dopo se ne andò come se niente fosse verso il giardino e noi due  rimanemmo pietrificate nel cortile.
Non ho mai capito cosa le era successo negli anni di liceo in cui ci siamo lentamente allontanate. Ricordo che si era fidanzata con un ragazzo del paese ed era dimagrita molto. Alla fine delle superiori, lei, la più brava del gruppo, aveva deciso di non fare l'Università, perché il fidanzato non non era contento che lei andasse ad abitare in città con altre studentesse.
Dopo pochi anni  mi sono trasferita a Firenze e l'ho un po' persa di vista, ma da mia madre ho saputo che si era lasciata col fidanzato storico e che era iscritta alla facoltà di lettere.
Ne ero molto contenta, ma non ho avuto occasione di parlarne con lei, fino a quando un giorno mi ha chiamato per dirmi che si stava per sposare, che i suoi le avevano comprato un appartamento in paese e che come viaggio di nozze avrebbe fatto un giro per la Toscana.
Sono venuti a trovarci un giorno soleggiato d'inverno. Ci siamo dati appuntamento in piazza Duomo. La mattina siamo andati a visitare i vari monumenti ed edifici storici della città. Nel tardo pomeriggio  i nostri mariti sono andati  a  vedere  una mostra fotografica. Siamo rimaste  da sole per qualche ora. Ne abbiamo approfittato per passeggiare senza meta per le stradine del centro e per parlare fitto, fitto.
Mi ha raccontato del periodo difficile che aveva avuto, ma che adesso per fortuna aveva quasi superato quelle fisime alimentari. Non sapeva se era stata una vera anoressia, dato che negli anni settanta, i medici ancora non pronunciavano quella parola. A un certo punto ridendo mi si è avvicinata e come se mi volesse fare una confidenza, mi ha detto:
- Sai, che per ora non intendo lavorare. Non so se mi piacerà fare la casalinga, ma intanto ci provo.
- Perché non ti cerchi un lavoro in città? E' importante che tu non dipenda economicamente dal marito
- Hai ragione, ma è più forte di me. Quando devo decidere cose importanti  mi blocco e lascio che gli altri decidano per me. Mi sento come quando dovevo prendere la patente. Durante i sorpassi, invece di accelerare perdevo velocità e alla fine rientravo. Non riuscivo ad andare avanti dalla paura. Ancora oggi preferisco che qualcun altro mi porti a destinazione o piuttosto prendo il treno.
- In questo hai ragione, se non ti piace guidare non farlo, ma il lavoro è un'altra cosa, non puoi dipendere sempre dagli uomini. Ribattevo io.
Irene rideva e mi diceva che io ero troppo esagerata, e che lei era felice così e basta.
Ma prima di rientrare a casa, mi abbracciò e mi confessò che sperava  di riuscire prima o poi a fare  il  suo sorpasso.
Ricordai  di aver letto che alcune persone hanno a questo proposito un gene alterato. Una scrittrice canadese li chiamava, dislessici geografici: si disorientano, si perdono nei paraggi nuovi e non hanno facilità per la guida. Credo che Irene ed io apparteniamo a questa categoria, pensai.
Nemmeno io amo troppo prendere la macchina. Ma dovete sapere che soffrendo di mal di mare, nei viaggi in cui la strada è piena di curve ha cominciato a piacermi stare alla guida. Quindi quella mattina di settembre mi sentivo bene guidando mentre ascoltavo la musica e pensavo ad Irene.
A un certo punto, dopo una curva, davanti a me è apparso un trattore. Ho aspettato che il tratto di strada fosse adatto per il sorpasso, ma non ci sono  riuscita perché venivano in continuazione macchine dalla corsia opposta. Intanto avevo rallentato. Appena la strada è rimasta sgombra, ho cominciato il sorpasso. Ero in salita e non avendo dato troppo gas, sentivo che la macchina aveva appena la forza necessaria per superare l'autoveicolo. Ho cambiato marcia e ho premuto l'acceleratore.
Quei decimi di secondo accanto al trattore sono stati lunghissimi, avevo paura che apparisse davanti a me una macchina. In quell'attimo era tutto appeso a un filo. Vita e morte.
Con molto sollievo ho superato il mezzo agricolo.
Le montagne, il cielo e gli alberi mi sembravano più belli del solito,  era  come se fosse rinata, mi sentivo una donna fortunata. 
Dopo qualche chilometro ho sorpassato e salutato il ciclista solitario.


martedì 15 settembre 2015

Cuocopesce










Siamo arrivati alla stazione di notte. A quell'ora passavano pochi autobus, quindi abbiamo deciso di andare a casa a piedi. Nonostante l'aria fosse ancora piacevole e non troppo fredda, le strade erano quasi deserte,  si sentiva ogni tanto solo il passo di qualche raro viandante. Erano gli ultimi giorni di settembre e la città stava cominciando a riprendersi, dallo schiamazzo notturno dei mesi estivi. Il silenzio delle vie era spezzato dal rumore delle ruote delle nostre valige.
Prima di arrivare in piazza  San Giovanni, alla fine di Via Cerretani, abbiamo incontrato una coppia di amici. Ci siamo fermati qualche minuto a parlare con loro; lei non ha detto quasi niente, ascoltava il marito col sorriso sulla bocca; lui ci ha raccontato che tutte le sere, a mezzanotte in punto, andava a fare una lunga passeggiata per le viuzze della città, perché purtroppo soffriva di insonnia.
Ogni tanto la moglie, che era una  brava  scultrice cinese, un po' più   giovane di lui, si offriva ad accompagnarlo.
Lui era andato in pensione da poco, aveva lavorato tanti anni come architetto in uno studio affermato, ma a un certo punto, dopo il divorzio dalla sua seconda moglie, aveva deciso di lasciare la professione per dedicarsi al disegno artistico. Aveva conosciuto la ragazza cinese attraverso  uno scambio culturale, dopo poco lei si era trasferita nella nostra città e  si erano sposati.
La mattina si alzava tardi e dopo una lunga colazione  andava a fare la spesa e metteva a posto il loro appartamento, non lontano da Piazza della Signoria; alcune volte disegnava le bozze di alcuni pezzi, che poi lei riproduceva. Dopo un pranzo frugale e un  piccolo riposino, si preparava l'itinerario per la sua passeggiata notturna. Sceglieva con cura i libri e gli autori che parlavano della storia degli edifici e monumenti che avrebbe trovato lungo il suo percorso. Si sedeva sempre in una poltrona con vista sui tetti e cominciava a leggere, di solito con un sottofondo di musica jazz.
Alle sette preparava per entrambi un aperitivo a base di  frutta e un po' di liquore, per poi ritornare nella sua poltrona.
Verso le otto cominciava a pensare alla cena. Era un po' maniacale nel pulire il pesce o le verdure, ma questo lavoro manuale, ci diceva, lo fortificava e lo faceva stare bene.
La sua passione erano i piatti di pesce elaborati, quindi piuttosto lunghi da cucinare. Più impegnativi erano, più si divertiva.
La moglie, si vedeva, era contenta e orgogliosa del marito cuocopesce, così lo chiamava col suo buffo accento orientale.
Abbiamo salutato quella coppia bizzarra e abbiamo continuato per la nostra  strada facendo scivolare  sul selciato le nostre valige.
Appena attraversata la piazza, abbiamo bordeggiato la cattedrale e subito mi è apparsa lei. Ho sentito un tuffo al cuore, come la prima volta. Mi succede sempre quando mi allontano da lei per diversi giorni.
La prima volta che la vidi, ero appena arrivata a Firenze. Era venuto a prendermi alla stazione con  una cinquecento bianca, U., il ragazzo toscano, che avevo conosciuto un mese prima a Barcelona. Il treno aveva accumulato più di due ore di ritardo, era pomeriggio inoltrato, data la stagione invernale era già calata la notte da un bel po'. U. aveva parcheggiato la sua utilitaria  di fronte all'entrata principale della stazione ferroviaria.
Ricordo che quando scesi dal treno, non lo vidi subito, ma appena ci incontrammo, il nostro intenso abbraccio e il lungo bacio, mi fecero andare tutto il sangue nella la testa.
Mentre uscivamo dalla stazione, mi disse che prima di andare verso il suo appartamento, che condivideva con altri studenti, voleva a tutti costi portarmi a vedere una  cosa bella.
Non ero mai salita su una macchina così piccola. Appena seduta accanto a lui,  chiusi gli occhi un attimo per  scacciare via l'enorme stanchezza che avevo, dopo quel viaggio lungo quasi ventiquattro ore.
Lo guardai mentre era concentrato nel mettere in moto il motore, mi fece tenerezza il fatto che si fosse coperto la testa e i folti capelli neri, con un cappellino di lana.
Mi tornò in mente una delle prime cose che  lui mi  aveva raccontato, seduti in un caffè della Plaça Catalunya de Barcelona.
- Sicuramente qualcuno dei  miei antenati era etrusco. Non ci credi?
Guarda bene il mio profilo. Ecco il mio bel naso. Mi ripeteva.
Io lo guardavo e ridevo.
Mi sentivo come dentro a un sogno, seduta accanto a lui; quando ha cominciato a guidare, mi volevo lasciare andare, ma ero un po' tesa, dentro di me ero intimorita e mi sentivo in colpa, forse perché avevo vent'anni, avevo detto una bugia ai miei per poter partire e conoscevo appena quel ragazzo accanto a me.
Mi ricordo che è sparito ogni malessere in me  quando l' ho vista emergere dalla  piazza. Mentre la cinquecento passava vicino, vicino all'abside della cattedrale,  sentivo che entrava dentro di me la bellezza di quella cupola  ed allora ho capito che ero innamorata di quel ragazzo e di quella  città.
- Ti ricordi il primo giorno in cui arrivai a Firenze e tu mi hai portato a fare un giro in  macchina? Ho chiesto a mio marito.
- Mi ricordo bene del tuo stupore e della tua felicità nello scoprire il Battistero, il Campanile di Giotto, il Duomo e infine la cupola del Brunelleschi. Disse lui sorridendo.
Entrambi ci siamo fermati  dietro il  Duomo a contemplare l'abside, per ennesima volta; dopo un  po' abbiamo voltato per via del Proconsolo. Mentre ascoltavo il rumore dei nostri passi e delle ruote delle  valigie, ho pensato che nonostante i tanti anni trascorsi da quella prima volta, sempre mi stupiva e rallegrava, la visione della cupola. Voltando per Via Ghibellina, ho respirato  a fondo, come se volessi godere gli ultimi istanti di quella notte piena di incontri, allora ho ripensato a cuocopesce e mi sono detta che l'indomani gli avrei chiesto una delle sue nuove ricette.

mercoledì 2 settembre 2015

El hombre que tenía miedo a la nieve











Era la última quincena de julio, normalmente en aquella comarca y por aquellas fechas hacía  mucho calor, en cambio aquel día, al bajar del avión, fue como  pasar  al otoño. Era una tarde gris y estaba a punto de llover.
El vuelo había sido muy movido, a causa de las numerosas turbulencias.
Los pasajeros no podíamos levantarnos de las butacas, donde teníamos que permanecer con los cinturones abrochados. Las azafatas con el carrito de las bebidas intentaban transitar, sin embargo de vez en cuando desistían y volvían deprisa hacia atrás.
Sentía que podía pasar algo, me decía  para animarme: la muerte rápida es siempre mejor que un largo sufrimiento.
Tan pronto dejamos atrás el  ojo de la tormenta, pude concentrarme en el libro que estaba leyendo, sin darme cuenta cerré los ojos y me quedé dormida.
Me despertó la voz del comandante que nos decía que íbamos a aterrizar. Me fijé que volábamos a través de una capa de nubes muy bajas. Tocamos tierra un poco más tarde de la hora prevista, con lo cual perdí el autobús que iba a un pueblo de la costa cercano al mio, por lo que tuve que esperar el siguiente, más de una hora. Lentamente y saboreando aquel tiempo en el que no tenía ningún quehacer, me dirigí a la estación de autobuses ubicada al lado del aeropuerto.
Miré el reloj de la fachada principal del  pequeño edificio de ladrillos: era la una y media de la tarde. Me senté en un banco y comí con gusto el bocadillo que me había preparado en casa, antes de salir.
Masticaba despacio aquel pan, con tomate y los trocitos de queso pecorino, mirando a los chicos y chicas que subían al autobús para Barcelona.
El bullicio duró poco pues la mayor parte de los jóvenes se  marchó hacia la ciudad condal. Solo algunos de ellos iban a esperar el  autocar para a la costa. Me quedé quieta mirando las idas y venidas, escuchando las voces chillonas y oliendo el aroma del aire cargado de humedad. Hasta que oí una voz detrás de mí que me preguntaba algo en inglés.
Era uno de los tres muchachos, más tarde descubrí que procedían de una pequeña ciudad toscana, quien deseaba saber dónde estaba situado el hotel que habían reservado a través de Internet.
Yo le dije que no lo sabía pero que se lo podía preguntar al conductor, quien dormitaba dentro del vehículo, esperando la hora de la salida.
El chófer era afable y hablador. Era gracioso oírle hablar con acento canario. Les dijo a los jóvenes que su hotel estaba en el centro de la  localidad y ellos se tranquilizaron.
El conductor empezó a charlar conmigo y me contó que algunos años atrás, al llegar a Cataluña, tuvo que adaptarse a otro clima,  a  una nueva manera de vivir y  también a otra forma de conducir.  A finales de su primer  invierno, un día al amanecer le cogió  una gran nevada  y lo pasó muy mal por la carretera. Me contó todos los pormenores, haciendo unas muecas muy raras, por lo que entendí que le espantaba la nieve.
Subimos al autobús mientras empezaba a llover.
El hombre de las Canarias me habló, de política, de economía y de los problemas laborales que sufría el país, durante todo el viaje, como si estuviéramos solos alrededor de una mesa. El hecho de que yo estuviera recreada en la primera fila y que los pocos pasajeros estuvieran sentados en la parte trasera del vehículo, hizo que tuviera lugar aquella tertulia. Cayó tanta agua que parecía que estuviéramos en otras latitúdines. La visibilidad no era muy buena, por lo que el chófer iba conduciendo despacio y con prudencia. Aquel aguacero podía hacer desbordar algún riachuelo, pensé por mis adentros, pero no se lo dije al canario, pues lo veía risueño y no quería echarle a perder aquella charla tan amena.
Llegamos a una gran población, la más importante de la zona por el gran número de turistas que cada verano iban a pasar sus vacaciones, justo para coger otro autobús, que  iba a llevarme a la estación de ferrocarriles.
Me despedí del conductor, quien por sus palabras daba a entender que no temía los chubascos de verano.
- Parece un diluvio pero estoy seguro que no va a durar mucho. A mí lo que me asusta es la nieve. Al ver los primeros copos de nieve o de granizo, siento terror y me paralizo, como  si tuviera un ataque de nervios. Es una fobia. Por suerte en esta zona no nieva casi nunca, de no ser así ya me habría marchado.
La gente, sin miedo de hacer el ridículo, se guarecía como podía, toallas playeras que servían de abrigo, sombreros de paja o sombrillas como paraguas. Me puse un chaqueta que llevaba en una maleta de mano y cogí el segundo autocar.
Mis hermanos, me lo dijeron luego, estaban muy preocupados por mí. Yo, por suerte, pasando de estación a estación, no me mojé mucho. Llegué a mi pueblo cuando llovía menos.
No me perdí de ánimos y guareciéndome bajo los tejados de las casas llegué sana y salva a la casona que había sido de mis padres.
Llamé a mis hermanos para que estuvieran tranquilos y en seguida abrí todas las ventanas, pues al estar la casa cerrada todo el invierno parecía una tumba.
Mi hermana había puesto en marcha la lavadora, con sábanas y colchas que habían servido para cubrir los muebles. A mi llegada pude notar que la lavadora había dejado de funcionar sin haber terminado el programa:
- ¡Qué raro! me dije y sin pensarlo dos veces apreté el botón para que terminara el lavado. Luego puse un poco de pan, que me había sobrado del viaje, en el tostador, para poder comer algo, junto a una taza de té.
Para sentirme menos sola puse la radio que estaba en el comedor. Mientras intentaba  buscar una estación donde diesen noticias o buena música, olí a quemado y oí un ruido como si fuera un lamento. Tuve un poco de miedo y me fui corriendo hacia la cocina.
Había mucho humo por las tostadas totalmente carbonizadas. Abrí de nuevo todas las ventanas y me dirigí hacia el lavadero desde donde llegaba aquel ruido extraño.
La lavadora no podía con toda su alma, se movía lentamente como apesadumbrada. El roce del bombo con algo hacía salir el ruido peculiar, que parecía casi humano.
Me tranquilicé al apagar aquel aparato quejumbroso.
Salí con un paraguas a comprar víveres. Las calles estaban desiertas. Volví a casa empapada y tiritando de frío. Me puse ropa seca y preparé judías tiernas con patatas, plato que mi madre guisaba a menudo en verano.
Cené con la radio puesta para que me diera calor y compañía.
Dormí muy mal por el frío y por el ruido que hacían las puertas golpeando, a causa del vendaval. Me levanté de madrugada para cerrar las ventanas de toda la casa y al volver de nuevo a la cama me sentí un poco más tranquila.
El segundo día amaneció también gris y triste. Estuve en la biblioteca del pueblo y en casa de mis hermanos, con quienes charlé mucho rato. A veces pienso que es verdad lo que dice el refrán,  que le gustaba tanto a mi padre, no hay mal que por bien no venga; aquella vuelta al otoño hizo que el tiempo fuera más lento y que pudiera leer mucho y hacer tertulia con familiares y amigos.
Por la noche miré en el televisor viejo una película que parecía interesante: era la historia de una pareja que se mudaba a la casa de sus antepasados, donde por la noche se oían ruidos sospechosos y pasaban cosas raras, como si hubiera fantasmas. Apagué la pantalla cuando la historia empezó a impresionarme.
- ¡Qué tonta que soy! ¿Por qué me pongo a mirar una película de miedo, estando sola?
Aquella noche también dormí poco. Me desperté al amanecer, quizás por el viento que hacía vibrar los cristales. Miré por la ventana, y vi que había caído una enorme granizada. La luz era tenue, pero pude distinguir bien la  calle totalmente blanca.
Pensé en el chófer canario y en lo mal que lo estaría pasando en aquellos momentos. Me lo imaginé tiritando mientras conducía despacito su autocar por la  calzada cubierta de granizo.
Por la mañana aún seguía lloviendo, pero al atardecer escampó. Después de cenar fui a pasear por el casco antiguo del pueblo y aquella noche por fin dormí como un tronco, en aquel cobijo donde habían vivido mis tatarabuelos.
Las vacaciones fueron amenas, sobre todo cuando empezaron a llegar mi marido e nuestros hijos.
Al volver, me acordé de que el hombre que tenía miedo de la nieve, despidiéndose de mí, me había dicho que nos íbamos a ver de nuevo, ya que la semana  en que nosotros emprendíamos el viaje de vuelta él tenía turno de mañana, por lo tanto lo busqué en la parada, sin embargo no pude dar con él.
En el aeropuerto, ya que nos sobraba un poco tiempo antes de embarcarnos, fui a la oficina de autobuses. Pregunté por el conductor canario y me dijeron que hacía unos días que había dejado de trabajar en  la empresa.
- ¿Quién sabe si ha vuelto a su isla? Me pregunté.
Despegamos puntuales y durante el vuelo volví a pensar en el chófer: lo vi alegre y campechano, conduciendo un autocar por una carretera llena de baches, en un paisaje volcánico tropical. Esa imagen  me meció y poco a poco fui rindiédome al sueño.