venerdì 21 settembre 2012

Sotto le coperte - Bajo las sábanas



Da quando, quattro anni prima, era morta mia madre tutte le sere chiamavo mio padre. Così gli tenevo compagnia, mentre lui mi raccontava minuziosamente i fatti della sua giornata. A volte, quando doveva andare in bagno o a chiudere una porta o una finestra, lasciava la cornetta del telefono appoggiata sul tavolino e in quel tempo di attesa sentivo i rumori della casa.
Il suono delle campane della chiesa vicina, il miagolio del gatto, lo scricchiolio della porta della cucina e infine il rumore dei suoi passi lenti, mi facevano sentire accanto a lui. Nonostante mi trovassi a più di mille chilometri di distanza, mi sembrava di vedere le sue ciabatte di lana cotta che si strascicavano sul pavimento di graniglia, quello che mia madre aveva lucidato con tanto impegno tutta la sua vita. Poi lui si sedeva e riprendeva la cornetta del telefono per continuare a parlare con me.
Mio padre allora aveva  novant'anni e camminava un po' a stento, ma non voleva la compagnia di una badante, quindi viveva da solo, ma tutti i giorni andava a pranzo da mia sorella con la sua vecchia automobile e a cena da mio fratello, che abitava molto vicino alla casa  dove lui viveva da più di sessanta anni. Mio padre si sentiva solo soprattutto la notte, quando, dopo cena, rientrando a casa, guardava la televisione, seduto sul vecchio divano scolorito.
A mio padre non erano mai piaciuti gli animali, ma da quando era rimasto vedovo, il grosso gatto nero di mia madre era diventato il suo unico coinquilino.
Non ci potevo credere la prima volta che ho visto il gattone nero sulle ginocchia di mio padre, mentre guardava una gara di ballerini di tango sul vecchio televisore.
Quella telefonata notturna era per me come un rito. Verso le undici, prima che U. venisse a dormire, indossavo la camicia di notte, entravo nel lettone, leggevo qualche pagina del libro che avevo sopra il comodino e poi facevo il solito numero telefonico. Avevo la sensazione che parlandogli da sotto le coperte gli avrei trasmesso un po' del mio calore.
Ricordo che mio padre, i primi giorni dopo la scomparsa di mia madre, parlava sempre di lei. Si sentiva in colpa, perché diceva che non l'aveva amata tanto quanto lei aveva amato lui ed era ossessionato  dal fatto di non averla portata, dopo che era caduta, in un buon ospedale.
Per distoglierlo dai suoi sensi di colpa e dalla nostalgia che sentiva della sua compagna di vita, gli parlavo della situazione politica italiana. Appena udiva le mie lamentele verso il primo ministro di allora, mi diceva:  
 - Calla, no diguis res per telèfon. Ens poden escoltar.1 
 Lo tranquillizzavo ricordandogli che nessuno aveva interesse di ascoltarci, ma lui non ci credeva, perché gli ritornava in mente il terrore che aveva provato, sia durante il periodo della guerra civile, che durante la lunga dittatura franchista. Per lui non erano così lontani gli anni in cui il governo di Franco aveva terrorizzato il paese, prima con el toque de queda2, poi con i controlli nei luoghi pubblici, le intercettazioni telefoniche ad opera della guardia civil3 e della polizia, la dura prigione e spesso la pena di morte per motivi politici.  
Ricordava ancora la censura sulla stampa, radio, letteratura, cinema, teatro, la mancanza di libertà, la messa al bando dei partiti politici, l'assenza del voto popolare, il fanatismo religioso, l'abolizione delle feste laiche, la morte delle lingue minori e l'obbligo di usare dappertutto la lingua ufficiale.
Un giorno la sua voce trapelava allegria. Mi ha raccontato che era andato a fare il pieno di carburante al Parador, così veniva chiamata la gasolinera4, che si trovava all'uscita del paese e che aveva incontrato Antón Soler Bonet, il vecchio proprietario della pompa di benzina, che da poco aveva passato la gestione al figlio. Agli inizi degli anni sessanta Antón dovette smettere di coltivare la terra perché le sue proprietà furono confiscate, a causa della costruzione della nuova carretera nacional5, quella che collegava Barcelona alla frontiera francese. Antón, con tutti i suoi risparmi e il poco denaro che gli avevano pagato per le sue terre, prese in gestione il Parador.
Oltre che la pompa di benzina c'era una piccola pensione e un caffè dove i viaggiatori si fermavano a dormire o a mangiare un boccone. Alcuni vecchi del paese avevano preso l'abitudine di andare al Parador a giocare a carte e a fare tertulia6. Mio nonno Francisco, in quegli anni, acquistò un’ automobile usata, anche se non sapeva guidarla.
A nonno Francisco piaceva andare tutti i giorni a giocare a carte al Parador, quindi mio padre, che aveva preso la patente da poco, nel primo pomeriggio lo accompagnava e all'imbrunire lo andava a riprendere.
Antón quella mattina seduto al sole ricordò a mio padre il giorno in cui avevano conosciuto Bela Kardos, il chófer alemán7
Quel giorno, mentre il gruppo di vecchietti giocava a carte e parlava come sempre di semina e di raccolti, vide arrivare un pullman, il cui motore fumava come una locomotiva.
L'autoveicolo veniva dalla Germania e stava andando a prendere alcuni turisti tedeschi in una località marina vicina, dove avevano trascorso le loro vacanze estive.
L'autista prima sembrava disperato, perché temeva che l'avaria al motore fosse grave e che sarebbe dovuto rimanere in quel paese sperduto diversi giorni, ma dopo aver conosciuto i paesani che frequentavano il Parador, capì che non era così sfortunato e apprezzò il detto spagnolo: no hay mal que por bien no venga8. Appena scese dal veicolo fumante i vecchietti rimasero colpiti dal fatto che Bela parlasse spagnolo e che inoltre sapesse qualche parola di catalano.
Quel Bon dia9 e dopo quel vull pa amb tomaquet10 pronunciati dall'autista finirono per conquistare Antón e gli anziani del paese. 
Mio padre si ricordava che, il giorno che conobbe Bela, era andato un'ora prima del solito a prendere mio nonno e che lungo la strada aveva offerto una passaggio ad Anita, la llevadora1, la quale aveva bucato una ruota della sua bicicletta, mentre stava andando al paese vicino a visitare una puerpera. Bela, che il realtà era di origine ungherese, era un uomo di corporatura media, capelli neri lucidi, naso da pugile e una buona "forchetta". Era mite, ma molto appassionato quando parlava di politica. Era laico con idee progressiste come mio padre, ma la cosa che lui aveva più apprezzato di Bela era che gli aveva raccontato senza timore quello che succedeva veramente in Europa.
Antón era vedovo e aveva un desiderio segreto, quello di sposare una donna tedesca, quindi vide in Bela la strada per raggiungere il suo sogno.
 Il benzinaio riempì l'autista di attenzioni. Gli preparava ogni giorno una tortilla12e altri piatti tipici.  I vecchietti insegnarono a Bela il gioco del parchis13 e alcuni giochi di carte. L'autista vinceva spesso, ma essendo sempre allegro e scherzoso nessuno ne era invidioso. Si creò tra di loro, in pochi giorni, un bel sodalizio. Dopo quella volta dell'avaria, sempre che si recava in Spagna faceva una sosta nel Parador. Antón qualche anno dopo sposò una bella donna tedesca. Mio padre, grazie a Bela, riuscì piano piano a riconquistare la fiducia e la speranza di vedere una Spagna più libera.
Quella sera al telefono ho sentito la voce di mio padre ringiovanita. Quando è tornato da me, dopo aver posato la cornetta sul tavolino per andare ad aprire la porta al gatto, ho sentito i suoi passi più leggeri. Mi sembrava un'altra persona, forse il ricordo del suo amico Bela gli aveva fatto dimenticare il timore che provava di essere spiato o intercettato. Quella sera mi ha parlato delle sue idee di democrazia e di libertà cui tutta la vita aveva anelato. Prima di salutarci mi ha detto che nonostante la sua vecchia età ancora aveva voglia di vivere, per poter vedere un mondo migliore con meno ingiustizie e più equità.
Quella sera era stato mio padre a trasmettermi calore sotto le coperte.

1Taci, non dire niente al telefono, ci possono ascoltare.   
2Coprifuoco
3E' un corpo di polizia militare equivalente all'arma italiana dei carabinieri
4Pompa di benzina
5Strada statale
6Riunione di persone che parlano di politica, letteratura, arte,ecc.
7Un autista tedesco
8Non c'è male che nuoccia
9Buon giorno
10Voglio pane con pomodoro maturo condito con olio e sale.
11La levatrice
12Frittata tipica spagnola fatta con 6/8 uova generalmente con patate e cipolla .
13Gioco da tavola a quattro di origine araba che si gioca con un dado.


Bajo las sábanas

Desde que mi madre había muerto, hacía cuatro años, cada noche llamaba a mi padre. De esta manera le hacía compañia mientras él me contaba detalladamente lo que había hecho durante el día.
A veces, cuando él iba al cuarto de baño o a cerrar una puerta o una ventana, dejaba el teléfono sobre la mesita, yo esperando a que volviese, oía los ruidos de la casa.
Las campanadas de la iglesia cercana, el maullido del gato, el crujido de la puerta de la cocina y finalmente el ruido de sus pasos lentos, me hacían sentir a su lado. A pesar de estar a más de mil kilómetros de distancia, me parecía que estaba viendo sus zapatillas de lana que se arrastraban por las baldosas, que mi madre había dado brillo con tanto esmero toda la vida. Luego se sentaba y cogía otra vez el teléfono para renudar nuestra conversación.
Mi padre por aquel entonces tenía más de noventa años y caminaba un poco inseguro, pero no quería ninguna cuidadora, por eso vivía sólo, pero cada día iba a comer con su viejo automóvil a casa de mi hermana y a cenar a la de mi hermano, quien vivía muy cerca del caserón, donde él habitaba desde hacía más de sesenta años.
Mi padre sentía el peso de la soledad sobre todo por la noche, cuando, después de cenar regresaba a su casa y miraba la televisión sentado en el viejo y descolorido sofá.
A él nunca le habían gustado los animales, pero desde que se había quedado viudo, el enorme gato negro de mi madre era su  único compañero.
No me lo podía creer, cuando un día ví al gato en el regazo de mi padre, mientras miraba un concurso de baile en el viejo televisor.
Aquella llamada noctura era para mí como un rito. Hacia las once, antes de que U. se acostara, me ponía el camisón, me sentaba en la cama, leía unas páginas del libro  de mi mesita de noche y luego marcaba siempre el mismo número telefónico. Tenía la sensación de que hablándole, abrigada con una manta, le habría trasmitido un poco de  mi calor.
Recuerdo que mi padre, los primeros días después de la muerte de mi madre, hablaba siempre de ella. Decía que se sentía culpable por haberla amado menos de lo que ella lo había hecho y pensaba obsesivamente que había  actuado  mal, después de su caída, llevándola a un pequeño hospital cercano.
Para distraerlo de su sentimiento de culpabilidad y de su añoranza por  la compañera de toda la vida, le hablababa de la situación política italiana. Oyendo mis quejas hacia el primer ministro de aquel  entonces, en seguida me decía:
- Calla, no diguis res per telèfon. Ens poden escoltar.1
Lo tranquilizaba diciéndole que nadie tenía interés en escucharnos, pero él no me creía, porque seguía en su cabeza el terror que había sufrido en la guerra civil y durante la interminable dictatura franquista.
Para él aún eran cercanos los años en que el gobierno de Franco había terrorizado al país, con el toque de queda, con la policía y la guardia civil que inspeccionaba a la gente común en los lugares públicos y espiaba las comunicaciones telefónicas, con la dura prisiòn y a veces con la pena de muerte por motivos políticos.
Todavía recordaba la censura de la imprenta, radio, literatura, cine, teatro, la falta de libertad, los partidos políticos y el voto popular inexistentes, el fanatismo religioso, la abolición de las fiestas laicas, la muerte de los idiomas menores y la obligación de usar en todos los ámbitos la lengua oficial.
Un día su voz desprendía alegría. Me contó que había ido a poner gasolina al Parador, la gasolinera que estaba en las afueras del pueblo. Allí vio a Antón Soler Bonet, el viejo propietario del deposito de carburante, que desde hacía poco tiempo lo había traspasado a su hijo.
A principios de los años sesenta, Antón tuvo que dejar de cultivar la tierra porque le confiscaron sus fincas, a raiz de la construcción de la carretera nacional que iba de Barcelona a la frontera francesa.
Antón con sus ahorros y con el poco dinero que le habían pagado por sus tierras, abrió el Parador.
Además de la gasolinera el establecimiento tenía una pequeña pensión y un café para los viajeros que se pararan a pasar la noche o  quisieran comer un bocado. Algunos  jubilados del pueblo tenían la costumbre de ir paseando al Parador a jugar a cartas y a hacer tertulia. Mi abuelo Francisco en aquellos años compró un coche de segunda mano, sin embargo no lo supo manejar  jamás.
Al abuelo le gustaba ir a jugar a cartas al Parador, por lo tanto mi padre, que se había sacado el carnet de conducir en aquel entonces, por las tardes lo acompañaba y al atardecer lo iba a buscar.
Antón aquella mañana, sentado al sol, le recordó el día en el que habían conocido al chófer alemán, Bela Kardos.
Aquel día, el grupo de viejecitos mientras jugaba a cartas y charlaba como siempre de siembra o de cosechas, divisó un autocar, cuyo motor echaba humo como una locomotora,
El autobús procedía de Alemania e iba a buscar a un grupo de turistas alemanes en una cercana localidad de la costa, donde habían pasado las vacaciones.
El conductor parecía desesperado pues temía, que la avería del motor fuera seria y por consiguiente, tener que quedarse en aquel pueblo perdido, pero despuès de haber conocido a lo parroquianos del Parador, supo que no había tenido mala suerte y apreció de buena gana el dicho español: no hay mal que por bien no venga. Mientras Bela bajaba del autocar los viejecitos se quedaron pasmados oyéndole hablar español y algunas palabras incluso en catalàn.
Aquel Bon dia2 y luego aquel vull pa amb tomaquet3 que el chófer pronunció acabaron de conquistar a Antón y a los viejecitos del pueblo.
Mi padre se acordaba que el día en que conoció a Bela, había ido a buscar al abuelo una hora antes y que en la carretera había encontrado a Anita la llevadora, quien estaba sentada en la cuneta porque había pinchado la rueda de la bicicleta, mientras iba a un pueblo cercano a ayudar a una mujer que iba de parto. 
Bela, que en realidad era de origen húngara, era un hombre alto y bastante robusto, de pelo negro y brillante y la nariz chata  de boxeador. Le encantaba comer bien. Era tranquilo, pero cuando hablaba de política se entusiasmaba. Era laico con ideas progresistas como mi padre, pero la cosa que  él había valorado más de  Bela era el hecho de que le hubiera contado sin temor todo lo que estaba sucediendo realmente en Europa.
Antón era viudo y le hubiera gustado casarse con una mujer alemana, por eso vio en Bela el camino parar alcanzar su sueño.
El gerente de la gasolinera era muy amable con el chófer, cada día le preparaba una tortilla de patatas y demás platos típicos de la zona. Los viejecitos le enseñaron a Bela a jugar a parchís y a la butifarra, un  juego de cartas. Bela ganaba a menudo, pero siendo alegre y bromista todo el mundo lo apreciaba. Después de la avería cada vez que iba a España se paraba en la gasolinera. 
Mi padre, gracias a Bela, consiguió reconquistar la esperanza y la confianaza de ver una España más libre y Antón al cabo de pocos años se casó con una hermosa mujer alemana.
Aquella noche la voz de mi padre parecía rejuvenecida. Cuando volvió al teléfono, después de haber ido a abrir la puerta al gato, oí sus pasos más ligeros. Parecía otra persona, quizás el recuerdo de su  amigo Bela le había hecho olvidar el miedo que tenía de ser espiado. Aquella noche me habló de sus ideas de democracia y de libertad que toda la vida había anhelado. Antes de despedirnos, me dijo que, a pesar de su edad aún tenía ganas de vivir para poder ver un mundo mejor y más justo. Aquella noche fue mi padre el que me transmitió calor bajo las sábanas.
1Calla no digas nada. Nos pueden oir.
2Buenos dias
3Quiero pan con tomate



lunedì 10 settembre 2012

Le lingue prestate









 
 
 
Cara Esperanza:
Ti ho sentito al telefono triste e ho capito che esci poco di casa, a causa del dolore costante che senti nella parte più bassa del collo.
Ti hanno diagnosticato un’ernia cervicale, mi dispiace molto. Questo ti ha rattristata e amareggiata. Ti vergogni del collarino che devi portare, per questo non vai più a fare la spesa, la ordine per telefono e poi te la consegnano a casa. Ogni tanto leggi, ma dici che non riesci a concentrati. Da quando ti sei trasferita fuori città hai tagliato i ponti con quasi tutti i vecchi amici, perché? Desideri ancora tornare nella tua terra? Non ti sei mai sentita a casa qui in Italia!
Anche tu, come me, sei arrivata in questo paese da giovane, ma tu venivi da più lontano, da Capo Verde.
Anche tu come me usavi due lingue, quella capoverdiana e il portoghese.
Perché non mi scrivi una lettera? Raccontami quale è il tuo modo di comunicare, quali sono i segni che preferisci quando scegli le parole. In quale lingua esprimi le tue sensazioni?
Sono sicura che ti sentirai molto meglio dopo aver scritto in italiano, la nostra lingua comune.
Io invece, per rallegrarti le giornate che passi in solitudine, ti voglio raccontare la storia delle mie lingue intrecciate. Forse scrivendoti riuscirò a raggomitolare i tre fili linguistici che hanno colorato la mia vita e forse riuscirò a farti amare la nostra comune lingua prestata.
Da piccola giocavo tutti giorni con mia cugina in una lingua per me un po’ “straniera”: il castigliano1. Per qualche ora della giornata, prendevamo in prestito questa lingua.
In famiglia e per strada parlavamo sempre catalano, mentre a scuola usavamo solo il castigliano. Questo perché in Spagna, durante il periodo franchista, era vietato insegnare le lingue  diverse da quella ufficiale. Prima, invece, durante la seconda repubblica, mia madre ha imparato a scrivere nella nostra lingua materna. La sua calligrafia era molto bella, ancora oggi l’apprezzo rileggendo le centinaia di lettere che lei mi ha scritto dopo la mia partenza per l’Italia.
Appena uscivamo dall’aula, nei corridoi, le maestre e noi scolari “scoppiavamo a parlare” nella nostra lingua materna.
La mia vita si svolgeva in lingua catalana, ma ero affascinata da quest’altra nuova lingua, imposta o prestata a seconda dei momenti, che mi apriva il mondo.
I nostri vicini di casa parlavano il castigliano, erano emigrati dal sud della penisola. Io, giocando per la strada con i bambini andalusi, ho imparato molte parole nuove.
Ho cominciato a leggere e a scrivere in castigliano.
Ricordo ancora, avrò avuto otto anni, la prima volta in cui ho visto, in qualche libro trovato in soffitta, alcune parole nella mia lingua materna. Le guardavo incuriosita, alcune non le sapevo leggere, altre invece erano “parole antiche” come quelle che usava mio nonno.
E' morto quando avevo 11 anni, con lui sono morte anche parole antiche. Allora, come oggi, il catalano veniva contaminato da nuove parole castigliane.
Per molti anni mi sono sentita dimezzata. Sentivo che mi mancava qualcosa nella mia lingua nativa ma anche qualcos’altro nella lingua prestata.
In classe non riuscivo a leggere bene a voce alta. Mi si intrecciavano le due lingue. Forse sono stata un po’ dislessica, e forse ancora lo sono. Facevo fatica, ma mi piaceva molto imparare parole nuove e scriverle, anche se ho lottato molto con los tinteros2 e las  plumillas3 , che mi sporcavano le mani, i libri, i quaderni e, a volte, i vestiti.
Dopo poco, ho capito che era molto più facile leggere a voce bassa, senza temere il giudizio degli altri, allora tutto è diventato semplice e piacevole. Da allora ho cominciato a portarmi di nascosto a mia madre, dei libri a letto.
Un giorno, alle elementari, sono riuscita a studiare bene una lezione di scienze naturali e a prender un bel voto. Siamo rimaste di stucco, prima io e poi la maestra. Ricordo ancora qualche brano imparato a memoria: Antes, hace millones de años la tierra era redonda pero lisa. Hacía mucho frío. La tierra se arrugò, como nos pasa a nosotros cuando tenemos frío, así se formaron las montañas, los ríos y los mares4.
Dopo quasi 15 anni, dalla prima lezione di scienze nella mia piccola scuola di paese, arrivai innamorata in Toscana, con una valigia e la decisione di cambiare vita e corso di studi. Non parlavo una parola di italiano. Dopo poco tempo, a Firenze ho cominciato ad impadronirmi del gergo degli studenti universitari.
Meno male che dopo alcuni mesi ho imparato la parola: arrabbiato/a, i mie amici non la usavano mai, usavano solo il termine: incazzato/a, e io avevo assimilato quel suono senza conoscerne il vero significato.
La nuova lingua prestata cominciava a impadronirsi del mio linguaggio.
Sono andata a vivere nel Chianti, in una casa colonica, con il mio amore e altri studenti. In seguito, mi sono iscritta alla Facoltà di Geologia di Firenze, forse questa scelta è nata da quella piccola felicità che avevo sentito durante la prima interrogazione sull’origine delle montagne o forse dalla visione dei bellissimi fossili che aveva in camera un amico che ci aveva ospitato nella sua casa di Bologna.
Per mantenermi agli studi universitari impartivo lezioni di spagnolo ad adulti. Ricordo ancora una sera quando una signora anziana e molto distinta, che indossava sempre capellini ogni volta diversi, mi ha chiesto come si diceva in spagnolo la parola amo..... si, quello usato nella pesca.
Io ho cominciato a sudare, in mente la parola che mi balenava era “ham”, termine catalano e non spagnolo. “Ham, ham, ham”.
Per qualche secondo ho respinto la parola “ham”, mentre cercavo di trovare dentro la mia testa la parola castigliana. Finalmente ho ripescato il termine giusto: “Anzuelo”.
“Anzuelo, anzuelo, anzuelo.”
Ho tirato un sospiro di sollievo e la signora Angelica, questo era il nome dell’anziana signora assetata di nuove parole, è rimasta contenta.
Chi l’avrebbe mai detto che quella bambina da grande avrebbe insegnato la sua “lingua prestata” a persone adulte, di un’altra nazione, che con le loro ripetute richieste di tradurre delle parole, indirettamente, le stavano insegnando una nuova lingua.
L'italiano è diventato in fretta la mia seconda lingua prestata, ma per molto tempo ho avuto timore di scrivere in questa lingua.
Per anni, ogni settimana ho scritto, in catalano, una lettera a mia madre. Ora rileggendole rivedo pezzi della mia vita.
Ho usato sempre il castigliano per i brevi diari che ho cominciato in alcuni periodi e ho scritto sempre in questa lingua le lettere indirizzate al mio innamorato e ad alcuni amici.
Adesso mi sento “tripartita”, cioè divisa fra tre lingue.
Lo si può vedere dalla lista della spesa che compilo ogni settimana, prima di andare al mercato.
Eccone un esempio: ous,5 queso,6 pa,7 oli8, sal9, birra, arroz10, plátanos11, mele, bledes12, insalata, tomates13, cigrons14, pesce, llet15, jabòn16, pasta , pelati, vi17 , sucre18.....
Amo ugualmente sia la mia prima lingua che la seconda, presa in prestito nell’infanzia, che la terza, presa in prestito in età adulta.
Sento che, in ciascuna, mi manca qualche cosa. Questo mi ha fatto sentire, per tutti questi anni, più che poliglotta apolide di lingua. Adesso, ultra cinquantenne, ho deciso di adottare totalmente la lingua che avevo preso in prestito con timore, per questo nei mie scritti appare lentamente l’ultima lingua prestata. E mi sento, alla volta, felice e stupita di scrivere in italiano.
Spero che presto tu stia meglio.
Aspetto una tua lettera
Un abbraccio
Josefina
 
1 Attualmente è sinonimo di spagnolo
2 calamai
3 pennini
4  Prima, milioni di anni fa, la Terra era rotonda ma liscia. Faceva molto freddo. Come succede a noi, quando abbiamo freddo, la Terra si corrugò... così si formarono le montagne i fiumi ed i mari
5 uova           6 formaggio
7 pane           8 olio
9 sale            10riso
11 banane     12 bietole
13 pomodori 14 ceci
15latte          16sapone
17vino          18zucchero

mercoledì 5 settembre 2012

Sardanes e Jazz










 
 
 

Quattro musicisti suonavano Jazz una sera d'estate, mentre ero seduta davanti a un palco.
Quel pomeriggio mi era arrivato l'invito di una amica ad andare nella piazza del mercato, dove il suo compagno la sera suonava.
Ero da sola perché U. era stanco, cosa strana in lui, che è sempre pronto ad uscire di casa.
L'aria era calda, ma nello stesso tempo gradevole, perché soffiava un po' di vento. Nel cielo si vedeva una luna piena molto luminosa.
Mi piaceva stare in mezzo alla gente sconosciuta per potermi guardare intorno, osservando attentamente quel pezzettino di mondo, mentre mi ponevo tante domande:
- Cosa ci facevo in quell’immenso universo? Quanto era grande e dove finiva?
- Quante persone avevano visto e quante altre vedranno la stessa luna e le stesse costellazioni?
Chiudevo gli occhi ed immaginavo il nostro pianeta. Lo vedevo come un minuscolo sassolino insieme ad altri granellini che giravano intorno a un corpo luminoso. Via via vedevo migliaia di stelle vicine alla nostra, nella parte periferica della galassia, la quale faceva parte di uno dei tanti ammassi galattici del nostro sconfinato universo. Questo pensiero mi faceva girare un po' la testa, ma allo stesso tempo mi permetteva di apprezzare maggiormente la gente e le cose intorno a me.
Forse anche le formiche si disorientavano guardando in lontananza. Ho ricordato un vecchio libro, che sfogliavo da piccola, le cui illustrazioni di un formicaio mi avevano molto colpita. I piccoli insetti avevano costruito il loro rifugio dentro a un pezzo di tronco marcio, in una zona fitta della foresta tropicale. L'albero per questi animaletti forse era il loro sistema solare, ho pensato. C'erano innumerevoli alberi nella boscaglia che loro non potevano vedere. Inoltre non avrebbero mai potuto scoprire che oltre alla loro foresta, formata da tante specie vegetali, ce n'erano altre. Pensavo che se le formiche avessero potuto ragionare, mentre guardavano il confine del loro tronco, si sarebbero sentite smarrite come me, ma forse anche felici di stare tutte insieme nel nido che si erano costruite con tanto impegno.
Accanto al palco, scorrazzavano alcuni bambini e in fondo alla piazza altri ragazzi giocavano al pallone. Guardando quei fanciulli mi sono vista da piccola correre per la piazza principale del mio paese.
Tutte le domeniche d'estate, all'imbrunire, gli abitanti del paese, andavano nella piazza a ballare sardanes1,o a sedersi nei tavolini al fresco, mentre ascoltavano la musica e prendevano un bicchiere di horchata de chufa2.
Nel tardo pomeriggio, gli organizzatori della serata montavano, in fondo alla piazza, un piccolo palco di legno, dove unorchestra, la sera, avrebbe suonato. Per i più piccoli cominciava allora la festa. La cosa più bella era giocare sul palco e correre liberamente per la piazza.
Quando sentivamo le prime note musicali, dovevamo ritornare al tavolo, dalla nostra famiglia, ma dopo poco scappavamo via per sederci in mezzo a uno dei cerchi che formavano i danzanti.
Dal basso vedevo le gambe dei ballerini che si muovevano come le dita di un musicista quando suona un pezzo al pianoforte. Ricordo che alcune volte seduta per terra mi divertivo ad osservare le scarpe dei danzatori.
Guardavo i sandali nuovi, ma già deformati, della paffuta macellaia, che sfiguravano accanto alle belle scarpe di cuoio allacciate di suo marito, il quale da alcuni anni era il sindaco del paese. Ammiravo poi, le scarpine rosse della vanitosa parrucchiera, che risaltavano vicino ai consumati mocassini del postino, gli stessi che, tutte le mattine, con passi sicuri spingevano la bicicletta, con sopra il borsone carico di missive. Le sue gambe si muovevano con un brio speciale e io ne rimanevo incantata. Sì, ricordavo bene quei piedi, quando si appoggiavano sul gradino dell'entrata della nostra casa, dove d'estate giocavo seduta con le mie bambole, ne ero felice, perché sicuramente avrebbero portato un vampata di novità. Ogni mattina lo sentivo cantare, mentre lasciava nelle case vicine delle lettere, alcune d'amore, mi piaceva pensare. Quando invece vedevo una striscia nera in alto nella busta, sapevo che erano avvisi mortuari. Recapitava spesso le cartoline di alcuni paesani emigrati in America o le notizie dei tanti esuli della guerra civile. Altre volte vedevo grossi pacchi legati con un grezzo spago, che fuoriuscivano dalla sua borsa di cuoio, raramente portava telegrammi o notifiche notarili, ma una volta all'anno consegnava ai ragazzi ventenni le cartoline di richiamo alla leva.
 Alcuni ballerini però, calzavano le comode esperdenyes catalanes3, nonostante la domenica fosse abitudine indossare gli abiti e le scarpe migliori.
Altre volte mi piaceva seguire l'andamento di due scarpe sconosciute, che sceglievo tra le tante per costruirci una storia.
Mi ricordo una giovane villeggiante, forse di Barcellona, che una sera, per ballare meglio, si levò, le scarpe. Allora pensai che era una donna coraggiosa, che non le importava cosa dicessero gli altri. Immaginai la sua vita così: viveva con le sue amiche nel centro della città, lavorava come infermiera, aveva un innamorato, ma soprattutto era molto indipendente, forse come mi sarebbe piaciuto essere da grande.
Una domenica di fine estate in cui ero seduta, un po' distante dagli altri bambini, in mezzo al cerchio di ballerini, la mia mente si era allontanata dalla piazza mentre mi facevo delle domande:
- cosa ci facevo in mezzo a tanti piedi? Perché c'erano tante stelle? Dopo la morte dove andavano tutte le persone? Oltre a quelle stelle ce n'erano altre?
La musica jazz aveva smesso di suonare, la gente aveva cominciato ad alzarsi e ad andare vai.
Camminando per le strade ancora calde del mio quartiere, mentre tornavo a casa, sorridevo pensando che la musica delle sardanes e quella del jazz erano molto diverse, ma che entrambe quella sera mi avevano procurato delle belle sensazione.
 
Josefina Privat Defaus.
 Novembre 2011


1  Antica danza popolare catalana, molto semplice, dove le persone, di ogni estrazione sociale, si prendono per le mani formando grandi  cerchi, muovendosi e saltando a suon di musica. Forse ha origini nel “ballo tondo” sardo.
 2  Bevanda naturale e molto rinfrescante preparata con acqua, zucchero e latte di tubercolo ipogeo, diffuso nelle piane di Valencia, chiamato in catalano o valenciano xufa
3  Ciabatte di tela con la suola di corda tipiche della Catalogna