venerdì 26 luglio 2013

Fagioli sgranati - Granos de alubias
















Quell’estate non troppo calda ero stata nominata membro interno per esami di Maturità nella scuola dove lavoravo da anni. Essendo, dopo le interminabili prove scritte e orali, piuttosto stanca la notte mi addormentavo subito e dormivo di una tirata fino a che la coda sfilacciata di un sogno non mi svegliava.
Ricordo che una di quelle notti sognai che mia madre soffriva di demenza senile e che non ci riconosceva. Aveva un bel viso, ogni tanto sorrideva a modo di tic, ma spesso si agitava e diceva che voleva ritornare a casa. Noi non ci stancavamo di dirle che si trovava nella casa dove era nata, dalla quale non si era mai allontanata.
Ho detto a mio padre che volevo cercare zia Margherita, la sorella di mia madre, alla quale era molto legata. Lui mi ha risposto che sarebbe stato difficile trovarla dato che abitava molto lontano.
L'ho cercata in una città sconosciuta piena di gente che camminava veloce e non guardava nessuno; lei, come il suo solito, mi ha assecondata nella richiesta che le ho fatta di recarsi da mia madre.
Dopo un lungo viaggio in treno siamo arrivate di fronte alla poltrona dove mia madre trascorreva le sue giornate, incredibilmente ha riconosciuto subito zia Margarita e l'ha riempita di baci, piangevano entrambe dalla felicità.
Dopo mia madre ha cominciato, all'inizio tranquilla e poi agitata, a parlare della seggiolina della sorella, morta a tre anni di polmonite prima della sua nascita che si chiamava Teresa come lei.
Quella seggiolina era venerata da mia nonna, la teneva come una reliquia. Le sua figlie non potevano né sedersi sopra né giocarci.
Alla fine mia madre ha dato uno schiaffo a una donna che mi è sembrata Anita la llevadora1, ma il suo volto era piuttosto sfocato. Poi ha cominciato a gridare come una pazza dicendo che voleva sedersi nella seggiolina. Mia zia le ha detto che l'avrebbe cercata in soffitta, ma che mentre aspettava poteva cominciare a sgranare fagioli. Teresa ha smesso subito di sbraitare.
A questo punto mi sono svegliata e durante gran parte della giornata, soprattutto dopo gli esami, quando la mia mente ha potuto viaggiare da sola, ho pensato a lungo a quello strano sogno.
Le due sorelle erano nate negli anni venti. Il loro padre, mio nonno, possedeva dei campi a pochi chilometri dal paese, ereditati dal ramo paterno, che coltivava con poca convinzione. Quello che invece lui sapeva fare bene era commerciare: comprare e rivendere i prodotti degli altri contadini. La moglie, mia nonna, era una donna molto attiva, la mattina andava al mercato a vendere le uova e i polli che allevava e il pomeriggio raccoglieva gli ortaggi che suo marito aveva seminato.
Lei, a differenza di mio nonno che avrebbe coltivato esclusivamente patate, era aperta alle novità che spesso le portava il fratello che era emigrato nella zona della huerta valenciana2. Fu lei a consigliare mio nonno di seminare fagioli.
Mia madre, come mio nonno non amava la vita di campagna, desiderava sposarsi giovane per poter andare presto ad abitare a Barcelona. Ma la vita da muchas vueltas3 e quindi sposandosi con mio padre è rimasta suo malgrado legata ai campi di fagioli.
Teresa ben presto ebbe una brutta malattia polmonare, dalla quale era miracolosamente guarita, ma con un polmone molto compromesso, quindi la sua salute era stata sempre molto cagionevole. Forse per questo era spesso pessimista e di cattivo umore, ma negli ultimi anni della sua vita la salute era migliorata anche se era sempre più magra. Via via che perdeva chili il suo carattere diventava più dolce. Era più affettuosa con tutti, sembrava che volesse finalmente godersi le piccole cose della vita.
Margarita aveva due anni meno di Teresa, ma era più alta e robusta. Vedeva sempre le cose con ottimismo. Il suo grande volto e il dolce sguardo emanavano salute. Non mi ricordo di averla mai vista malata. Era una donna molto tranquilla e affettuosa, ma la sua maggiore virtù era la santa pazienza che aveva con tutti.
Aiutava chiunque le chiedesse un favore. Le donne del vicinato, quando avevano faccende importanti da svolgere, le consegnavano i loro piccoli figli e lei li custodiva con venerazione. Ricordo che quando eravamo piccoli, d'estate, la mattina ci portava, me e mio fratello con le sue figlie ed altri ragazzi del quartiere, al mare.
La sera a lei non piaceva molto uscire di casa, ma quando c'era un funerale, anche se non conosceva molto bene il defunto cercava a tutti costi di assistere alla cerimonia funebre.
In chiesa si sedeva all'ultimo banco e coperta con la mantellina4 pregava per l'anima della persona scomparsa. A volte, quando la folla era già sparita, andava al cimitero, poi tornava a casa e preparava la cena, che era quasi sempre a base di verdure.
Spesso le sue figlie ed io, prima bambine e poi ragazzine, giocavamo sul marciapiede della strada o nel giardino con le nostre bambole, ma se per qualche motivo entravo in casa di mia zia, la vedevo indaffarata a pulire o a preparare la cena. Alcuni giorni era più tranquilla e la trovavo seduta a cucire o a sgranare fagioli. Notavo che sorrideva ed era più ridanciana.
- perché sei così felice oggi zia?, le chiedevo
- perché il funerale che hanno offerto al defunto questo pomeriggio è stato molto bello, mi rispondeva sempre.
Poi mi raccontava alcuni aneddoti della vita della persona che era mancata. Rimanevo incantata da quelle storie a volte ingarbugliate e piuttosto bizzarre e mi dimenticavo delle compagne di gioco.
Mi sedevo intorno al tavolo e l'aiutavo a sgranare fagioli. Zia Margarita sempre cercava di trovare delle qualità nelle persone di cui mi parlava. Sento ancora la sua voce che si mescolava con il rumore che i semi bianchi facevano, staccandosi dal baccello.
Gli anni trascorrevano in fretta e i giochi infantili nella strada erano finiti, ma ricordo che, anche quando mi sono trasferita a Barcellona per studiare all'Università, andavo spesso a trovare zia Margarita.
Le due sorelle erano molto unite dato che avevano trascorso tutta la vita insieme, anche perché dopo essersi sposate, le loro case distavano solo pochi metri. La prima a maritarsi era stata mia madre la quale aveva dovuto, contro sua volontà, restare nella vecchia casa di famiglia. Dopo qualche anno Margarita si era sposata con un giovanotto che abitava nella stessa strada.
Mia zia amava molto la campagna e d'estate dopo pranzo talvolta si recava a piedi nei campi di mio nonno per la raccolta di fagiolini. Si trovava bene insieme alle donne andaluse che lavoravano come braccianti nei campi. Ascoltavano la radio o cantavano mentre i loro cesti si riempivano di fagiolini. Alla fine versavano il raccolti in grandi sacchi verdi, scartando i baccelli più secchi, che mia zia raccoglieva perché racchiudevano un vero tesoro per lei.
D'inverno ogni giorno le due sorelle si riunivano nella nostra casa a metà pomeriggio. Quando tornavo da scuole, le trovavo che parlavano fitto, fitto.
Mi madre mi diceva appena entrata:
- lavati le mani e fai merenda
Mentre facevo i compiti sul tavolo di cucina sentivo mia madre che si lamentava e la sorella con la sua dolce voce cercava di consolarla da tutti i suoi malanni.
Alla fine degli anni settanta, dopo aver conosciuto U., ho deciso che sarei andata a studiare in Italia. Quando l'ho fatto sapere a zia Margarita mi ha detto afflitta:
- non partire, non abbandonarci. Con chi parlerò poi dei miei defunti?.
Neanche i miei genitori erano contenti della decisione che avevo presa, ma dato che stavo per compiere ventun anni e quindi sarei diventata maggiorenne, non osavano opporsi, ma mi ripetevano di pensare bene alla mia scelta.
Le sorelle nel corso degli anni avevano continuato a vedersi ogni giorno e sono sicura che mia zia aveva sempre consolato e confortato mia madre di tutti i dispiaceri che aveva avuto, il primo di tutti la mia partenza per l'Italia.
Il marito, uomo colto e appassionato di scacchi, aveva una piccola azienda di mattonelle che lo impegnava tutto il giorno, per questo mia zia trascorreva molte ore a casa da sola. Dopo aver sbrigato le sue faccende domestiche andava dalle figlie che nel frattempo si erano sposate, cucinava per loro, a volte puliva una parte della loro casa e spesso teneva i loro bambini, ma all'imbrunire andava sempre a trovare mia madre.
Quando mio zio morì dopo una breve malattia, zia Margarita sembrava forte e decisa a continuare a lottare. Non sentiva troppo la solitudine anche perché aveva imparato da tempo a stare da sola e per fortuna una delle figlie abitava col marito nella casa di fronte alla sua.
Da quando mi ero trasferita in Italia ci vedevamo poco, solo durante le vacanze estive.
Una sera d'estate andai a cena da mia cugina. Zia Margarita, che era una grande cuoca, quella volta non aveva voluto cucinare per noi. La trovai diversa, come se fosse smarrita.
Mia cugina mi disse che sua madre non riusciva a uscire di casa dal giorno in cui era caduta per la strada.
In realtà non si era fatta niente, ma si era molto impaurita e nessuno la poteva convincer ad uscire.
Quando sentiva le campane che annunciavano un funerale, chiedeva a mia madre o alle figlie di andare in chiesa e sedersi nell'ultimo banco, come faceva lei da anni, per dare l'ultimo saluto alla persona deceduta
Da allora mi madre per accontentare la sorella cominciò ad andare a tutti i funerali.
Nelle lettere, che ogni settimana mia madre mi scriveva, mi arrivavano le notizie della nostra famiglia, delle persone del paese che erano decedute e in fine di come zia Margarita rapidamente perdeva la testa: dimenticava di aver mangiato, non ricordava più le persone che aveva frequentato negli ultimi anni, ma riconosceva ancora le figlie e mia madre, non riusciva a controllare le sue necessità biologiche, cadeva spesso e più di una volta l'avevano trovata in una pozza di sangue a causa delle ferite nelle vene varicose. Parlava solo della sua infanzia e voleva fuggire dalla casa dove viveva perché non la riconosceva come propria.
L'estate prima della sua morte sono andata a trovarla. Le mie cugine erano sconvolte da quel rapido declino. Ho chiesto loro di lasciarmi da sola con lei; era allettata da diversi giorni e reagiva poco al mondo esterno, le ho preso la mano e le ho detto dolcemente di come ero felice quando insieme sgranavamo fagioli, ha aperto gli occhi, mi ha guardato e mi ha detto che quel pomeriggio aveva raccolto molti fagioli e non vedeva l'ora di sgranarli.
Dopo poche settimane è morta e al suo funerale nell'ultimo banco delle chiesa hanno messo un mazzo di fiori.
I giorni passavano e gli esami di Maturità erano già finiti quando il gran caldo stava arrivando in città.
La prima mattina nella quale ero libera da impegni, sono tornata a scuola a prendere alcuni libri e, davanti ai quadri dei risultati che erano appena usciti, ho visto alcuni studenti contenti, altri si stavano mangiando le mani perché avrebbero potuto avere dei voti migliori. Mi ha molto colpita una ragazza che piangeva, l'ho consolata e le ho detto che, nonostante che i suoi voti fossero più bassi delle aspettative, io l'apprezzavo molto.
Mentre tornavo a casa in bicicletta pensavo agli esami di Maturità che erano appena finiti e mi sentivo soddisfatta e serena perché avevo cercato di incoraggiare tutti i mie alunni e di valorizzare le loro conoscenze e qualità. Tra una pedalata e l'altra ho pensato che era stata zia Margarita colei che mi aveva insegnato ad aiutare le persone  e a scoprire le loro qualità.



1 Le levatrice
2 Zona ricca di acqua nella regione del delta del Ebro dove vengono coltivati molti tipi di ortaggi
3 La vita può cambiare molto
4  Mantella di pizzo per coprire la testa




Granos de alubias

Aquel verano bastante fresco me tocó hacer exámenes finales en la escuela donde trabajaba desde hacía años. Por ​​la noche mientras leía un libro  iba rindiéndome al sueño puesto que, después de las pruebas escritas y orales, que nunca se acababan, estaba agotada. Luego dormía de un tirón hasta que la cola de un sueño se desvanecía y me despertaba.
Recuerdo que una de esas noches soñé con mi madre  que sufría demencia senil y casi no nos reconocía. Su rostro todavía hermoso sonreía de una forma rara, como si tuviera un tic, pero en seguida se puso nerviosa diciendo que quería volver a casa. Nosotros no parábamos de decirle que estaba en la casa donde nació, de la cual jamás había salido.
Le dije a mi padre que quería ir a buscar a tía Margarita, la hermana de mi madre, a quien ella estaba muy apegada. El opinó que iba a ser muy difícil dar con ella, ya que desde hacía muchos años vivía en una tierra muy lejana.
La hallé en una ciudad extraña llena de gente que iba andando muy rápido y que no miraba a nadie. Ella, como solía siempre hacer se avino a ir a ver a mi madre.
Después de un largo viaje en tren, nosdetuvimos en frente del sillón donde mi madre pasaba sus días; increíblemente reconoció de inmediato a tía Margarita y se la comió de besos, ambas lloraban de felicidad.
Después mi madre mencionó, al principio tranquila y luego inquieta, la sillita de su hermana, quien murió de pulmonía tres años antes de su nacimiento y que se llamaba Teresa como ella.
Mi abuela adoraba aquella sillita y la guardaba como si fuera una reliquia. A sus hijas nunca les había permitido sentarse o jugar con ella.
Al final mi madre dio una bofetada a una mujer con un rostro bastante borroso que se parecía a Anita, la llevadora del pueblo. Entonces ella comenzó a gritar como una loca diciendo que quería sentarse en la sillita. Mi tía para tranquilizarla le dijo que iría a buscarla al desván, pero que mientras esperaba podía comenzar a quitar la vaina a los frijoles. Teresa dejó inmediatamente de gritar.
En aquel momento me desperté y durante la mayor parte del día, especialmente después de los exámenes, cuando mi cabeza estaba más despejada, pensé intensamente en aquel sueño tan raro.
Las dos hermanas nacieron en los años veinte. Su padre, mi abuelo, poseía un pedazo de tierra a pocos kilómetros de la aldea. La había heredado de sus antepasados paternos, sin embargo él los cultivaba con poca convicción. En cambio era muy bueno para los negocios: comprar y revender productos de los demás agricultores. Su esposa, mi abuela, era una mujer muy trabajadora, por la mañana iba al mercado a vender huevos y pollos, que ella misma criaba; por la tarde iba a recoger las  hortalizas que su marido había sembrado.
Ella, a diferencia de mi abuelo, que habría cultivado sólo patatas, tenía una buena predisposición para introducir las novedades que muchas veces le traía su hermano, quien había emigrado a la zona de la huerta valenciana. Fue ella quien aconsejó a mi abuelo que sembrara alubias.
A mi madre, como a mi abuelo tampoco le gustaba la vida del campo, soñaba con casarse joven e ir a vivir a Barcelona. Pero como la vida da muchas vueltas enamorándose de mi padre quedó atada al campo para siempre.
Poco tiempo después de la boda Teresa tuvo una enfermedad pulmonar grave, de la que se salvó milagrosamente; después con un pulmón comprometido, siguió siempre muy enfermiza. Tal vez por esta razón, a menudo se mostraba pesimista y de mal humor, pero en los últimos años de su vida, su salud mejoró mucho a pesar de que cada vez estaba más delgada. A medida que iba perdiendo kilos su carácter se volvía más suave; recuerdo que era más cariñosa con todo el mundo y finalmente parecía querer disfrutar de las pequeñas cosas de la vida. 

Margarita era dos años más joven que Teresa, pero era más alta y corpulenta. Miraba siempre las cosas con optimismo. Su cara y sobre todo los ojos dulces irradiaban salud. No recuerdo que se hubiera puesto nunca enferma. Era muy tranquila y cariñosa, pero su mayor virtud era la paciencia que tenía con todo el mundo.
Ayudaba a quien iba a pedirle un favor. Las vecinas cuando tenían muchos quehaceres llevaban a sus hijos a su casa y ella los cuidaba con mucho esmero. Recuerdo que cuando éramos pequeños, en verano por mañana nos llevaba, a mí y a mis hermanos, con sus hijas y otros niños del vecindario, a la playa.
Por la tarde no le gustaba mucho salir de casa, pero cuando había un funeral, aunque no conociera a la persona fallecida hacía lo posible para para asistir a la ceremonia fúnebre.
En la iglesia se sentaba en el último banco y se cubría con una mantilla negra para rezar por el alma de la persona desaparecida.
A veces, cuando toda la gente se había marchado, se iba al cementerio y luego deprisa volvía a casa para guisar  la cena, casi siempre a base de judías.
Sus hijas y yo, primero niñas y luego muchachas, jugábamos muy a menudo en el zaguán de su casa o en el jardín con nuestras muñecas; cuando yo entraba veía a la tía siempre muy ocupada, limpiando y moviéndose por la cocina, sin embargo alguna vez estaba quietecita sentada, cosiendo o mondando judías, entonces me daba cuenta de que sonreía.
- ¿tía, por qué estás ​​tan contenta hoy ?  Le preguntaba.
- Porque el funeral de esta tarde ha sido muy bonito, me contestaba.
Luego me contaba alguna anécdota de la vida de la persona que había fallecido. Me quedaba boquiabierta escuchando aquellas historias a veces tan estrafalarias y me olvidaba de mis compañeras de juego; me sentaba en la mesa y ayudaba a mi tía a mondar alubias. Ella siempre trataba de encontrar cosas buenas en las personas de quienes me hablaba. Todavía me parece estar oyendo su voz que se mezclaba con el ruido que los granos hacían rompiendo la vaina.
Los años pasaron rápidamente y los juegos infantiles en casa de mis primas o en la calle se terminaron, pero recuerdo que cuando me trasladé a Barcelona para estudiar, seguía yendo a visitar de vez en cuando a mi tía Margarita.
Mi madre y su hermana no se separaron jamás,  una vez casadas, siguieron viéndose cada día, porque sus casas  estaban a pocos metros de distancia.
La primera boda fue la de mi madre, quien obligada por sus padres, había tenido que permanecer en el caserón familiar. Unos años más tarde Margarita se casó con un joven que vivía en la misma calle. A mi tía le gustaba mucho la campiña y en verano alguna tarde iba a recolectar hortalizas. Se llevaba muy a bien con las mujeres andaluzas que trabajaban como jornaleras en los campos. Escuchaban la radio o cantaban mientras sus cestos iban llenándose de judías. Al final  los vaciaban en grandes sacos verdes, desechando las vainas más secas, que mi tía agachándose recogía porque encerraban un verdadero tesoro para ella.
En invierno, cada día las dos hermanas se reunían en nuestra casa para pasar la tarde. Cuando volvía de la escuela al entrar ya desde el pasillo las veía charlando sentadas en la galería, que era la pieza más luminosa de la casa.
Mi madre siempre me decía:
- Lávate las manos y merienda.
Mientras hacía los deberes en la mesa de la cocina oía a las dos hermanas que cuchicheaban, sin embargo alguna que otra vez me llegaba la voz quejosa de mi madre  y la de tía Margarita que trataba de aliviarle las penas.
A finales de los años setenta, después de conocer a U., decidí que me iría a estudiar a Italia. Cuando se lo dije a mi tía se puso muy triste:
- No te vayas, no nos dejes. Con quién voy a hablar de mis muertos ? Me dijo.
Mis padres tampoco estaban contentos con la decisión que yo había tomado; quizás por el hecho de que iba a cumplir veintiún años y que por consiguiente alcanzaría la mayoría de edad, no se atrevieron a oponerse demasiado, sin embargo me repetían miles de veces que pensara bien en lo que iba a emprender.
Las hermanas, a lo largo de los años, no dejaron de verse ni un día y estoy segura de que tía Margarita siguió consolando a mi madre.
Su marido, hombre de cultura y aficionado al ajedrez, era muy trabajador y por consiguiente pasaba mucho tiempo en la pequeña empresa de azulejos que dirigía con otros socios, así que mi tía transcurría muchas horas sola en su vivienda. Después de acabar sus tareas domésticas iba a casa de las hijas quienes, una tras otra se fueron casando; cocinaba para ellas, a veces limpiando una parte de su casa y a menudo cuidaba a los nietos, pero cada atardecer solía ir a ver a ver a su hermana.
Cuando mi tío murió después de una breve enfermedad, Margarita se mostró muy fuerte y decidió seguir luchando. No sentía demasiado la soledad, porque hacía tiempo que había aprendido a estar sola y por suerte una de las hijas vivía con su esposo en frente de su casa.
Desde de que me mudé a Italia fui viendo a mi tía sólo durante las vacaciones.
Una tarde de verano mi prima me invitó a cenar a su casa. Tía Margarita, que era una gran cocinera, aquel día no quiso guisar para nosotros. Me pareció distinta, como si estuviera perdida.
Mi prima me dijo que su madre no quería salir de casa desde el día en que había caído por la calle. En efecto, ella no se había hecho nada, pero estaba muy asustada y nadie podía convencerla para que saliera.
Cuando oía las campanas anunciando un funeral, le pedía a mi madre o a las hijas que fueran a iglesia y se sentaran en el último banco, como hizo ella durante tantos años, para despedirse de los difuntos.
Desde entonces, mi madre para complacer a su hermana, empezó a ir a todos los funerales.
Con las cartas que mi madre me escribía cada semana, me llegaban noticias de nuestra familia, de la gente del pueblo que iba muriéndose y de como tía Margarita perdía rápidamente la cabeza: se olvidaba  de lo que había comido, ya no recordaba a las personas que habían estado a su alrededor en los últimos años, sin embargo seguía reconociendo a sus hijas y a mi madre; no podía controlar sus necesidades biológicas; se caía cada dos por tres y más de una vez la habían encontrado en un charco de sangre por las heridas en las varices; hablaba sólo de su infancia y quería escaparse de la casa donde vivía, ya que no la reconocía como propia.
El verano antes de que se muriera fui a verla. Mis primas estaban asustadas por el rápido empeoramiento de su madre. Les pedí que me dejaran a solas con ella; hacía varios días que estaba postrada en la cama y reaccionaba poco con el mundo exterior.
Le cogí una mano y le recordé lo feliz que era cuando juntas sacábamos las vainas de las alubias; abrió los ojos, me miró y me dijo que aquella tarde había recogido una una gran cantidad vainas y que tenía muchas ganas de mondarlas.
Al cabo de unas semanas murió y en su funeral sobre el último banco de la iglesia alguien puso un ramo de flores.
Los días pasaban y los exámenes finales terminaron cuando una ola de calor llegó a la ciudad.
La primera mañana en la que estuve libre de compromisos, regresé a la escuela para recoger unos libros; delante del tablero donde habían expuesto la lista de las notas de los exámenes, vi a algunos estudiantes contentos, otros estaban enojados ya que hubieran querido obtener mejores calificaciones. Me quedé muy impresionado mirando a una alumna que lloraba sin parar. La consolé y le dije que, a pesar de que sus notas fueran más bajas de lo esperado, yo estaba orgullosa de ella.
Mientras volvía a casa en bicicleta pensaba en aquellos exámenes finales y me sentía bien y apaciguada conmigo misma porque había tratado de animar a todos mis alumnos y al mismo tiempo  reconocerles sus méritos y cualidades. Mientras pedaleaba, pensé que había sido tía Margarita quien me había enseñado a ayudar
a las personas y a reconocer sus cualidades.


mercoledì 24 luglio 2013

Tre r(u)ote




Aquellas vacaciones de verano empezaban de una forma muy rara. Habíamos planeado ir dos semanas, con el hermano de U. y su mujer, a dar una vuelta en furgoneta-caravan por el norte de Europa.
- En julio no puedo ir más de una semana de vacaciones. Me dijo U. una noche mientras cenábamos.
- Eso quiere decir que no vamos a irnos de viaje. Le contesté yo.
- En una semana no podemos recorrer el norte de Europa, sin embargo podemos ir  unos días a la playa. Te gustaría volver a la Isla d'Elba? 
- Me parece maravilloso lo que propones. Le dije de todo corazón, pues yo en aquella época,  después de los largos exámenes de Maturità  de mis alumnos, también necesitaba descanso.
Llamé a una amiga que había nacido en la isla, quien por consiguiente tenía muchos contactos, para decirle que deseábamos alquilar un apartamento en Río Marina.
Mi amiga logró encontrarnos un piso a un precio muy bueno, por ser su tía la dueña. Era antiguo y estaba en el centro del pueblo, no muy lejos del puerto. Era ideal para nosotros.
Decidimos dejar el coche en Piombino, el puerto desde donde salen los barcos para la Isla d'Elba, porque habíamos traído dos bicicletas, y por lo tanto el coche no lo íbamos a utilizar para nada.
Sentada en el barco, que avanzaba lentamente hacia Río Marina, iba inmaginándome a mí misma pedaleando a través de la costa rocosa por el camino que conducía a una serie de calas. En la más bonita, llamada “Luisi d'Angelo”, había una playa pequeña con el agua transparente, donde los padres de mi amiga, tenían en lo alto una casita, desde donde se divisaba un panorama estupendo.
Llegamos al puerto hacia las doce del mediodía. Nos estaba esperando nuestra amiga para entregarnos las llaves del piso.
Después de habernos instalado, la amiga nos invitó a comer en la terraza panorámica de la casa de su familia y no dejó que cogiéramos las bicicletas, diciéndonos que hacía demasiado calor y que ella nos llevaría en coche.
Me dolía un poco el brazo desde la noche anterior, pero no le dí mucha importancia y pensé que era un ligero esguince muscular, debido al hecho de haber subido y bajando maletas.
Fue maravilloso bañarse aquella tarde en el mar que tanto había soñado. Por la noche nos despedimos de nuestra amiga y fuimos a un restaurante del puerto. Mientras comíamos recordamos con deleite las temporadas que habíamos pasado en aquella isla cuando nuestros hijos eran pequeños, luego paseamos por el pueblo. En fin transcurrimos una velada muy agradable.
Cada vez que habíamos entrado y salido del edificio, donde en primer piso estaba ubicado nuestro apartamento, veíamos al inquilino de la planta baja. Era un viejecito enclenque, su piel era morena pero casi tirando a amarilla, sus piernas flacas y torcidas le daban un aire cómico. Su boca desdentada chupaba con mucha afición cigarrillos sin filtro. Llevaba siempre una camiseta de tirantes blanca o más bien grisácea, con unos pantalones cortos y unas chancletas de playa. Su cabeza redonda era casi calva, sus pocos cabellos eran amarillentos màs que blancos y le caian a los lados formando una melenita. Su mirada era esquiva pues al vernos pasar dirigía sus ojos hacia la pantalla de la tele o al plato cuando estaba sentado en la mesa.
Era un hombre muy huraño, sin embargo siempre dejaba la puerta abierta de su pequeño apartamento. Todo su ser era huidizo y nunca nos contestaba cuando lo saludábamos. Era muy raro.
Aquella noche al abrir el portal y luego cruzando el pasillo me fijé de nuevo en el viejecito de la plata baja. Vi que nos estaba espiando de reojo y que su boca dibujaba una sonrisa un poco sarcástica.
Estábamos tan cansados que nos acostamos antes de medianoche. Cogí de la mesita de noche el libro que estaba leyendo, Anna Karenina, con la intención de leer un buen rato. Sin embargo después de haber doblado tres páginas se mezclaron en mi cabeza la imagen del viejo huraño y la de Nikolaj, el hermano enfermo de Levin, uno de los protagonistas de la novela. Me dormí y dejé caer lentamente el libro a mi lado.Sin embargo me desperté al cabo de una hora con un dolor fuerte en el hombro.
Me levanté e intenté calmarme diciéndome que seguro que  me pasaría. Pero el tormento era cada vez más intenso. No lograba apoyar el brazo. No pegué ojo en toda la noche. U. tampoco durmió pues intentaba animarme y me ayudaba para que pudiera cambiar de posición. Pasaba continuamente de la cama al sofá, luego al sillón y de nuevo al lecho. 
Fue una de las noches más largas y dolorosas de mi vida.
Estaba asustada, no sabía que hacer para aliviar el dolor atroz, pues no tenía ningún calmante en casa. No conseguía mover el brazo izquierdo era como si me hubiera roto un hueso.
- Si no he caído no puedo tener ninguna fractura ¿Por qué me duele tanto? Me preguntaba continuamente.
- Mañana, lo antes posible tengo que ir al médico para que me dé un remedio, me dije.
La doctora del pueblo, me diagnosticó una Periartritis, me recetó un analgésico y me dijo que no moviera demasiado el brazo. Me aconsejó que no fuera a la playa por un par de días.
El día siguiente lo pasamos paseando por el puerto, leyendo, escribiendo y sobre todo descansando.
Hacía años que no dormía una siesta tan plácida, quizás aquella periartritis no era tan mala como me imaginaba.
Por la noche fuimos a cenar a casa de los padres de nuestra amiga. También estaba su tía y luego llegaron dos viudas que en verano pasaban solas largas temporadas en unas casitas cercanas. U. preparó una riquísima cena para todos: spaghetti con una salsa a base de ajo, alcaparras, anchoas y tomates. A pesar de que la edad media de los comensales fuera de unos ochenta años fue una cena placentera con conversaciones muy amenas.
Mientras contemplábamos el mar, comiendo los postres, me acordé de nuestro vecino
- ¿Qué se sabe del hombre que tiene siempre la puerta abierta de casa y que no saluda a nadie? Le pregunté a la tía de mi amiga.
 - Es una historia muy larga. Si quieres te la puedo contar.
Entonces ella  empezó diciendo que nuestro vecino ya desde joven había sido un personaje muy raro. Lo llamaban tre rote1 porque su padre era cojo y llevaba siempre un bastón. Ahora tre rote estaba jubilado y nunca se había casado. Solo tenía una hermana que hacía muchos años que se había  mudado con su marido a la zona más turística de la isla para abrir una pizzeria. Cada dos por tres volvía a Río Marina. Sin embargo hacía mucho tiempo que nadie sabía nada de ella, decían que los hermanos, después de la muerte de su padre, se habían peleado y que ella había jurado no volver a pisar el pueblo.
Tre rote todo el día miraba culebrones en la televisión porque estaba muy solo y sobre todo porque le encantaba enterase de la vida de los demás, ya que la suya era muy árida. En realidad era un gran fisgón por eso siempre dejaba abierta la puerta de su vivienda, para poder ver a la gente que subía y bajaba por las escaleras.
Se escondía o hacía ver que no miraba a nadie, porque a él lo que le gustaba era espiar.
Durante muchos años había vivido en frente del pequeño supermercado del pueblo y solía pasar todo el día en la zona de los carritos para poder observar a la gente. Necesitaba saber quien entraba y quien salía de la tienda y más que nada le encantaba escuchar los comentarios de las mujeres.
A veces alguien le daba algunas monedas, pues creía que era uno de los ambulantes que se ganaban un poco de calderilla poniendo bien los carritos. Entonces Tre rote se enfurecía y sacaba su carácter fuerte, diciendo.
- ¿Por quién me ha tomado Usted?
Había pasado muchos años trabajando en las minas. El como su padre desde muy joven cada amanecer había entrado en aquellas cuevas de ematite y solo salía al cabo de muchas horas, cuando el cielo estaba casi tan negro como los minerales que allí se explotaban.
En la plaza principal había una taberna, cuya parte de atrás comunicaba con un cuartucho que hacía de tienda de ultramarinos. Los mineros antes de irse a casa a cenar solían pasar por la taberna, Tre rote en cambio se sentaba en la tienda y miraba entrar y salir a las mujeres atareadas, quienes iban deprisa con sus canastos todavía vacíos. Algunas compraban un poco de arroz y azafrán otras un trocito bacalao o una sardina arenque. Ellas se ocupaban, de los hijos, de las faenas del campo y de los animales y por consiguiente  se apañaban con poca cosa para guisar y casi siempre lo mismo.
Sentado cerca del mostrador a Tre rote le gustaba imaginarse la vida de los demás.
Ya era muy de noche cuando regresaba lentamente hacia su casucha donde el padre, quien después del accidente en el que casi perdió la pierna dejó de ir a la mina, y su hermana ya habían cenado. Le dejaban siempre un potaje u otro manjar recalentado.
Después de la desgracia del padre y de la muerte repentina de la madre había decidido que quería huir de su vida.
Encerrado en la mina, le pasaban los años y notaba que cada día sentía más el cansancio y le costaba respirar, sin embargo aguantaba porque sabía que al salir podría ir a la tienda y sentarse un rato en su silla para penetrar en otras vidas más llevaderas que la suya.
En el pueblo aún se acuerdan del día en que Tre rote se jubiló. Estaba tan contento que ofreció un vaso de vino a todos los parroquianos de la taberna. Todos bebieron y bebieron y al final de la noche Tre rote encendió un pitillo y dijo:
- Ahora finalmente podré ociar.
Por la mañana muy temprano, con una cara un poco desmejorada por la resaca, se sentó en la tienda de ultramarinos y allí pasó todo el día.
Al cabo de unos años abrieron en la parte nueva del pueblo un pequeño supermercado y por consiguiente cerraron la tienda donde él pasaba la mayor parte de sus horas.
Tre rote, alquiló un piso que lindaba con el nuevo supermercado. Se le veía cada día en la acera sentado en una silla, que había sacado de casa, con un cigarrillo en la boca y su mirada fija hacia los carritos.
La tía de mi amiga concluyó diciendo que Tre rote nunca había tenido muchos amigos, sin embargo desde el día en que que lo desahuciaron de su vivienda, se volvió un hombre todavía más solitario.
Salía sólo de su apartamento para ir a comprar cigarrillos y víveres para comer. A veces se paraba en un bar y tomaba un carajillo. El supermercado le quedaba un poco lejos y no tenía ánimos ni fuerzas para ir andando, por lo tanto la única posibilidad que tenía de entrar en al vida de los demás era dejar la puerta abierta de su casa. En el edificio había cuatro pisos, con dos viviendas en cada uno, al menos podría espiar a ocho familias.
Desde que me dolía el hombro, todos me trataban muy bien, sin embargo los padres y la tía de mi amiga además de mimarme me buscaban todos los remedios posibles para que no sufriera: infusiones de manzanilla, parches contra el dolor, hielo, jerseys de lana, aspirinas, bolitas de árnica, etc. Cada uno tenía su remedio.
No sé si fueron los cuidados recibidos o el medicamento que tomé lo que me alivió un poco el dolor.
La segunda noche me despertè a las tres y media de la madrugada contenta porque habìa podido dormir unas cuantas horas.
Me levanté y me senté en el sofá del salón. Estaba apaciguada con el mundo y lograba saborear el bienestar de aquella noche silenciosa.
La semana pasó volando y los últimos días pude bañarme en la calita que tanto me gustaba.
El día en que nos fuimos, bajamos por las escaleras primero las bicicletas, luego las bolsas y a continuación las maletas.
Tre rote seguía sentado impertérrito en su mesa.
Mientras bajábamos la última maleta llegó mi amiga. Se paró en la puerta de Tre rote, le dijo algunas palabras con dulzura y al final le dio recuerdos de parte de su tía.
La cara de aquel viejecito cambió. Sus facciones se volvieron más suaves y nos dijo con una voz ronca, como la de la mayor parte de los fumadores, pero quizás aún más cavernosa:
- ¡Buenos días! y ¡buen viaje!
Sentada en el barco pensé que la dulzura y los mimos eran fundamentales para curar todos los males: Tre rote quizás no se iba a curar jamás de los suyos, sin embargo cuando nos despedimos tenía un semblante más plácido y positivo hacia el mundo exterior y por lo que a mí se refería, la periartritis casi había desaparecido tras  los cuidados que había recibido.

1Tres ruedas




mercoledì 3 luglio 2013

A braccetto con la felicità















L'anno scorso, in un pomeriggio caldo di fine estate, mentre davo una occhiata ai libri, esposti nella piccola libreria del mio paese, della costa catalana, mi è caduto l'occhio su un titolo di un romanzo di una scrittrice spagnola un po' bizzarro:
Los estados carenciales1.
Comprai il libro subito e lo cominciai quella stessa notte. Ogni personaggio mi si era avvicinato lentamente. Forse il fatto che ognuno, alla sua maniera, cercasse ostinatamente la felicità, senza riconoscere che l'avevano a portata di mano, mi aveva molto colpito.
Il personaggio principale, impartiva lezioni di felicità in una Accademia che aveva aperto da poco, perché anche lui era in cerca di felicità. Con ottimismo sperava che, aiutando persone che si credevano infelici, forse si sarebbe salvato dal suo disastro coniugale.
Mi colpì molto la frase che il maestro pronunciò:
- Si può andare a braccetto con la felicità perché è a portata di mano di tutti noi.
e poi continuò:
- Dovete essere felici per il solo fatto di essere nati sulla Terra, un piccolo pianeta nella periferia della nostra galassia, che possiede un'atmosfera e ha molta acqua allo stato liquido. Avreste potuto trovarvi in qualsiasi punto del pianeta, invece avete avuto la fortuna di nascere in Europa, di avere un lavoro e la pelle chiara.
Da allora ogni mattina mentre mi facevo la doccia anch'io pensavo a quanto ero fortunata con tutto quello che avevo, soprattutto in quel momento con quell'acqua calda e benefica.
Per una serie di coincidenze, in quei giorni, sono capitata in un centro di ascolto. Sono arrivata con un quaderno per prendere appunti. Avevo capito che un esperto attraverso delle conferenze ci avrebbe spiegato come stare bene con se stessi e con gli altri, dato che questa era la tematica degli incontri. Invece mi sono trovata a far parte di un cerchio formato da persone sconosciute. Abbiamo dovuto parlare di noi, guidati da uno specialista che conduceva il lavoro di gruppo.
Non avevo mai percepito tanta infelicità o meglio non mi era mai capitato di stare con tante persone che erano o si credevano sventurate.
La prima a parlare è stata una fornaia grassoccia, che ci ha detto che aveva un fratello tossicodipendente. Dopo ha preso la parola un professore di Matematica, che ci ha fatto sapere che sentiva un gran disagio in classe davanti alla scolaresca ed era preso dall'ansia ogni mattina quando entrava a scuola. Una donna che aveva due bambini piccoli era disperata, dato che non riusciva a vivere la propria vita. Solo vivo quella degli altri, diceva. Dopo, un bell'uomo, molto elegante ha cominciato a dire che si sentiva fallito sia nella vita che nel suo lavoro di architetto da quando si era separato dalla moglie. I suoi discorsi logorroici sprigionavano molta solitudine, ho pensato. Accanto a me c'era una ragazza, era la più giovane del gruppo, ma era la più triste, diceva che non aveva speranze e che era delusa di tutto e di tutti.
Quando è toccato parlare a me, ho riferito quello che diceva il protagonista del libro sulla felicità.
Quasi tutti mi hanno guardata con una strana espressione, forse non riprovevole, ma indolente verso il mio discorso, che per loro era troppo banale.
La volta successiva però, la ragazza mi si è avvicinata e mi ha ringraziato per le parole sulla felicità che avevo detto, infine mi ha sussurrato che anche lei era meno infelice quando riusciva ad apprezzare le poche cose buone che aveva e che molti sulla Terra non avrebbero mai raggiunto.
Uscendo dal centro ascolto la ragazza mi ha invitato a prendere una tazza di tè in un bar vicino.
Mi ha raccontato che si era sposata molto giovane con un uomo più grande di lei, amico di suo padre, per poter abbandonare il piccolo paesino del sud dove viveva con la sua famiglia. Subito mi ha fatto partecipe della sua triste storia di violenze e maltrattamenti da parte dal geloso marito tutte le volte che rientrava a casa ubriaco. Dopo pochi mesi aveva scoperto di essere incinta, all'inizio non voleva quella gravidanza, ma col passare dei giorni si era convinta di tenere il bambino, nonostante suo marito, avesse ricominciato a maltrattarla. Mentre lei parlava mi è venuta in mente Anita, la llevadora2 del mio paese.
Anita, quando ero piccola, veniva tutti giorni a casa nostra, per fare una puntura a mia madre. Seduta in cucina sentivo raccontare le storie di persone infelici che aveva incontrato durante la guerra civile, quando lei e suo marito vivevano in Andalusia.  
A volte era tale la loro miseria, le loro pene, e tanta la disgrazia in cui erano cadute, che non avevano nemmeno la forza di sentirsi sfortunate, diceva.
La guerra civil era cominciata da molti mesi e non si vedeva la fine. La llevadora lavorava in un piccolo ospedale, in parte distrutto dalle bombe, che si trovava nella zona roja3, difesa dai repubblicani. Doveva far nascere i figli di donne sfortunate, che avevano perso tutto, il marito, la casa, la famiglia, donne che a malapena volevano continuare a vivere.
Perché c'era questa guerra tra fratelli? si chiedeva Anita.
La gente diceva che se avessero vinto i repubblicani, ci sarebbe stata più libertà e giustizia. Molti speravano che dopo la vittoria tutti sarebbero diventati uguali.
Non ci saranno ne ricchi, ricchi, né poveri, poveri, nella nuova Spagna, si augurava Anita.
Era un bell'ideale da perseguire, ma ogni giorno le cose peggioravano. Los nancionales4 bombardavano i centri abitati e fucilavano innocenti. Il bando republicano era sempre più diviso e i begli ideali non sempre erano chiari a tutti. Alcuni dirigenti rojos, soprattutto quelli più estremisti, condannavano la Chiesa, la ritenevano uno dei mali della Spagna. Alcuni esaltati volevano sterminare il clero, facendo ammazzare preti, monache e frati.
Dopo alcuni giorni, Anita sentì alla radio che erano state incendiate molte chiese e alcuni conventi.
La guerra era ingiusta, sempre erano i più deboli a farne le spese, si disse Anita.
Le settimane passavano e la pace era sempre più lontana. Un giorno di novembre, non molto freddo, la llevadora, fu impressionata dall'arrivo di una giovane monaca, suor Eulalia, che si presentò all'ospedale con una gran emorragia. Era incinta di quasi otto mesi. Era stata violentata da un miliziano atroce, spietato e fortemente anticlericale, ma soprattutto ubriaco di infelicità e di vendetta, che aveva agito di nascosto dai suoi superiori. Da allora suor Eulalia si era rifugiata nelle campagne vicino al monastero incendiato, con la madre badessa e una contadina che prima lavorava nel loro convento. Era la contadina a cercare il cibo e un tetto dove dormire ogni giorno. Ma la madre badessa era molto anziana e non superò l'autunno. Da quel giorno anche suor Eulalia volle morire.
La giovane suora piangeva, era smarrita. Anita l'accarezzò, la lavò e le disse che il bambino era ancora vivo. Suor Eulalia si calmò grazie alle mani dolci di Anita.
La llevadora raccontò a suor Eulalia, che suo marito Anselmo era finito nel frente del Ebro5, ma che adesso era fuori pericolo, in una caserma di Zaragoza, grazie al suo mestiere. Anselmo era stato sempre il barbiere del paese. In fine le disse che potevano stare tutti insieme nella loro casa.
Eulalia aprì gli occhi, guardò Anita e capì che era stata fortunata, a trovare quella donna. Per la prima volta dopo tanto tempo, volle ascoltare nel suo grembo, le piccole e dolci pedate di suo figlio.
Dopo molte ore suor Eulalia, diede alla luce un maschio, che chiamarono Agustìn. Il parto fu molto lungo e travagliato.
Il bambino aveva tanta voglia di nascere, che all'ultimo momento, quando il collo dell'utero della madre era quasi totalmente dilatato, conficcò il suo volto nel canale che lo portava verso la luce.
- Questo bambino si presenta di faccia, sarà un parto difficile, devo fare qualcosa, si disse Anita.
La suorina si mise a quattro zampe, seguendo il proprio istinto e soprattutto i consigli di Anita che le diceva:
- arrodìllate, arrodìllate6
La testa del nascituro uscì miracolosamente.
Quella nascita aveva fatto capire a suor Eulalia che a volte la felicità, quando sembra impossibile da raggiungere è a portata di mano, basta prenderla a braccetto. 
La ragazza aveva ascoltato con molto interesse la storia di Anita, poi mi aveva confessato che ancora non aveva informato nessuno della sua gravidanza e che voleva abbandonare il marito perché aveva una gran paura di perdere il bambino.
L'ho ringraziata per aver avuto fiducia in me e le ho consigliato di confidarsi con sua madre che forse era l'unica persona che la poteva aiutare.
All'improvviso si era alzata e allontanandosi verso la porta, si è girata e si è scusata dicendomi che doveva andare via.
- Dove vai così in fretta, le ho detto.
- Vado a prendere la felicità prima che scappi via.
La ragazza non era tornata al centro di ascolto e non ho saputo più niente di lei, ma a volte l'immagino che passeggia per le strade a braccetto con la felicità
Firenze marzo 2011
1 Mancanze affettive
2 levatrice
3 Rossa, zona governata dalla sinistra (comunisti, socialisti , repubblicani e anarchici)
4 I conservatori di destra, guidati dal generale Francisco Franco
5 Fronte nella battaglia del fiume Ebro
6 Inginocchiati, inginocchiati