martedì 28 agosto 2012

Pasta con berenjenas - Spaghetti alle melanzane



Aprendí a guisar este plato en Toscana y con él  empezó a  encantarme el arte culinario.
Antes les tenía un poco de miedo a las faenas de cocina, me parecían cosas difíciles y aburridas, quizás porque  a mi madre no le gustaba hacer la comida y siempre se quejaba.
Entiendo que para ella era pesado preparar el almuerzo y la cena cada santo día, sin que nadie le ayudara. Recuerdo que nosotras, las dos hermanas ya mayorcitas, sólo poníamos y sacábamos la mesa y los hombres de la casa, mi padre y mi abuelo, no hacían nada, pues llegaban cansados del trabajo. Mi hermano primero era demasiado pequeño y luego siguió la cómoda costumbre de que los hombres no tenían que estorbar en los fogones.
Sin embargo siempre me ha encantado asistir a comidas caseras, donde se preparaban platos sencillos pero hechos con amor. Me sigue gustando la atmósfera que se crea alrededor de un buen manjar.
Cuando fuimos a vivir juntos U. y yo a Firenze, empecé a aprender a cocinar. Miraba como U. preparaba las salsas para aliñar los platos de pasta y me quedaba boquiabierta, por su fantasía y por su espíritu de improvisación. No me atrevía mucho a guisar las salsas, pues pensaba: ¿cómo a una catalana le va a salir bien la pasta?
Un día U. y yo fuimos con unos amigos a las Isole Eolie y antes de embarcarnos en el puerto de Milazzo, comimos en una trattoria spaghetti alle melanzane, uno de los mejores platos que he probado en  mi vida.
Intenté varias veces preparar ese plato siciliano. Siempre me salía bueno, pero había algo que no me acababa de convencer. Al principio cortaba las berenjenas a daditos, más tarde comprendí que el secreto era cortarlas a lonchas verticales.
A lo largo de los años he ido preparando este plato sobre todo cuando teníamos invitados. El otro día me escribió un amigo catalán, con quien habíamos cenado la noche anterior, diciéndome que mis spaghetti alle melanzane le habían gustado tanto, que no se daría paz hasta que consiguiese la receta. Eso me alagó mucho.
He aquì la receta para todos los que quieran gustar de un plato sencillo, pero que rebosa de esquisitez.
Ingredientes para seis personas :
- 500-600g. de spaghetti (u otra clase de pasta)
- 800g. de tomates maduros (mejor frescos o de conserva enteros )
-  una berenjena
- 3 o 4 dientes de ajo
- aceite extra virgen de oliva
- alcaparras
- albahaca
- sal
  
En una sartén grande se sofríen los dientes de ajo en bastante aceite. Después se añaden las lonchas de berenjenas cortadas  finas y saladas. Se agregan las alcaparras y se cubre la sartén con una tapa. Cuando las berenjenas se hayan cocido, se añaden los tomates troceados y un poco de albahaca.
Se deja cocer unos 45 minutos primero a fuego vivo y luego a fuego suave. Mientras tanto se hace hervir  agua con sal, en una olla y se cuece la pasta “al dente”, (los spaghetti son màs delicados si son "all'uovo"). Después de haberla colado, se agrega la pasta a la salsa en la sartén y se deja medio minuto a fuego vivo, removiéndola para que quede bien aliñada. Al final, antes de servir se puede aderezar con otras hojas de albahaca y con guindilla. 
(Se puede preparar plato también muy sabros, en lugar de berenjenas aceiutunas negras )

Pasta alle melanzane
Ingredienti per sei persone:
- 500-600g. di spaghetti (o altro tipo di pasta)
- 800g. di pomodori maturi ( freschi o pelati in conserva)
- una melanzana
- 3 o 4 spicchi d'aglio
- olio extravergine di oliva
- capperi
- basilico
- sale

In una padella si frigge l'aglio in olio abbondante. Quando l'aglio sarà dorato si aggiungono i capperi e la melanzana tagliata a fettine per la loro lunghezza . Si  sala e si copre con un coperchio. Quando la melanzana sarà morbida mettere i pomodori a pezzettini e un po' di basilico.
Si lascia cuocere per circa 45 minuti a fuoco moderato. Intanto in una pentola si fa bollire acqua col sale e si cuoce la pasta al dente (gli spaghetti all'uovo forse  danno un tocco più delicato)
Dopo aver scolato la pasta si mette sulla padella e si gira mezzo minuto per poter amalgamarla bene con il sugo.
Prima di servire si possono aggiungere delle foglioline di basilico e un po' di peperoncino.












giovedì 23 agosto 2012

Le sei cugine - Les sis cosines



Il desiderio di fare un incontro con le mie sei cugine catalane è nato una domenica di fine estate in cui avevamo prestato la macchina a nostra figlia.
Volevamo andare al mare a trovare degli amici. Come potevamo fare?  Mio marito ha avuto una buona idea dicendo:
- Andiamo in treno e portiamo con noi le biciclette.
Uscire di casa in bici, arrivando direttamente sui binari è stato molto comodo. Viaggiare un'ora è mezza seduti leggendo un buon libro è stato rilassante. Scendere dal treno con la bicicletta, pedalando poi, per qualche chilometro  sulla pista ciclabile,  che costeggia  il mare da Viareggio fino a  Lido di Camaiore, è stato emozionante.
Lo stabilimento balneare era semi deserto, gli ombrelloni a righe bianco e blu facevano un'ombra delicata, le sedie a sdraio azzurre vuote punteggiavano la grande spiaggia.
Guardavo il  mare  e mi veniva in mente  quello della mia infanzia.
I nostri amici, una coppia molto simpatica che aveva ereditato una casetta in quel posto, sono stati felici di vederci e dopo aver fatto un bagno abbiamo passeggiato sulla battigia. Verso l'una sono arrivate da Milano, allegre e chiassose, le sei cugine del nostro amico.
Abbiamo pranzato all'ombra di un pergolato e tra i primi piatti di pesce e le belle insalate ci siamo un po' raccontate le nostre storie.
Seduta  a quel tavolo ho provato una  piacevole emozione.
- Era  bello trovarsi tra cugine, ho pensato.
Anch'io ho sei cugine, che hanno tra i quaranta e sessant'anni. Tutte abitano nel paese della costa catalana, dove sono nata.
Ogni anno d'estate ci vediamo di sfuggita, ma so poco della loro vita.
All'imbrunire abbiamo salutato i nostri amici e le cugine. Mentre pedalavo verso la stazione mi sono detta che anche io avrei voluto  riunire intorno a un tavolo le mie sei cugine.
Appena sono arrivata a casa ho scritto, una mail a una di loro, raccontandole la giornata trascorsa al mare. Lei è la più tranquilla e  forse la piú solitaria. Lavora  come ostetrica e vive da sola da quando si è separata dal marito.  
Verso giungo, ci siamo rissentite e grazie a lei, che ha contattato le altre, siamo riuscite a organizzare un primo incontro in un ristorante in riva al mare. 
La giornata era molto calda, ci  avevano preparato una bella tavola fuori in  terrazza, ma nel tardo pomeriggio è arrivata una tormenta che ci ha costrette a rifuggiarci  al coperto. Abbiamo cenato tra tuoni e lampi igualmente contente di stare insieme. Non immaginavamo ancora che nelle  vita di una di noi ci sarebbero stati dei grandi cambiamenti.
L'anno seguente siamo state invitate a casa della cugina ostetrica, la quale voleva farci conoscere suo bambino di pochi mesi. A quasi cinquanni aveva deciso di avere il suo primo figlio.
- Come era stata coraggiosa a fare nascere e  crescere quel bambino da sola, pensai.
Da allora ogni anno ci vediamo regolarmente. Durante le  cene con le cugine emergono molti ricordi della nostra infanzia, ma verso la fine finiamo sempre  a parlare di: mariti,  figli, nipoti che stanno arrivando e dei  genitori anziani; poi del lavoro, del nostro tempo libero e soprattutto delle nostre speranze.
Grazie alla  pedalata di quella lontana domenica di fine estate, sono riuscita a condividere ogni anno con le mie cugine un po' delle nostre vite.


Les sis cosines
El pensament de fer una trobada amb les meves cosines catalanes va començar a rodar-me per el cap un diumenge de finals d'estiu, el dia que varem deixar el cotxe a la nostre filla.
Voliam anar a la platja a veure uns amics que tenian una caseta a la costa de la Toscana. Com hi podìam anar? L'U. va tenir una  bona idea:
- podem anar en tren i carregar-hi les bicicletes, va dir.
Sortir de casa en bici, arribant directamente a la estaciò va ser comodissim. Viajar un ora i mitja, seguts llegin un bon llibre, va ser molt relaxant. Baixar del tren amb la nostre bicicleta i pedalar alguns kilometres de Viareggio fins a Lido de Camaire va ser emocionant.
La platja estaba quasi deserta, les sombrilles de ratlles blaves i blanques feien una ombre delicada, les gandules blaves espurnagiaven la sorra. El mar tan blau em recordava el mar de la meva infantesa en el meu poble de la costa catalana.
Els nostres amics, una parella molt simpatica, estavan molt contents de veure-ns. Primer ens varem banyar i després varem passegiar alegrement per el trancall de l'aigua.
Cap a l'una varen arrivar les sis cosines del nostre amic.
Les  cosines eran alegres i xerraires. Elles habìan vingut en tren de la Lombardia, inclòs una habìa sortit aquella matinada de Venècia.
Varem mangiar tots plegats sota l'ombra de una parra i entre els primers plats de pasta amb salsa de peix i les gustoses amanides, ens varem explicat les nostres histories.
Vaig sentir una emociò molt forta sentada en aquella taula.
- Era molt maco trobar-se entre cosines, vaig pensar.
Jo tambè tinc sis cosines, entre quaranta i seixanta anys. Totes viuen en el mateix poble de la costa catalana on vaig neixer. Cada any a l' estiu ens veiem pel carrer, pero jo se molt poc de la seva vida.
Al vespre ens varem acomiadar dels nostres amics i de les cosines. Mentres pedalava camí de la estació, rumiava que m'agraderìa molt reunir-me  en torn de una taula amb les meves sis cosines.
Quan varem arrivar vaig escriure una mail a la Fina,  una de les  meves cosines, dien-li que podriam fer un sopar totes juntes. Ella es dolça i solitaria. Es llevadora i viu sola desde fa molts anys, quan es va separar del seu  marit.
Gracies a la Fina,  que ens va trucar a les cosines, ens varem  poder reunir totes. El dia era molt calorós, teníem una taula preparada en el jardì. Cap a les vuit del vespre va començar a ploura, i varem tinguer de sopar a dintre, entre llampecs i trons, però totes estavem molt contentes de poder estar juntes. No sabiam encara que en a la vida de una de nosaltres hi hauria un gran adveniment.
Desde llavors cada any  fem un sopar totes les cosines. Casi sempre anem a casa de la Fina. Un any mentre mangiavem varem poder tenir en els nostres braços al seu primer fill, que havia nascut feia poc. Ella havia decidit tenir-lo  a quasi cinquanta anys.
- Quina força que ha tingut  al tenir un fill tota sola, vaig pensar.
Duran el sopars van sortin molts records de la nostre infantesa, pero cap al final  parlem de: marits, fills, nets que estan arrivant, els pares grands, les nostres feines, el nostre temps lliure, que es molt poc,  i sobre tot de les nostre il.lusions.
Gracies a la volta en bicicleta d'aquell llunyà diumenge de finals d'estiu, he conseguit compartir cada any amb les meves cosines  troçets de les nostres vides. 






sabato 4 agosto 2012

Higos - Fichi





Bajaba las escaleras de un viejo caserón con mucho cuidado para no caer. Llevaba una bandeja muy grande  que  contenía algo delicado, pues mis manos la cogían con fuerza y sobre todo mis pies pisaban despacio y seguros los gastados peldaños.
Un manjar, era eso lo que llevaba, lo descubrí después cuando la voz de mi amiga, Rosanna, quien  detrás de mí  iba casi empujándome,  llegó a mis oídos;
- Date prisa que los comensales van a dejar la casa.
- ¿Pero quiénes son los comensales? ¿y  que hay en la bandeja? Le pregunté.
- No me digas que no te acuerdas de la  exquisitez que esta mañana  hemos cocinado juntas.
- ¿Y qué es lo que hemos guisado?
- Una paella y con ésta después hemos preparado unos entremeses fabulosos, a base  hojas tiernas de higuera con rebanadas de pan con tomate e higos.
- ¿Bocadillos de paella con higos? Eso si que no lo había oído nunca.
- Corre que se van a ir todos, ya estoy oyendo  sus pasos, decía Rosanna.
- ¿Quiénes son los que se marchan? ¿Por qué hojas de higuera en la paella?
En efecto oía pasos de gente que corría. Intenté apresurarme lo más que pude, pero la bandeja, que era  negra y  parecía  de hierro,  me pesaba mucho y no lograba moverme.
Acerqué mi cabeza hacia  el paño blanco que cubría el manjar y un buen  perfume de tomillo y romero inundó mi nariz. Sentí un gran bienestar, era como si me hallara en el monte rodeada de olorosas matas de plantas mediterráneas. 
Me relajé y le dije a  Rosanna que pasara  adelante, pues  de esta manera  podría avisar a los invitados,  de que la  comida estaba llegando.
Oí una carcajada tan  fuerte y tan exagereda que me molestó. Rosanna era una chica pelirroja muy guapa y a la vez sencilla. Nunca en mi vida le  había oído una risa semejante que saliera de su boca.
Siguieron otras carcajadas aún más fuertes que me hicieron hincar del lecho.
Eran las risas de unos turistas, que estaban bebiendo cerveza sentados en el bar del  camping, de una pequeña isla  en  la zona sureste del Peloponesio, donde estábamos acampados, aquella noche.
- Todo era un sueño, me dije.
Me senté  y saqué la cabeza de la tienda.
Que sueño tan raro, pensé. Pero estaba contenta de haber soñado con Rosanna, una amiga que  hacía mucho tiempo que no veía.
Al cabo de poco, por suerte, se fueron todos a  sus tiendas y en aquel maravilloso silencio me dormí enseguida.
Por la mañana, mientras desayunábamos bajo la sombra de unos arbustos, olí la misma fragancia de  la noche anterior y recordé el sueño. Para no olvidarlo se lo conté a mis compañeros de viaje.
Pero antes de empezar tenía que explicarles a mis cuñados,  con  los cuales viajábamos mi marido y yo, quién era Rosanna. Debía empezar hablando de los años ochenta.
Por aquel entonces Rosanna vivía con su enamorado Giovanni cerca de nuestra casa.
Eran una pareja muy simpática y divertida. Ella trabajaba  en un colegio dando clases a los niños de primaria, era sufridora  y a veces pesimista hacia su futuro,  pero  muy cariñosa con todos. El era más vividor e independiente, quizás porque  se había quedado huérfano cuando era pequeño. Fue criado por sus hermanas mayores, sin embrago de muy joven se fue de su pueblo para ir a  estudiar a Nápoles. Nunca se quejaba de la vida que hacía, pero por lo visto no  le gustaba, pues al cabo de poco tiempo dejó el trabajo  de  profesor de gimnasia y se buscó la vida en un almacén de un  gran supermercado.
Una tarde de finales de verano me llamó Rosanna para decirme que nos querían invitar a cenar en su casa.
Vivían en una casita de campo a pocos kilómetros de Firenze. Habían compartido la casa con otros estudiantes, pero en aquel entonces vivían sólos.
- ¡Qué suerte que tienen Rosanna y Giovanni! ¡Viven sólos! le decía yo a mi enamorado cada dos por tres.
En aquellos años él y yo vivíamos con algunos estudiantes en una casa de campo muy antigua, en S. Polo in Chianti, a unos  diez kilómetros de donde vivían nuestros amigos, en una  zona muy bonita, sin embargo teníamos muchas ganas de alquilar un piso en Firenze para  vivir los dos sólos. Él había encontrado  trabajo  y yo daba clases  de español en una academia mientras terminaba la carrera, por lo tanto podíamos contar con un poco de dinero. Necesitábamos más intimidad, más comodidades y sobre todo más tiempo, ya que los atascos que encontrábamos cada mañana, entrando en la ciudad  para ir al trabajo, nos mataban.
La cena fue riquísima, pues él guisaba estupendamente los primeros platos y ella era muy buena cocinera  para los segundos. Pusieron la mesa en el jardín  y trascurrimos una noche muy agradable.
Recuerdo que hablamos de nuestro porvenir, que todavía era borroso  pues teníamos unos veinticinco años.
Comiendo los postres, bajo la luz de unas velas, Rosanna  nos dijo:
- Os hemos invitado porque queremos daros una noticia.
Durante unos segundos  pensé: ¿Habrán encontrado finalmente un  trabajo que les guste?  ¿Van a ir  al extranjero?  ¿ Esperan un hijo?
Nunca hubiera imaginado que nos dijeran, que habían dejado de quererse y que  cada  uno  ya tenía  una nueva pareja.
Nos quedamos helados. Recuerdo que,  mientras Rosanna decía que se  habían  dejado sin reñir y Giovanni añadía que seguían  amigos, porque  ninguno de ellos  había sufrido,  yo lo sentí muchísimo.
Mientras contaba la historia de la separación amigable de Rosanna y Giovanni terminamos de desayunar. El sol era cada vez era más alto, por eso nos preparamos para ir a la playa y  me olvidé del sueño.
Por la noche decidimos ir a cenar  a un restaurante del único pueblo de la isla.
La noche era suave y  la mesa donde comíamos estaba muy cerca de las limpias aguas del puerto. De vez en cuando echábamos un poco de pan a los peces voraces.
Cenamos  a base de pescado, pero para empezar pedimos unos  entremeses típicos griegos.
Cuando vi llegar una bandeja, de la que sobresalían  dos tiernas  hojas de higuera, con sobre cuatro  pimientos rojos  rellenos de feta, el famoso queso griego, volvió a mi  cabeza el  sueño y entonces entendí el porqué  de  las hojas de higuera: daban  elegancia y majestuosidad a  los manjares, pero sobre todo eran mágicas, pues gracias a ellas  aquellas pequeñas  historias cotidianas  se habían entrecruzado.



Foglie di fico
Scendevo le scale della vecchia casa facendo molta attenzione a non cadere. Reggevo un grande vassoio con molta cura. Doveva essere  una cosa  delicata quella che trasportavo perché le mie mani lo afferravano con decisione e i miei piedi scendevano lentamente e  con sicurezza i consumati scalini. Cibo prelibato, era questo quello che portavo, lo avrei scoperto dopo, quando la voce della mia amica Rosanna, che scendeva dietro di  me quasi spingendomi, mi è arrivata.
- Affrettati perché gli invitati se ne stanno andando.
- Ma chi sono gli invitati? E cosa c'è nel vassoio?Le domandai?
- Non dirmi che non ti ricordi di cosa abbiamo cucinato insieme?
- Cosa abbiamo fatto?
- Una bella paella e dopo con questa abbiamo preparato degli antipasti, a base di foglie di fico, fette di pane al pomodoro e fichi.
- Panini di paella con fichi? Questo sì che non lo avevo mai sentito.
.- Corri che tutti scappano,  sento i loro passi, diceva Rosanna.
- Chi è che se ne va via? Perché foglie di fico nella paella?
Sentivo, in effetti, dei passi di gente che correva. Ho cercato di affrettarmi il più possibile, ma il vassoio, che era oscuro e sembrava di ferro, mi pesava tanto che non riuscivo a muovermi.
Ho piegato la testa in avanti fino a a toccare quasi il panno bianco, che copriva il cibo, e un buon profumo di timo e rosmarino è arrivato alle mie narici. Ho sentito un gran benessere, come se mi trovassi in campagna e fossi circondata da profumate piante della macchia mediterranea.
Mi sono rilassata e ho detto a Rosanna di passare avanti, così avrebbe potuto dire agli invitati che  la portata stava arrivando.
Una risata forte ed esagerata mi ha enormemente disturbata. Rosanna era una bella ragazza di lunghi capelli rossi piuttosto pacata. Non avevo mai udito un  simile modo di ridere uscire dalla sua bocca.
Ho sentito altri grandi scoppi di riso, che mi hanno fatto saltare dal letto.
Mi sono seduta e mi sono affacciata dalla tenda.
Alcuni turisti stavano bevendo allegramente della birra nel bar del camping,  della piccola isola a sud est del Peloponneso, dove avevamo montato la tenda quella notte.
- Tutto è stato un sogno, mi sono detta.
Come era strano quel sogno, ho pensato. Ma ero contenta di aver sognato Rosanna, un' amica che non vedevo da diversi anni.
Dopo poco i turisti se ne sono andati nelle loro tende e   immersa nel silenzio mi sono addormentata.
La mattina dopo, mentre facevamo colazione, all'ombra di alcuni arbusti, ho sentito lo stesso odore della notte prima e subito ho ricordato il sogno. Per non dimenticarlo l'ho raccontato ai miei compagni di viaggio.
Ma prima di cominciare il racconto dovevo spiegare a i mie cognati, con i quali U. ed io viaggiavamo, chi era Rosanna. Dovevo per forza parlare degli anni ottanta.
In quel tempo Rosanna viveva con il suo innamorato Giovanni vicino a casa nostra.
Erano una coppia molto simpatica e divertente. Lei insegnava in una scuola elementare, era un po' ansiosa e a volte pessimista verso il futuro, ma sempre era molto affettuosa con tutti.
Lui si godeva più la vita ed era molto indipendente, forse per essere rimasto orfano da piccolo. E' stato allevato da due sorelle più grandi di lui, ma presto lasciò il piccolo paese per andare a studiare a Napoli. Non si lamentava mai della sua vita, ma forse non ne era molto contento, perché dopo poco lasciò il lavoro d'insegnante di ginnastica per entrare  in un grande magazzino.
Un pomeriggio di fine estate, mi chiamò Rosanna per dirmi che lei e Giovanni volevano invitarci a cena a casa loro.
Vivevano in una piccola parte di una casa colonica a pochi chilometri da Firenze. Fino a qualche tempo prima abitavano con altri studenti, ma allora erano da soli.
- che fortuna che hanno Rosanna e Giovanni!! vivono da soli!!. dicevo  spesso a U.
In quegli  anni U. ed io abitavamo con alcuni studenti i una vecchia casa colonica a S. Polo in Chianti, una bella zona a una decina di chilometri da dove stavano i nostri amici, ma avevamo un gran desiderio di affittare un appartamento a Firenze per vivere noi due da soli.
U. aveva trovato lavoro in un ente pubblico e io impartivo lezioni di spagnolo in una scuola privata, mentre cercavo di laurearmi, quindi avevamo un po' di soldi. Avevamo bisogno di più intimità e non volevamo passare tutto quel tempo in automobile ogni mattina e rimanere intrappolati in lunghe code all'entrata della città.
La cena era buonissima, dato che lui cucinava molto bene la pasta e lei era molto brava a preparare i secondi piatti. Hanno apparecchiato in giardino e abbiamo trascorso una notte molto piacevole
Ricordo che abbiamo parlato del nostro futuro, che vedevamo ancora nebbioso, forse perché ancora eravamo giovani. Allora avevamo tutti circa 25 anni.
Mentre mangiavamo il dolce,  al lume di candela, Rosanna ci ha detto:
- Vi abbiamo invitato perché  vogliamo darvi una notizia:
Per un attimo ho pensato: hanno trovato un lavoro migliore? andranno a vivere all'estero? Aspettano un figlio?
Non avrei mai immaginato che ci dicessero che avevano smesso di amarsi e che ognuno aveva un nuovo compagno.
Siamo rimasti allibiti. Ricordo che mentre Rosanna ci faceva sapere che si erano lasciati senza litigare e Giovanni aggiungeva che erano rimasti amici, perché nessuno di loro aveva sofferto, io sentivo che  mi  dispiaceva molto.
Raccontando la storia della separazione amichevoli dei nostri amici abbiamo finito di fare colazione. Il sole era sempre più alto forse  per questo ci siamo subito preparati per andare al mare, quindi  mi sono dimenticata del sogno
Quella sera abbiamo deciso di andare a cena al ristorante dell'unico paesino dell'isola. La notte era tiepida e il tavolo dove mangiavamo era molto vicino alle limpide acque del porto. Ogni tanto gettavamo un po' di pane agli avidi pesci.
La cena è stata a base di frutti di mare, ma per iniziare abbiamo ordinato alcuni antipasti tipici greci.
Appena ho visto arrivare il vassoio, dal quale spuntavano delle tenere foglie di fico con sopra  quattro peperoni rossi ripieni di feta, il famoso formaggio greco, mi è tornato in mente il sogno e allora ho capito il perché delle foglie di fico: davano eleganza e maestosità ai cibi prelibati, ma soprattutto erano magiche, perché grazie a esse, quelle piccole storie quotidiane si erano intrecciate.



























mercoledì 1 agosto 2012

Un viaggio inconsueto














L'imbarco

Partire per un lungo viaggio, da un posto diverso da casa nostra, mi è sembrato molto insolito. Siamo partiti da Poppi, perché da lì era più facile organizzare e caricare il furgone-camper con cui dovevamo viaggiare.
Facevamo quel viaggio con il fratello di U. e sua moglie che vivono in Casentino, dove eravamo arrivati la sera prima, lasciando una Firenze rovente.
La giornata in cui siamo partiti era tersa e prometteva una gran calura. Mentre attraversavamo l'Appennino campano sentivo, seduta leggendo un libro, un vento caldo quasi soprannaturale, che entrava dalle finestre del nostro veicolo e ci avvolgeva come una grande sciarpa. In quei momenti la sonnolenza mi rapiva e le parole che leggevo si perdevano lentamente in mezzo a quel ciclone caldo.
Il furgone era piuttosto confortevole anche se non aveva l'aria condizionata. Non era molto grande ma ci bastava per i nostri bagagli, quelli che servivano per una quindicina di giorni.
Siamo arrivati a Bari in anticipo e subito, con nostra sorpresa, siamo venuti a sapere che la nave aveva più di tre ore di ritardo.
Cosa fare? Non eravamo tranquilli di lasciare il camper incustodito nel parcheggio del porto, dato che qualche anno prima, a Tallin in Estonia, sempre nelle vicinanze del porto, ci avevano scassato il veicolo e rubato molte cose dal suo interno, tra cui due computer portatili.
Ci siamo seduti sulla terrazza di un piccolo bar e abbiamo preso delle bevande fredde. Il proprietario del locale, un giovane barese simpatico e chiacchierone di nome Rocco, si è offerto di vigilare il camper e nel frattempo di prepararci una cena a base di pasta, quindi noi siamo andati tranquillamente a visitare la città.
Mentre camminavo accaldata per le viuzze del centro, vedevo tante donne e alcuni uomini, seduti sulle sedie fuori dall'uscio delle loro case.
Tutte quelle persone su quelle sedie mi ricordavano la strada del paese della costa catalana dove sono nata. Ogni sera all'imbrunire le donne portavano fuori le sedie impagliate della cucina, per poter prendere il fresco e parlare con le vicine. Gli uomini dopo cena andavano al caffè a giocare a carte o a domino e quando rincasavano si sedevano con in bocca il sigaro, ormai spento, a fare tertulia1 con le donne del vicinato.
Noi bambini correvamo e giocavamo per la strada o sulla piazza vicina. Nessuno ci controllava, era bello sentirsi liberi in quelle notti d'estate degli anni sessanta.
Abbiamo mangiato gli spaghetti al pomodoro e basilico che Rocco ci aveva preparato con cura, accarezzati da un vento di ponente, forse un po' insistente ma benefico, dopo la gran calura sofferta. Poi per ammazzare il tempo ci siamo sistemati con i nostri libri sulla terrazza dello stabilimento di Rocco, che lentamente è diventa la nostra nicchia, fatta da tavoli e sedie di plastica rossa in quell' angolo del porto di Bari.
Abbiamo aspettato il traghetto, prima con piacere poi con stanchezza e noia, parlando e guardando il movimento del porto. Ma verso l'una di notte la nave non era ancora arrivata. Durante l'interminabile attesa abbiamo conosciuto una famiglia molisana, che viaggiava come noi in un camper. Esmeralda, la figlia adottiva delle coppia di Isernia, era una bambina di sei anni molto aperta e comunicativa. Subito abbiamo fatto amicizia. Al nostro gruppo si è unito il dolce Dario, un bambino milanese di 10 anni, che era un po' assonnato, perché si era alzato alle cinque del mattino; viaggiava insieme ai suoi genitori per andare a trovare i nonni materni in Albania.
A un certo punto qualcuno, seduto su una sedia rossa accanto a noi, ci ha detto che il traghetto aveva accumulato molto ritardo, perché aveva dovuto aspettare i passeggeri di una nave che doveva partire da Brindisi, ma che era stata posta sotto sequestro perché avevano trovato nella stiva dei grandi quantitativi di droga.
C'era da disperarsi, avevamo sonno e guardando verso il buio orizzonte la nave non si  vedeva.
Verso le tre come per magia, la gente intorno a noi si è alzata e subito dopo abbiamo visto che le loro macchine si disponevano in fila sul molo, quindi anche noi ci siamo incamminati verso i lunghi serpenti di autovetture. Alle quattro è arrivata la nave e noi esausti e senza più forze abbiamo osservato e seguito incantati, come dei sonnambuli, tutti i movimenti del personale di porto nel far scendere le macchine e i numerosi camion da bordo.
Quando stavamo per salire, abbiamo visto chiudersi di fronte a noi un grosso cancello di ferro. Il motivo l'abbiamo saputo dopo: in un camion, appena sbarcato, avevano trovato 20 clandestini.
- Povera gente, non hanno potuto toccare la loro terra promessa, pensai.
I clandestini appena sbarcati sono stati immediatamente rispediti nel paese da dove erano venuti. Hanno viaggiato chiusi in una stiva della nave, ci ha detto un vecchio ufficiale di marina in pensione che abbiamo conosciuto quel giorno sul ponte.
Eravamo tutti impazienti di salpare, nessuno pensava più ai poveri clandestini. Noi volevamo solo cominciare le nostre vacanze e non ci rendevamo conto di quanto eravamo fortunati, a differenza dei clandestini, nell'avere un lavoro, delle ferie pagate e di poter viaggiare liberamente.
Le operazioni di sbarco e imbarco sono diventate infinite e la nave è partita solo alle sei del mattino.
Avevamo un biglietto che ci permetteva di dormire dentro il camper sul ponte della nave.
- Meno male, che abbiamo un letto tutto per noi, pensai.
Appena sdraiati, dalla stanchezza, ci siamo addormentati profondamente, ma ricordo una vaga sensazione di sentirmi cullata dalle onde.
Il sole delle dieci ci ha svegliati e tutta la giornata l'abbiamo passata leggendo, parlando, mangiando e giocando a carte con Esmeralda e Dario .
Ogni tanto guadavo il mare, seduta in coperta. Esmeralda veniva in collo a me e mi chiedeva di raccontarle la storia del libro che stavo leggendo. Seduta sulle mie ginocchia, mentre ascoltava, cercava le mie braccia e le sistemava così bene che nasceva un tenero abbraccio. Stavo bene in mezzo a tutta quell'acqua e quei bambini conosciuti da poco.
Presto sarebbe finita quella lunga traversata, i clandestini sarebbero tornati in Afganistan, Esmeralda sarebbe andata in Turchia e Dario in Albania con i loro genitori e noi avremo cominciato il nostro viaggio itinerante verso il Peloponneso, pensai quasi nostalgica. Non sapevo che avremo avuto degli altri inconvenienti che avrebbero fatto diventare il nostro viaggio interminabile.
Verso l'imbrunire il mare si è fatto grosso e di fronte a l'isola di Corfù, dove la nostra nave doveva fare una sosta, i mozzi non riuscivano a lanciare le corde per l'attracco. Con molta fatica, una fune e poi l'altra sono arrivate a destinazione, ma dopo poco la prima si è rotta.
La nave è tornata indietro e noi eravamo ancora più scoraggiati anche perché vedevamo i marinai nervosi e sfiniti. Dopo due tentativi la nave è riuscita ad attraccare.
Sembrava una barzelletta, appena la nave, dopo le operazioni di sbarco stava cominciando a lasciare il porto di Corfù, si è fermata di nuovo.
Qualcuno ci ha detto che l'ancora si era incagliata. Dopo un tempo che mi è sembrato infinito la nave è partita. Alle dieci di sera abbiamo toccato terra.
- Che fine avranno fatto i venti clandestini? Mi chiesi mentre sbarcavamo al porto di Igoumenitsa, sulla costa settentrionale della Grecia. 

Tocchiamo la terraferma
Eravamo contenti e sollevati di essere finalmente sbarcati in Grecia.
Quella sera la fortuna ci ha voluto fare arrivare in un piccolo campeggio distante pochi chilometri da Igoumenitsa.
Dormire con la tenda aperta è stato per me una delle più belle scoperte, forse perché era la prima volta che campeggiavo in un paese caldo in piena estate. La Grecia ci regalava il suo calore anche di notte.
La mattina presto, il frinire delle cicale, insistente ma confortante, ci ha svegliati. La sorpresa più bella è venuta dopo scoprendo che quel piccolo e semplice campeggio era un paradiso. Le bianche piazzole terrazzate arrivavano fino a una baia, dove il mare era calmo come una grande piscina.
Mi sono tuffata in acqua con molto piacere, ma il bagno non è stato molto lungo perché dovevamo partire per il Peloponneso prima che il caldo ci attanagliasse.
Abbiamo viaggiato per due giorni sotto un sole rovente e infine abbiamo trovato l'antica e anelata terra greca, la quale mi è parsa molto bella: ulivi, mare azzurro, affioramenti rocciosi, resti archeologici, case bianche, cibo buono e soprattutto persone gentili e aperte.
Prima l'Argolide, visitando Nauplia, dopo la Laconia scoprendo la città di Monenvassia, arroccata su uno sperone roccioso e infine l'isola di Elafonissos ci hanno conquistato il cuore.
Aprire gli occhi ogni mattina e vedere accanto a me U. che dormiva,  con la testa quasi fuori della tenda mi dava un gran benessere e forse mi regalava un po' di sonnolenza, perché mi addormentavo di nuovo ed era lui che mi svegliava quando il sole cominciava a scaldare.
I tre giorni passati in quella piccola isola sono stati molto rilassanti, tra bagni, passeggiate, letture all'ombra e cenette sotto le stelle. Nell'isola c'era solo un paesino con un porticciolo, da dove, con un piccolo traghetto, si arrivava sulla terraferma. Il tragitto era breve, dato che l'isoletta era molto vicina alla penisola. Chissà che storia ha avuto questa piccola terra? Ho osservato che alcuni scogli erano formati da rocce vulcaniche, ma gran parte della costa dell'isola era sabbiosa. Le dune, ancora vergini, erano, la mattina presto, fredde e morbide come la seta. Sdraiata sulla sabbia mi sentivo avvolta da un soffice scialle. L'acqua era turchese e trasparente. Non riuscivamo a uscire da quella vasca placida. Nuotavo e pensavo che molti milioni di anni prima forse quella zona era tappezzata da vulcani attivi.
Risalendo verso nord ci siamo fermati in un campeggio di una piccola località della costa est del Peloponneso, chiamata Tholò. Ci siamo riposati sulla spiaggia di sabbia terrosa, dopo tutti i chilometri percorsi, ma ci è mancato tanto il mare trasparente che avevamo lasciato a Elafonissos.
Lunedì dell'ultima settimana greca, ci siamo alzati presto; dopo aver percorso 80 chilometri verso nord est, siamo arrivati al bellissimo e ben conservato tempio di Basses, dedicato ad Apolo Epicourios (il soccorritore). Poi nelle ore di gran calura, ma per fortuna soffiava un po' di vento, abbiamo visitato l'importante e vasta  area archeologica di Olimpia, dove sorgeva il Tempio di Zeus, che conteneva la statua della divinità realizzata. da Fidia e considerarta una delle sette meraviglie del mondo antico. L'ombra dei grandi alberi ci ha dato un gran sollievo mentre camminavamo ammirando le rovine.
Siamo arrivati all'isola di Lefkada, chiamata isola dei poeti, al tramonto. Abbiamo apprezzato subito la maestosità di quella grande isola, collegata alla terraferma attraverso un ponte lungo pochi chilometri.  La giornata era stata molto  lunga e intensa, quindi desideravamo trovare un bel posto per riposarci. Nella punta più a sud nella località di Vassiliki è spuntato un cartello che indicava un camping. Era quasi notte quando abbiamo piantato la tenda e fatto da mangiare.
La mattina dopo abbiamo fatto un bagno in una spiaggia ciottolosa. Nuotando osservavo l'orizzonte verso la punta più a sud dell'isola e pensavo a una leggenda tardiva secondo la quale la poetessa Saffo, si era gettata da quella parete rocciosa. Le sue poesie erano così belle, che non osavo credere che chi le aveva scritte, con tanto amore per quella terra, alla fine avesse scelto quelle rocce e quel mare per porre fine alla sua vita. Quindi mi confortava credere che la poetessa fosse morta anziana di morte naturale.
Abbiamo proseguito il nostro viaggio verso Nord, visitando la bella cittadina di Parga, e infine  siamo andati a trascorrere l'ultima notte greca nel piccolo campeggio con i terrazzamenti bianchi, quello dei begli inizi.

Il ritorno
Del viaggio di ritorno sulla nave ricordo solo il mare azzurro e il libro che stavo leggendo,  il cui titolo era “ L'home de la maleta”2.
Era un libro che mi aveva regalato l'inverno scorso un amico catalano, che era venuto a trovarci a Firenze. L'avevo subito cominciato, ma  dopo poche pagine  abbandonato sul mio comodino.
Ancora prima dell'alba mi sono svegliata. Forse sarà stato il caldo o il rumore insistente dei motori o il letto un po' stretto del camper quello che mi ha fatto aprire gli occhi alle quattro del mattino.
Mi sono girata più volte, ma  non riuscendo a riaddormentarmi, ho deciso di spostare un po' la tenda, quella che oscurava la finestra anteriore, per fare entrare la luce.
Quella luce tenue proveniente da un lampione vicino mi ha permesso di leggere seduta sul sedile anteriore.
Quando, dopo qualche ora, gli altri si sono svegliati abbiamo preparato una bella colazione e dopo siamo saliti  sul ponte superiore.
Il sole cominciava a essere alto nel cielo, quando noi abbiamo cercato delle poltrone comode per contemplare il mare.
L'azzurro di quelle acque e il libro mi hanno rapito e isolato da tutti e da tutto quello che mi circondava.
Ho vissuto intensamente la storia del protagonista che lentamente si è intrecciata con la mia vita.
A un certo punto ho avuto un gran desiderio di abbracciare mio padre novantenne, che non vedevo da qualche mese.
In quel momento ho deciso che avrei chiesto a mio padre di raccontarmi le vicende più importanti della sua vita e che avrei cercato di scrivere una sua biografia,  quando qualche giorno dopo ci saremmo incontrati nel paese della costa catalana dove viveva.
Dovevo ringraziare L'home de la maleta  perché mi aveva fatto capire che attraverso la scrittura le persone amate possono diventare immortali.
Mentre sbarcavamo nel porto di Bari, questa volta quasi in orario, ho pensato che quel viaggio era stato non solo inconsueto ma  pieno di belle emozioni.

1 Riunione di persone intorno a un tavolo nei caffè, che parlano di vari argomenti e scherzano
L'uomo della valigia

Josefina Privat Defaus
Luglio 2012