mercoledì 27 giugno 2012

Il notaio e il sogno - el notario y el sueño












Quel giorno  alle sei in punto del pomeriggio siamo andati dal notaio per firmare il contratto.
Avevamo comprato un vecchio locale a pochi metri da casa nostra. Il signor Tinelli aveva rilegato libri in quella bottega durante molti anni. Ogni mattina mi salutava con un sorriso mentre alzava il rumoroso bandone di ferro. Nella parte anteriore c'era un lungo tavolo rettangolare, sul quale spiccavano, tra dozzine di pile di carta stampata e cartelle colorate, una pressa e una macchina per tagliare la carta. Nel retrobottega aveva una specie di salottino, dove leggeva.
Il signor Tinelli era molto fiero del suo piccolo locale. Quando l'anno scorso gli dissi che volevamo comprare un fondo per mettere le biciclette e per usarlo come ripostiglio, mi rispose che come il suo non ce n’era un altro in tutta Firenze. Lodava il suo ambiente artigianale, perché oltre che al bagno c'era un ampio cortile, che permetteva alla luce di entrare. Era contento di aver affittato da giovane quel locale, dove aveva trascorso gran parte della sua vita rilegando libri.
I mesi passavano e noi non riuscivamo a trovare nessun posto adatto da comprare: alcuni fondi erano troppo piccoli, altri erano in pessimo stato e quelli ce erano più grandi e belli erano troppo cari per noi.
Un giorno ho visto il rilegatore a braccetto con sua moglie. Sembrava molto debole e mi ha detto che aveva avuto una brutta influenza.
Dopo poche settimane, vedendo che il laboratorio del Signor Tinelli era sempre chiuso, ho chiesto di lui e mi hanno detto che era morto.
 -  Ancora era giovane per morire, non aveva più di settant’anni, pensai.
 -  Povero rilegatore! Disse U. quando gliel’ho raccontato.
La moglie e la figlia vuotarono il locale e lo lasciarono, perché per loro era troppo doloroso conservare quel posto, che era diventato triste e senza vita. Il Signor Tinelli con la porta sempre aperta, per fare entrare clienti, amici e ragazzi del quartiere, lo teneva vivo. I proprietari, un'anziana vedova e due figli, decisero di venderlo.
A causa della crisi economica il cartello che annunciava la vendita rimase appeso per molti mesi, fino a che un giorno mi accorsi che un'agenzia immobiliare vendeva il fondo a un prezzo molto più basso di quello che ci aveva chiesto uno dei padroni.
L'offerta fatta all'agenzia fu subito accettata dai proprietari perché erano stanchi di aspettare.
Il pomeriggio in cui siamo andati a firmare il contratto era piovoso e siamo entrati nello studio del notaio bagnati fradici. La segretaria era molto gentile e ci ha accompagnati in una bella sala d'attesa, dove i padroni del locale e i responsabili dell'agenzia immobiliare erano già seduti. Dopo poco ci hanno chiamato per eseguire l'atto notarile.
Il Notaio, era un uomo distinto, che aveva circa cinquant’anni. Si vedeva che faceva il proprio lavoro con passione, perché ci raccontò minuziosamente l'atto ufficiale che stavamo firmando. Non avevo mai visto un Notaio così comunicativo. Era una persona un po' bizzarra, si capiva dall'arredamento del suo studio, che era tappezzato da immagini di civette: statuine, quadri, cornici, tagliacarte, portamatite, timbri, ecc. Ci disse che era un fervoroso sostenitore della contrada della civetta di Siena, dove aveva trascorso la sua giovinezza.
Mentre aspettavamo la registrazione dell'atto, abbiamo cominciato a parlare della bottega del rilegatore e abbiamo finito il discorso parlando degli ospedali della mia terra, dato che il Notaio aveva un figlio che studiava psichiatria in Catalogna.
Alla fine ci siamo salutati scambiandoci i nostri indirizzi di posta elettronica.
Quella stessa notte ho dormito molto bene, ma alle cinque in punto del mattino mi sono svegliata.
La mia testa era piena di emozioni: atti notarili, firme, pile di libri rilegati, assegni bancari e tante civette.
Sono andata in cucina e ho guardato dalla finestra, ancora non era uscito il sole e ho pensato che il signor Tinelli non avrebbe più rilegato libri, ma che noi avremmo ben custodito insieme alla bottega il ricordo del suo antico mestiere.
Questo pensiero mi ha rilassato e sono tornata al letto.
Ho sognato di essere nel mio paese natale della costa catalana. Era sera e stavo telefonando alla mia amica Inès. Avevo molta voglia di vederla. Ho fatto con lei le scuole superiori e durante i primi anni universitari ci siamo frequentate molto. Era più di trenta anni che ci scrivievamo, forse era più esatto dire che io le scrivevo, lei con tutte le sue occupazione mi avrà scritto una decina di lettere in tutta la sua vita, ma mi telefonava spesso.
La mia amica viveva vicino a Barcelona, era molto attiva, aveva energia per fare un sacco di cose: girava in macchina per tutta la Spagna per lavoro, andò fino a Mosca per adottare due bambini che erano così vivaci da sfiancare qualsiasi persona dopo una giornata trascorsa con loro, superò con grande coraggio una grave malattia, allevò due cagne molto giocherellone che le distrussero i mobili della sua bella casa, si occupava dei suoi anziani genitori e di una zia vecchia e naturalmente amava molto suo marito.
Avevo avuto fortuna, Inés era in paese, perché era andata a trovare i suoi genitori, come di solito faceva tutti i mercoledì, per questo ho pensato che quel giorno era mercoledì.
Ci siamo date un appuntamento vicino all'antico cimitero, che si trova dietro la chiesa del paese.
Arrivò puntuale e mi chiese il perché di quel luogo:
-  È un posto molto solitario, qui possiamo passeggiare e parlare tranquillamente, le dissi.
- Toppo deserto, andiamo lungo la strada che porta alla cappella del convento delle carmelitane, aggiunse lei.
Abbiamo camminato lentamente, seguendo la ripida strada, verso la parte alta del paese, che sembrava viva come un villaggio in festa. Si vedevano, nonostante la tarda ora della notte, tutte piccole finestre illuminate.
Inés era felice perché non si sentiva più smarrita.
Abbiamo visto che la torre del convento era caduta. Ai lati della strada c'era uno strato di terra bianca che sembrava neve.
Ci siamo accorti che quella polvere bianca non era altro che calce e macerie degli edifici bombardati.
Ho preso un pezzettino di specchio che luccicava tra montagne di rovine. Noi due amiche ci siamo viste riflesse circondate dagli orrori della guerra: scoppi, spari, crolli, urla, sangue, fumo, polvere, ma soprattutto tanta paura.
Sono arrivati due camion con molti giovani soldati, che ci chiedevano da bere e da mangiare. Alcuni avevano ancora la forza di ringraziarci facendoci dei complimenti. Uno di loro fischiava una melodia che sembrava una habanera1 triste .
Una donna è scesa da un carro e mi ha messo un neonato tra le braccia. Di corsa ci siamo rifugiati in una cantina, il piccolo non smetteva di piangere, perché aveva fame. Io volevo avvicinarlo al mio seno ma non riuscivo a trovarlo. Inès mi ha preso il bambino e lo ha attaccato al suo petto gonfio di latte.
Dopo poco Inés e il bambino si sono addormentati. Ho sentito un gran benessere guardando la mia amica con il neonato tra le braccia. La sua immagine mi riempiva di speranza, nonostante le lotte e i tumulti che c'erano per le strade.
Mentre provavo quelle belle sensazioni, ho sentito suonare la sveglia di U., che quella mattina doveva alzarsi presto perchè i muratori dovevano sistemare un vecchio pozzetto nel cortile del rilegattore. Erano le sette in punto del mattino.
Ero contenta di essermi svegliata presto, perché prima di andare al lavoro potevo prepararmi un bella colazione, trascrivere quanto avevo sognato e soprattutto finire di rileggere  l'ultimo capitulo di La plaça del diamant, l'ultimo che mi aveva rilegato il Signor Tinelli.

1 è un tipo de canzone di ritmo lento che ebbe origine a Cuba alla fine del secolo XIX




El notario y el sueño

Ese dia a las seis en punto de la tarde fuimos a la notaría para firmar unas escrituras.
Habíamos comprado un viejo local artesanal a pocos metros de distancia de nuestra casa.
El Signor Tinelli había encuadernado libros en aquel taller durante muchos años. Cada mañana me saludaba contento mientras abría la ruidosa puerta de hierro. En la parte anterior había una mesa rectangular muy larga, sobre la cual sobresalían, entre decenas de pilas de hojas imprimidas y cartones de bonitos colores, una prensa y una máquina para cortar papel. En la trastienda tenía una especie de cuarto de estar, donde leía.
El signor Tinelli estaba muy orgulloso de su pequeño laboratorio. Hace un par de años cuando le dije que queríamos comprar un local para poner las bicicletas y para usarlo como trastero, me dijo que como el suyo no había ninguno en toda Firenze. Alabó su taller porque además de poseer un cuarto del baño, tenía un patio muy amplio que daba mucha luz. Estaba contento de haber alquilado, desde que era muy jovencito, ese lugar donde había pasado toda su vida encuadrenando libros.
Pasaron los meses y no dimos con ningún local, algunos eran demasiado pequeños, otros eran destartalados y estaban en malas condiciones y los grandes y bonitos eran demasiado caros para nosotros.
Un día vi al encuaderndor de bracete con su mujer, parecía muy débil, me dijo que había pasado una gripe muy fuerte. Al cabo de unas semanas, notando que el taller del Signor Tinelli siempre estaba cerrado, pregunté por él y me dijeron que había muerto.
 - Era joven aún para morirse, no tenía más de seteinta años, pensé.
 - Pobre encuadernador! dijo U., cuando se lo contè.
Su hija de unos cuarenta años y su mujer todavía joven, vaciaron el taller y dejaron de pagar el alquiler, porque era demasiado doloroso para ellas conservar aquel lugar, que había quedado abandonado y sin vida. El Signor Tinelli dejando la puerta abierta, para que entrara la gente y los chiquillos del barrio, lo tenía siempre vivo. Los dueños del local decidieron venderlo entre particulares. A causa de la crisis económica el cartel se quedó colgado muchos meses, hasta que un día  vi un anuncio nuevo; una agencia inmobiliar lo ponía en venta, a un precio mucho más bajo con respecto al que nos había pedido al principio uno de los dueños. Los tres propietarios, dos hermanos de unos sesenta años y la  madre viuda, aceptaron en seguida nuestra oferta, pues estaban cansados de esperar.
La tarde que fuimos a firmar las escrituras era lluviosa y entramos en la notaría chorreando de agua. La secretaria fue muy amable con nosotros y nos acompañó a la sala de espera, donde había un grupo de personas, los dueños del taller y los gestores de la agencia inmobiliar, simpáticas y cordiales. Al cabo de poco tiempo nos llamaron para empezar el acta notarial.
El Notario tenía unos cincuenta años y se notaba que le gustaba su trabajo, pues nos contó detenidamente el acta oficial que estabamos firmando. Nunca había conocido a un Notario tan comunicativo. Era un hombre especial, pues tenía todo el despacho tapizado de buhos: estatuillas, cuadros, marcos, lápices, plumas, sellos etc. Nos dijo que era un fervoroso aficionado de la contrada della civetta 1 de Siena , donde había pasado toda su juventud.
Mientras esperábamos el registro de las escrituras,empezamos hablando del taller del encuadernador y acabamos alabando los hospitales de mi tierra, pues el Notario tenía un hijo que estudiaba psiquiatría en Cataluña.
Al final nos despedimos intercambiándonos nuestro correo electrónico.
Esa noche dormí muy bien, sin embargo a las cinco en punto de la madrugada me desperté.
Mi cabeza estaba llena de emociones: escrituras, firmas, cheques, buhos. Fui a la cocina y miré por la ventana. Aún no había salido el sol y pensé en que el signor Tinelli, ya no habría encuadernado más libros, pero que nosotros habríamos custodiado, junto a su taller, el recuerdo de su antiguo oficio.
Este pensamiento me relajó y volví a la cama.
Soñé y soñé que estaba en el pueblo de la costa catalana donde nací, era de noche y estaba llamando a mi amiga Inés. Tenía muchas ganas de verla. Estudié con ella el Bachillerato y durante los años universitarios salíamos juntas muy a menudo. Hacía más de treinta años que nos carteábamos, mejor dicho yo le escribía, ella con todos sus ocupaciones, no tenía mucho tiempo para hacerlo, pero siempre me telefoneaba. Mi amiga vivía cerca de Barcelona, era muy activa, le sobraba energía para hacer   miles de cosas: daba vueltas por la península en coche trabajando, a raíz de su deseo de adoptar un hijo, fue a Moscú a buscar a dos niños tan vivarachos, que  mataban  de cansancio, superó con gran valor una grave enfermedad, crió a dos perras muy juguetonas que le destrozaron  los muebles de su  casa, se ocupaba de tres viejecitos de su familia y naturalmente amaba mucho a su  marido, un hombre muy pausado.
Había tenido suerte, encontré a Inés en el pueblo, ya que había ido a visitar a sus  padres, ya viejecitos, como hacía cada miércoles, de allí deduje que era miércoles.
Le di una cita cerca del antiguo cementerio, que estaba detrás de la la iglesia del pueblo.
Llegó puntual y me preguntó el porqué de aquel lugar.
- Es un sitio solitario, aquí podremos pasear hablando tranquilamente, le dije.
- Demasiado desierto, vayamos por la cuesta hasta la capilla del convento de las carmelitas, añadió ella.
Andamos muy despacio siguiendo un trecho empinado, hacia la parte alta del pueblo, que parecía vivo como una aldea de fiesta, pues a pesar de las altas horas de la noche, las ventanas pequeñas de las casas se estaban iluminado. 
Inés estaba contenta, pues ya no se sentía tan desemparada.
Vimos que el convento estaba derrumbado. A los lados de la calle había una capa de tierra blanca que parecía nieve.
Nos dimos cuenta de que aquel estrato blanco estaba formado por cal y ruinas de los edificios que habían sido bombardeados.
Cogí un trocito de espejo que brillaba entre los montones de desperdicios. Las dos nos  vimos reflejadas y a nuestro alrededor descubrimos los  horrores de la guerra: estallidos, humo, bombas, sangre,  polvo y sobre todo tanto miedo.
Llegaban camiones con muchos soldados jóvenes, quienes nos pedían de comer y de beber.
Algunos tenían la fuerza para echarnos piropos. Uno de ellos silbaba una habanera triste. 
Bajó una mujer de un carro y puso en mis brazos un recien nacido.
Nos refugiamos en una taberna, el pequeño seguía llorando, porque tenía hambre. Yo quise darle de mamar, pero no lograba encontrar mis penzones. Inés me cogió el bebé y se lo puso en  su pecho, hinchado de leche.
Al cabo de poco Inés y el niño se durmieron plácidamente. Sentí un gran bienestar mirando a Inés dormida con el recién nacido en sus brazos. Su imagen me llenaba de esperanza, a pesar de las luchas y de la violencia que habíamos visto por las calles.
Mientras estaba saboreando el placer de aquel momento,  oí el despertador de U., quien aquella mañana tenía que levantarse temprano para que los albañiles pudieran arreglar las alcantarillas del patio del  encuadernador. Eran las siete en punto de la mañana.
Estaba contenta  por haber madrugado, porque antes de ir a trabajar tendría tiempo para  prepararme  un buen desayuno, para tomar apuntes de aquel sueño tan raro  y sobre todo para terminar de leer el último capítulo de la plaça del diamant,  uno de los últimos libros  que me había encuadernado el signor Tinelli.


1 El barrio del Buho es uno de los muchos sectores en los que se divide la ciudad de Siena para jugar al Palio, juego medieval que consiste en una carrera de caballos alrededor de la  plaza del campo.

sabato 23 giugno 2012

La nit de San Joan - La noche de San Joan - La notte di San Giovanni


Quin dia és avui? Em va preguntar el meu home mentre estava arreglant un despertador digital la mar de vell, que havia comprat als nostres fills, quan eren petits.
Era de plàstic negre i el seu disseny dels anys setanta. Tenia una pantalla rectangular, on els nombres grans, que indicaven les hores i els minuts, semblaven dos ulls a l'aguait. Enmig, dos botonets verticals, que s'encenian i s'apagavan com si aquella cara tingués un tic, marcaven els segons.
- Avui és el 23 de juny, el dia de la revetlla de Sant Joan, li vaig contestar.
M'havia anat a viure a la Toscana feia més de trenta anys, però encara recordava les nits de Sant Joan de la meva infància.
Amb els nens del barri, amb un carretó que guiava un dels més grans, anàvem demanant per les cases mobles vells per cremar.
Era emocionant empènyer aquell carro ple de potes de taules, calaixos, cadires destrossades, tauletes de nit coixes, capçals de llits atrotinats, marcs trencats, penjadors i altres atuells.
Molts veïns es treien de sobre els mobles del rebós, altres ens donaven munts de diaris.
En Ramon, un jove pagès, que domava cavalls amb molta afició, ens donava sempre una bala de palla. La senyora Mercè, vídua des de feia molt de temps, cada any ens regalava un vestit complet, americana, pantalons, armilla, camisa, corbata i barret, del seu difunt marit, que havia estat l'advocat més il·lustre del poble.
Pere, un noi tímid i solitari, amb la palla i la roba de l'advocat difunt, donava vida a un ninot. Després amb les seves mans dibuixava i construïa una màscara de cartró, que cada any era diferent, però que sempre representava a un home que es burlava de tothom.
En un racó de la plaça principal del poble s'apilaven els mobles i els trastos que havíem recollit. Posaven al ninot sobre la pila, assegut en una butaca, potser una mica coixa però encara confortable. El cavaller de la bella figura s'aguantava amb un bastó ferruc.
Aquella nit ningú sopava, ja que tots corríem excitats pels carrers buscant les últimes coses per cremar.
El moment més emocionant era quan encenien la foguera i tothom es quedava quiet i bocabadat.
Encara veig les nostres cares feliçes il·luminades per les flames i sento el cruixit de la fusta. De tant en tant apareixien els llums dels focs artificials llunyans.
Quan el ninot s'acabava de consumir tots els nois començaven a córrer al voltant de la foguera tirant petards, però jo sempre em quedava com embruixada al davant del foc. M'agradava aquella olor de fusta cremada.
- Ja he aconseguit arreglar el despertador i introduir la data d'avui. Em va dir el meu home content.
Les seves paraules em van portar a la realitat i vaig pensar que tot i estant lluny de Catalunya, recordaria sempre la nit màgica de Sant Joan.


La noche de San Juan
¿Qué día es hoy? Me preguntó mi marido mientras estaba arreglando un viejo despertador digital, que había comprado a nuestros hijos, cuando eran chiquillos.
Era de plástico negro y su diseño de los años setenta. Tenía una pantalla rectangular, donde los números grandes, que indicaban las horas y los minutos, parecían dos ojos al acecho. En medio, dos botoncitos verticales, que pulsaban como si aquella cara tuviese un tic, marcaban los segundos.
- Hoy es el 23 de junio, el día de la verbena de San Joan, le contesté.
Me había ido a vivir a la Toscana hacía más de treinta años, pero aún recordaba las noches de San Joan de mi infancia.
Junto a los niños del barrio, con una carretilla que guiaba uno de los mayores, íbamos  pidiendo por las casas muebles viejos para quemar.
Era emocionante empujar aquel carro lleno de patas de mesas, cajones, sillas  destrozadas, mesitas de noche cojas, cabezales de camas destartalados, marcos quebrados, perchas y demás cacharros.
Muchos vecinos se quitaban de encima los muebles del trastero, otros nos daban montones de periódicos.
Ramón, un joven  payés, que  domaba caballos con mucha afición, nos entregaba siempre una bala de paja. La señora Merçè, viuda desde hacía mucho tiempo, cada año nos regalaba un traje completo, americana, pantalones, chaleco, camisa, corbata y sombrero, de su difunto marido, que había sido el abogado más ilustre del pueblo.
Pere, un muchacho tímido y  solitario, con la paja y la ropa del abogado difunto, daba vida a un ninot1. Luego sus manos, decididas y mañosas construían una máscara de cartón, que cada año era distinta, pero que siempre representaba a un hombre que se burlaba de todo el mundo.
En un rincón de la plaza principal del pueblo se apilaban los muebles y los  trastos que habíamos recogido. Ponían al muñeco encima del montón sentado en una butaca, quizás un poco coja pero aún confortable. El caballero de la bella figura se aguantaba con un recio bastón.
Aquella noche nadie cenaba, pues todos corríamos excitados por las calles buscando  los últimos  cachivaches para quemar.
El momento más emocionante era cuando encendían la hoguera y todo el mundo se quedaba pasmado y boquiabierto.
Todavía veo nuestras caras felices iluminadas por las llamas y oigo el crujido de la madera. De vez en cuando aparecían  a lo lejos las luces de los fuegos artificiales.
Cuando el ninot se acababa de consumir todos los chicos empezaban a correr alrededor de la hoguera tirando petardos, pero yo siempre me quedaba como embrujada en frente del fuego. Me gustaba aquel olor de madera quemada.
- Ya he logrado arreglar el despertador e introducir la fecha de hoy. Me dijo  mi marido contento.
Sus palabras me llevaron a la realidad y pensé que a pesar de estar lejos de Cataluña,  recordaría siempre la noche mágica de San Joan.
1muñeco

La  nit  de San Joan1
Che giorno siamo oggi? Mi chiese mio marito, mentre accomodava una vecchia sveglia digitale che aveva comprato qualche anno prima per i nostri figli, allora ragazzi. Era di plastica nera con un disegno anni settanta. Aveva un schermo rettangolare, dove i numeri grandi che indicavano le ore e i minuti, sembravano degli occhi vigili. I secondi erano scanditi da due bottoncini che in mezzo  pulsavano come se quel viso avesse un tic.
- Oggi è il 23 giugno il giorno de la  revetlla de S. Joan2. Gli  risposi. 
Mi ero trasferita da più di trent'anni in Toscana, ma le notti di S. Joan della mia infanzia non le avevo mai  dimenticate.
Da piccola con gli altri ragazzi del quartiere andavamo, con un carretto guidato da quelli più grandi, a chiedere ai vicini mobili vecchi da bruciare.
Era emozionante spingere quel carro colmo di gambe di sgabelli, cassetti di antichi tavoli,  cornici spaccate, sedie con l'impagliatura sfondata, testate di letti in disuso, attaccapanni e altri  oggetti. Molti vicini si liberavano dei mobili  conservati nel ripostiglio, altri ci davano pile di giornali.
Ramón, un giovane contadino, che aveva la passione di domare cavalli, ci regalava sempre della paglia. La signora Merçè, rimasta vedova da molto tempo, ogni anno ci donava un vestito completo di giacca, camicia, gilè, pantaloni e cappello del suo defunto marito, che era stato un illustre avvocato del paese.
Pere, un ragazzone timido e riservato, era quello che con la paglia di Ramòn ed i vestiti del defunto avvocato costruiva un ninot3 . Dopo, le sue mani decise e sapienti  davano vita a una maschera di carta pesta, che ogni anno era diversa, ma che sempre rappresentava un uomo che prendeva in giro tutti.
In un angolo della piazza principale del paese venivano accatastai i mobili e gli oggetti raccolti. Il ninot, veniva sistemato in una poltrona, forse zoppa, ma ancora comoda. L'uomo, della bella figura,  sempre  era retto da robusto  bastone.
Quella sera nessuno cenava, correvamo eccitati per le strade in cerca di altre cose da bruciare.
Il momento più emozionante era quando accendevano il falò e tutti rimanevamo incantati. Vedo ancora i nostri visi felici illuminati dalle fiamme e sento gli scoppiettii della legna. Ogni tanto arrivavano bagliori di lontani fuochi d'artificio. Quando il ninot era ormai bruciato tutti i ragazzi cominciavano a correre intorno, buttando petardi, ma io rimanevo come stregata di fronte al grande falò.
Mi piaceva l'odore della legna bruciata.
- Sono riuscito a mettere a posto la sveglia e a inserire la data.  Mi  disse contento mio marito.
Le sue parole mi riportarono al presente e  pensai, che nonostante mi trovassi lontano dalla Catalogna, avrei sempre ricordato la notte magica di San Joan.


1 Notte di San Giovanni
2 Notte di festa in onore a San Giovanni. Ogni regione di Spagna la celebra in modo differente, con tradizioni strettamente popolari. E’ una delle celebrazioni più sentite in Catalogna, dove viene anche chiamata anche Revetlla de Sant Joan, Nit del Foc, Nit de les Bruixes (streghe). Non si conosce bene l’origine di questa festa, ma secondo alcune fonti incerte sembra che sia di origine pagana anteriore al Cristianesimo. Altri intravedono invece un carattere burlesco e allegro, in quanto la notte più distante dal Natale e quindi particolarmente amata dai demoni.
3 Pupazzo

giovedì 14 giugno 2012

Il gazpacho di mia madre - El gazpacho de mi madre












L'altra notte non riuscivo a prendere sonno, avevo caldo e forse per questo mi è venuto in mente il gazpacho. Ho pensato che era tanto che non preparavo un buon gazpacho.
Mia madre non lo cucinava mai perché diceva:
- il gazpacho è troppo freddo e inoltre ci sono i peperoni, quindi non fa bene alla salute.
Né lei né mio padre potevano soffrire i peperoni e le spezie piccanti o esotiche, per questo la nostra cucina catalana era semplice, austera e un po' insipida.
Il mio primo vero gazpacho l'ho gustato a Siviglia dove ero andata con U. nell'estate del 1978 . Era uno dei primi viaggi che facevamo insieme. Le giornate erano talmente calde che questo cibo freddo, servito in una coppetta circondata da pezzettini di verdure e pane tostato, è stato per me una benedizione del cielo.
In Toscana, dove mi ero trasferita dopo poco, ho provato a rifare il gazpacho, ma non mi veniva buono come quello sivigliano. Ho chiamato mia madre e lei dopo pochi giorni mi ha inviato un libro di cucina spagnola, che ancora conservo e consulto quando dimentico qualche ricetta.
Questo piatto mi ha fatto passare delle belle serate con gli amici: 
 Ecco la ricetta del gazpacho di mia madre:
800g di pomodori maturi
un cetriolo piccolo
mezzo peperone verde (va bene anche rosso)
uno spicchio d'aglio
una cipolla non troppo grande (meglio bianca)
2 fette  di pane raffermo
due cucchiai di aceto
un bicchierino e mezzo di olio d'oliva
un litro d'acqua (molto meno se lo volete più denso)
sale ( si può aggiungere anche un po' di pepe nero)
Si prendono tutti i i pomodori (tranne che uno, che si conserva per la fine) e si fanno scottare in acqua bollente. Gli si leva la buccia e si fanno a pezzettini. Si taglia il peperone, il cetriolo e la cipolla.
Si bagna il pane con aceto, olio e acqua. Con il frullatore si passano le verdure, il pane e l'aglio aggiungendo un po' d'acqua.
Si aggiunge  lentamente più olio e acqua mescolando bene, se necessario. Volendo si può passare il tutto con un colino per farlo diventare più fine.
Si mette in frigo fino a quando sarà servito.
Si serve i piccole ciotole o in tazze e si accompagna con pane tostato tagliato a quadratini, pezzettini di pomodoro, cetriolo, peperone, cipolla, uova soda, ecc.


El gazpacho de mi madre
Anoche no conseguìa dormir, tena calor y no sé porque pensé que hacía tiempo que no habìa hecho un buen gazpacho.
Mi madre no lo preparaba nunca porque decía:
- el gazpacho es demasiado frio y además hay pimientos, por lo tanto no es bueno para la salud.
Ni ella ni mi padre soportaban los pimientos y las especias picantes o exóicas, por eso los platos de la cocina catalana de mi infancia eran sencillos, austeros y un poco sosos.
Saboré mi verdadero primer gazpacho en Sevilla, donde fui con U. durante el vereano de 1978. Era uno de lo primeros  viajes que haciamos juntos.
Los días eran tan calurosos que esa sopa fría, servida en una tacita y aliñada con trocitos de pan tostado y otras verduras era para mí una bendición del cielo.
En Toscana, donde me trasladé  en aquel entonces, intenté preparar el gazpacho, pero no me salía tan bueno como el sevillano.
Llamé a mi madre y al cabo de pocos días me enviò un libro de cocina española, que aún guardo y consulto cuando olvido alguna receta.
Gracias a ese plato he pasado buenas veladas con los amigos.
Aquí tenéis la receta de mi madre:
800g de tomates
un pepino pequeño
medio pimiento verde (o rojo)
un diente de ajo
una cebolla mediana (mejor blanca)
2  rebanadas. de pan algo duro
2 cucharadas de vinagre
uno  vasito y medio de aceite
1 litro de agua (o menos  si lo queréis más denso)
sal (se puede agregar un poco de pimienta)
Reservar un tomate para la guarnición; los otros se escaldan unos momentos en agua hirviendo, se pelan y se trocean grandes. El pimiento se limpia y se trocea, también el pepino pelado y media cebolla.
Remojar el pan en un poco de agua, vinagre, aceite y añadir un poco de sal Con la batidora, se trituran todas las verduras, el pan y el ajo pelado, con un poco de agua.
Agregar despacio un poco de  aceite, removiendo bien y agua si es necesario.
Si se desea que el gazpacho quede muy fino, puede pasarse por un colador, pero generalmente no hace falta.
Mantener en la nevera hasta el momento de servirlo.
Se sirve en pequñenos boles de tierra o bien en tazas y se acompaña, al gusto, con daditos de pan tostado, tomate picado fino, pepino, huevo duro, cebolla, pimiento verde o rojo, etc. 

Bon profit. Buon appetito. Buen provecho.






domenica 10 giugno 2012

El cantante de habaneras - Il cantante di "habaneras"





Aquel domingo de agosto me desperté muy temprano. Mientras mi anciano padre aún dormía salí sigilosamente a la calle. La plaza de la iglesia, a pocos pasos de nuestra casa, aún estaba desierta, sólo pasaba alguna devota madrugadora, que iba a misa. Me senté en un banco y observé la fachada de la iglesia, quizás demasiado majestuosa para lo pequeño que era mi pueblo, pensé. Cuantos recuerdos míos salían del templo y se difuminaban en el aire. Las campanadas, que anunciaban las nueve, me llevaron de nuevo a la realidad, enviándome a comprar el periódico y unos dulces en la pastelería más antigua del pueblo, pues quería que aquel domingo de agosto fuese un verdadero día de fiesta.

A la vuelta, el pueblo aún estaba silencioso, a pesar de la hora. Llevaba conmigo el ordenador portátil y me senté en el banco de la plaza, que estaba más cerca de la biblioteca, intentando conectarme a Internet, como hice las pasadas vacaciones, sin embrago aquella mañana no funcionó.
Desde pequeña siempre me ha gustado levantarme antes que los demás y salir a la calle, para luego poder volver corriendo y contenta, pues sabía que tarde o temprano me iban a echar de menos, pero gozaba por haber conquistado algunos momentos de libertad.
A la vuelta mi padre seguía durmiendo. Pensé que tenia tiempo para ir donde él no podía y le hubiera gustado. Recordé que se lo había pedido el día anterior, a mi hermano: pots anar, diumenge a les deu del matì, al enterro d' en Marcel Aubanell Garriga?1 
El le dijo que lo sentía muchísimo, pero que no conseguiría ir al funeral, ya que tenia que a tirar unas fotos paisajistas a la desembocadura del río Tordera, aquella misma mañana. Mi hermano es un  fotógrafo aficionado y  su gran  pasión lo lleva a madrugar durante los días de fiesta.
Marcel Aubanell Garriga era uno de los amigos de mi padre. Era un poco más joven que él, pero se conocían muy bien, pues habían pasado muchos ratos jugando a las cartas en el Café Liceo, sobre todo en los últimos tres años, desde que mi padre se había quedado viudo.
La iglesia estaba cerca de casa, por lo tanto no me costaba nada ir y volver.
Así mi padre estaría contento, pensé.
Dentro del templo, abarrotado de gente vi los rubios cabellos de Montse, una amiga de mi infancia. Desde que, a los veinte años, me trasladé a vivir a la Toscana, ella sigue escribiéndome largas cartas, que las envía siempre por correo y no por email como todo el mundo. Nos quedamos las dos de pié, en el fondo, mirando a los habitantes del pueblo.
Al cabo de un rato llegó otra amiga que hacía muchos años que no veía, pues se había ido a vivir cerca de Girona y solo volvía al pueblo de vez en cuando a ver a su familia. Las tres nos cobijamos en la entrada del templo. Antes de la ceremonia hablamos bajito de nuestra vida y de la de nuestros ancianos padres. Parecíamos tres niñas pequeñas que cuchicheaban a escondidas de los mayores. Cada dos por tres nos decíamos que nos iban a reñir, oyendo nuestra espesa charla. La sensación de culpa que sentía al tener que esconderme mientras hablaba con mis amigas, me traía muchos recuerdos.
Me reconocía en la plaza, con un vestido veraniego de varios colores, quizás cosido con alguna ropa de mi hermana mayor, jugando alegremente con las amigas del barrio. Me veía luego entrando en la iglesia, oía mis sandalias nuevas que pisaban la nave lateral y recordaba aún la sensación de tristeza y de desamparo que me afligía.
El viejo rector de la parroquia me daba miedo, era sobre todo su voz ronca y baja, la que temía. La primera vez que me confesé con él, antes de la primera comunión, lo pasé muy mal, pues no entendía lo que me decía. El se enfadó y me agarró por el cuello poniéndome dentro del confesionario. Yo temblaba, mientras su baja voz penetraba por mis oídos, paralizando mi boca, de la que no salía ni uno de mis humildes pecados.
Miraba a mi alrededor y veía algunas caras conocidas entre la multitud. Otras eran como sombras envejecidas y tristes. Sus rostros me traían el recuerdo de algunos habitantes de mi pueblo que ya estaban muertos. Como, Bartolo, el viejo andaluz, con una pierna de palo, que vendía chucherías en la plaza o Anita, la comadrona del pueblo, que había ayudado a nacer a muchos de los fieless de
aquella iglesia.
Las tres habíamos ido al entierro por parte de nuestros viejos padres, quienes no podían moverse de casa. Por eso nosotras conocíamos muy poco a los familiares de Marcel Aubanell Garriga.
Montse, que es la que ha vivido siempre en el pueblo, nos contó la historia del finado.
Marcel Aubanell Garriga era
pagès2, como lo era mi padre y la mayoría de los hombres del pueblo. A partir de los años sesenta, cuando la costa catalana fue invadida por los turistas, los agricultores, uno tras otro, dejaron los campos y se fueron a trabajar a los hoteles o a otros establecimientos turísticos.
El difunto tenía unas fincas que había heredado de su padre, ya que era el mayor de tres hijos varones. Su mujer era muy devota, se sentaba muchas horas en el primer banco de la iglesia, iba siempre de luto y no le interesaba el trabajo de su marido. Tenían dos hijas solteras, que eran modistas.
A los amigos del café, donde iba a jugar a cartas, Marcel Aubanell Garriga, les decia:
qui sembrarà els meus camps quan jo em mori?2
Las cosechas no le daba mucho dinero, entonces, un día decidió ir a Barcelona a buscar trabajo. En el tren, que lo llevaba a la ciudad condal, encontró a un señor muy amable, quien, oyéndole cantar una habanera
3, le aconsejò que se especializara en el canto de esas melodías. El señor del tren fu su primer empresario.
Desde entonces, Marcel Aubanell Garriga, cantó en un coro, que pronto alcanzó una buena fama en toda Cataluña. Su voz era un portento, que animaba siempre las fiestas del pueblo.
Nunca vendió sus campos. Alquiló la mayor parte de sus fincas, pero se guardó un pedazo de huerto, que cultivó con amor hasta su muerte.
Gracias a Montse había recordado la bella la voz del difunto. Nuestras mentes volvieron a aquellos lejanos días de la
Festa major de nuestra infancia y adolescencia. Volví a casa, tarareando la melodía de la habanera que más me gustaba: el meu avi 4
Desperté a mi padre, que estaba mejor que el día anterior, pero que seguía con mucha tos y desde luego con un poco de mal humor. A sus noventa y dos años una bronquitis podía llevarle al otro barrio y eso lo sabia él mejor que nadie. Mientras desayunaba, le conté todos los pormenores del entierro y él me miró sonriendo, como diciendo: menos mal que aún no me ha tocado a mí.Sus ganas de vivir le hicieron desaparecer el mal humor. Noté que sus ojos brillaban de alegría, mirando el periódico y la bandeja de pasteles que yo había comprado.
No pronunció ni una palabra, pero yo leí en su cara: gracias por haberme despertado del sueño negativo en el que durante esos últimos días había caído, ahora pienso que vale la pena vivir a pesar de los pesares. La vida ha sido dura y áspera, como la tierra que he labrado, pero también ha sido bella porque he podido recoger los frutos de mi siembra. Aún quiero saber lo que pasa a mi alrededor, aún quiero entusiasmarme creyendo que llegará un mundo mejor y más justo para todos, aún quiero comer dulces y aún quiero estar sentado en mi butaca con nosotros.
Me senté a su lado y aprecié con deleite las bellas sensaciones que me había regalado aquel domingo de agosto.

1  Puedes ir, el domingo a las diez de la mañana, al funeral de Marcel Aubanell Garriga?
2  Quién cultivarà mis campo cuando yo me muera?
3  Es un tipo de canción, originada en Cuba a finales del siglo XIX, de ritmo lento
4 Mi abuelo


 Il cantante di habaneras
Quella domenica d'estate mi sono svegliata molto presto. Mentre mio padre ancora dormiva, sono uscita senza fare rumore. La piazza della chiesa, che si trova vicino alla nostra casa, era ancora deserta, solo si vedeva qualche vecchia devota che andava alla messa. Mi sono seduta su una panchina e mentre osservavo la facciata della chiesa, pensavo che era troppa maestosa per quanto era piccolo il paese.
Quanti lontani ricordi uscivano dal tempio e si perdevano nell'aria. Le campane, che suonavano le nove, mi hanno riportato alla realtà e mi hanno spedito a comprare prima il giornale e dopo un vassoi di dolci nella pasticceria più antica del paese, dato che volevo che quella domenica di agosto fosse un vero giorno di festa.
Ritornando a casa, sentivo il silenzio di un paese ancora addormentato. Portavo nella borsa il mio piccolo computer portatile, quindi mi sono seduta di nuovo su una panchina della piazza, questa volta vicino alla biblioteca comunale, per poter trovare una connessione Internet, come avevo fatto qualche mese prima, ma quella mattina non ha funzionato.
Già da piccola, sempre mi era piaciuto alzarmi prima degli altri e uscire per strada, ritornando poi in fretta a casa, perché sapevo che prima o poi si sarebbero accorti della la mia mancanza, ma ero felice di essermi conquistato alcuni momenti di libertà.
Al ritorno, mio padre ancora dormiva. Ho pensato che era presto e che avevo tempo di andare dove lui avrebbe desiderato, ma non poteva.
Ricordai che, il giorno prima, mio padre aveva chiesto a mio fratello se poteva recarsi al funerale di Marcel Aubanell Garriga. Mio fratello si era scusato moltissimo, rispondendo che non avrebbe potuto perché precisamente quella mattina aveva fissato per scattare delle fotografie paesaggistiche alla foce del riu Tordera1 
Marcel Aubanell Garriga, era uno degli amici di mio padre. Era un po' più giovane di lui, ma si conoscevano da molto tempo, perché avevano trascorso molte ore insieme giocando a carte al Café Liceu, soprattutto negli ultimi tre anni, da quando mio padre era diventato vedovo.
Era talmente vicina la chiesa alla nostra casa, che avrei fatto presto e mio padre sarebbe rimasto contento, ho pensato.
Nel tempio, gremito di gente, ho visto subito i biondi capelli di Montse, una mia amica dell'infanzia, la quale, da quando mi sono trasferita in Toscana, mi scrive delle lunghe lettere che mi spedisce per posta normale e non elettronica come fanno tutti.
Mi sono avvicinata a lei ed entrambe siamo rimaste in fondo della navata centrale guardando gli abitanti del paese.
Dopo poco è arrivata unaltra amica, che non vedevo da molti anni, dato che era andata ad abitare vicino a Girona e solo ogni tanto ritornava al paese natale, quando andava a trovare la sua famiglia. Noi tre amiche siamo rimaste in piedi all'entrata della chiesa e prima della cerimonia abbiamo parlato sottovoce della nostra vita, ma soprattutto delle malattie e degli acciacchi dei nostri genitori.
Sembravamo tre piccole bambine che sussurravano tra di loro nascondendosi dai grandi. Ogni tanto ci dicevamo che qualcuno ci avrebbe rimproverato per le nostre lunghe chiacchiere. La sensazione di colpa che sentivo, nascondendomi mentre parlavo, mi riportava molti ricordi.
Mi vedevo nella piazza della chiesa, con un vestito estivo di vari colori che mi piaceva, forse ereditato da mia sorella maggiore, giocando allegramente con le amiche del quartiere.
Mi guardavo poi entrare nella chiesa, subito sentivo il rumore dei mie sandali nuovi che calpestavano la navata laterale e ricordavo ancora la sensazione di tristezza e smarrimento che in quel momento provavo.
Il vecchio sacerdote mi infondeva paura, ma era la sua voce rauca, quella che più temevo. La prima volta che mi sono confessata con lui, per la Prima Comunione, ho sofferto molto dato che non capivo quel che mi diceva. Lui era arrabbiato con me e mi ha preso per il collo spingendomi quasi dentro al confessionale. Tremavo tutta, mentre la sua bassa voce entrava nelle mie orecchie, paralizzandomi la bocca, dalla quale non è uscito nessuno dei miei umili peccati.
Durante la funzione mi sono guardata intorno e ho visto alcune facce conosciute tra la folla. Diversi volti erano come ombre tristi e consumate di persone che avevo incontrato tanti anni prima. Alcuni lineamenti di altri anziani mi hanno ricordato abitanti del paese che ormai erano morti. Come Bartolo, il vecchietto andaluso, con la gamba di legno, che vendeva semi di girasole, noccioline e dolciumi vari in una piccola bancarella della piazza o come Anita la levatrice del paese, che aveva aiutato a nascere molti fedeli di quella chiesa.
Noi tre amiche eravamo al funerale al posto dei nostri anziani genitori, i quali non potevano muoversi di casa. Per questo conoscevamo così poco i parenti di Marcel Aubanell Garriga.
Montse, che era quella che aveva vissuto sempre nel paese, ci ha raccontato la storia del deceduto.
Marcel Aubanell Garriga era pagès2, come lo era mio padre e la maggioranza degli uomini del mio paese.
A partire degli anni sessanta, quando la costa catalana fu invasa dai turisti, i contadini, uno dopo l'altro, hanno lasciato i campi e sono andati a lavorare negli alberghi o altri stabilimenti turistici.
Il defunto aveva delle terre che aveva ereditato da suo padre, essendo il primo di tre fratelli maschi. Sua moglie era molto devota, sempre vestita di lutto, si sedeva molte ore delle giornata sulla prima panca della chiesa e non era interessata al lavoro di suo marito. Avevano due figlie nubili, che lavoravano come sarte.
Agli amici del Cafè Liceu, Marcel Aubanell Garriga, diceva:qui sembrarà els meus camps quan jo em mori? 2
I raccolti non rendevano molto, quindi un giorno ha deciso di andare a Barcellona a cercare lavoro. Nel treno che lo stava portando alla città, incontrò un signore molto gentile, il quale sentendolo cantare una habanera3, gli consigliò di specializzarsi nel canto di queste melodie. Quel signore diventò il suo primo agente.
Da allora, Marcel Aubanell Garriga, cantò in un coro, che ben presto raggiunse un grande successo in tutta la regione catalana. La sua bellissima voce diventò il richiamo più importante delle feste del nostro paese.
Non volle vendere i suoi campi, ma li diede in gestione, tenendosi un fazzoletto di terra per coltivare un orticello, con amore fino al giorno della sua morte.
Grazie alla mia amica, avevo ricordato la bella voce del defunto e le nostre menti erano ritornate a quei lontani giorni della Festa major4 della nostra infanzia e adolescenza.
Sono tornata a casa, canticchiando l'habanera che più mi piaceva: El meu avi5.
Appena mio padre si è svegliato, ho percepito che stava un po' meglio, ma che era infastidito a causa della tosse che lo aveva disturbato tutta la notte. A novantadue anni, lui sapeva bene che una bronchite curata male poteva causargli la morte.
Mentre faceva colazione, gli ho raccontato tutti i particolari del funerale e lui mi ha guardato sorridendo, come se mi volesse dire: meno male che ancora non è toccato a me.
La sua voglia di vivere ha fatto sparire il suo cattivo umore. Ho notato che i suoi occhi brillavano mentre guardava verso il giornale e il vassoio di pasticcini che avevo comprato.
E' rimasto in silenzio, ma io ho voluto leggere nel suo viso le parole che avrei desiderato che uscissero dalle sue labbra:
Grazie per avermi svegliato dal brutto sogno, nel quale ero piombato in questi ultimi giorni, adesso
penso che vale la pena vivere nonostante le sofferenze. La vita per me è stata dura , come la terra che ho coltivato, ma è stata anche bella, perché ho potuto raccogliere i frutti della mia semina. Ancora voglio sapere cosa succede intorno a me, ancora voglio entusiasmarmi, credendo che verrà un mondo migliore e più giusto per tutti, ancora voglio mangiare i dolci della domenica e ancora voglio stare a sedere nella mia poltrona accanto a voi.
Mi sono seduta accanto a lui e ho apprezzato con piacere le belle sensazioni che mi aveva regalato quella domenica di agosto.


1  Fiume Tordera
2  Chi coltiverà i miei campi quando io morirò?
3  E' un tipo de canzone di ritmo lento che ebbe origine a Cuba alla fine del secolo XIX
4  Festa del paese
5  Mio nonno

venerdì 1 giugno 2012

Giacomo e la lentezza del virus













Quel giorno non ho lavorato quindi, ho dedicato tutta la mattinata, prima alla casa e poi a scrivere.
Mentre mi dirigevo in macchina al supermercato per fare la spesa, ho pensato a Giacomo, nostro primo figlio. Sarà stata una canzone sentita alla radio quella che mi ha fatto ricordare il suo magro corpicino?
Mi sentivo raffreddata. Per me questo stato catarroso, a volte poteva essere un bene, perché il virus mi faceva rallentare tutte le azioni. Pensavo, davanti alla bilancia, tra la pesata dei pomodorini e quella del cavolfiore, che appena sarei arrivata a casa, avrei scritto la storia di Giacomo. Piano piano ho scaricato la spesa e poi seduta nella scrivania ho preparato le lezioni per il giorno dopo.
Tra una cosa e l'altra sono arrivata all'ora di pranzo, senza aver scritto niente. La lentezza virale mi aveva fatto crogiolare sui mie libri.
Da quando i nostri figli ventenni erano lontani dall'Italia per studiare, pranzavo sempre da sola, dato che U. mangiava tutti giorni nel posto di lavoro. Mi piaceva assaporare una bella insalata mista, mentre ascoltavo la radio o guardavo il telegiornale. Questa sensazione di libertà e il ricordo di Giacomo mi hanno riportato a un giorno invernale di qualche decennio prima, seduta sul divano verde della nostra prima casa.
Avevo quasi trent'anni quando un pomeriggio ho sentito la voglia di avere un figlio.
Appena è arrivato U. a casa dal lavoro l'ho abbracciato e gli ho detto:
- Sarebbe bello avere un bambino
- Mi piacerebbe essere padre, ma forse aspettare un po' di tempo sarebbe meglio.
- Adesso sento un gran desiderio di essere madre, cosa che non avevo percepivo mai prima, e   penso  che sia arrivato il momento di avere un figlio.
- Io ho un lavoro fisso, ma tu non sei assicurata nella scuola privata dove lavori. Quando sapranno   che sei incinta forse ti manderanno via, diceva U.
- Le cose si sistemeranno. Posso continuare a impartire lezioni private a casa.
- Come farai a insegnare con un bambino tra le braccia?
- Non essere buffo, ci siamo sempre arrangiati, ce la caveremo, dicevo io.
- Ancora non abbiamo una casa nostra, forse dobbiamo aspettare un altro po', ribadiva lui.
Eravamo in affitto in un bel monolocale, posto al pian terreno di un palazzo antico, che ci piaceva molto, ma nel quale, aveva ragione U., non c'era posto per un bambino.
Un giorno di primavera questa discussione l'abbiamo fatto con un nostro caro amico. Quest'ultimo, con la sua mentalità troppo maschile e un po' egoista, mi voleva persuadere a tutti costi che i figli portano solo problemi.
U. era indeciso sul momento di procreare, ma voleva avere due o tre figli, diceva. Invece l'amico era fermamente convinto di non volere che la metà del suo DNA facesse parte di un nuovo essere.
Io invece sentivo, ogni giorno che passava, sempre più forte il desiderio di maternità.
Dopo alcuni mesi da quella lunga discussione, è rimasta incinta la moglie del nostro amico. Lui era infuriato, ci diceva che era stato un grosso errore quella gravidanza, ma che quello sarebbe stato il suo primo e ultimo figlio. Lui ha mantenuto la parola, ma qualcosa si è rotto nella coppia, perché dopo pochi anni dalla nascita della loro figlia si sono separati.
Arrivate le vacanze di Natale andammo a trovare i miei, nel paese dove abitano vicino a Barcellona, dopo abbiamo proseguito il viaggio verso Sud con mio fratello e sua moglie. A Siviglia ho capito di aspettare un figlio.
Avrei voluto, godere quel momento nell'intimità con U. invece eravamo sempre in compagnia e il viaggio era molto faticoso: attraversavamo l'Andalusia con un vecchio furgone. A Siviglia l'appartamento, prestato da una amica di mio fratello, era molto piccolo e molto freddo. Mia cognata voleva andare da una parte e U. invece d'altra, insomma tutto era un po' stressante.
In quei giorni avevo notato, nel bagno di un locale gremito di gente, di avere delle piccole perdite di sangue.
La sera abbracciata a U., mentre dormiva, parlavo con Lui, il piccolo, che sette mesi dopo abbiamo chiamato Giacomo, dicendogli:
- No fugis, ara que has arrivat. Resisteix, no ens deixis, que ja t'estimem molt1
Percepivo che qualcosa non andava bene, dato che mi sentivo strana e avevo sempre mal di testa. Ricordo che il giorno dell'ultimo dell'anno, con i coriandoli nei capelli, in un locale del centro di Siviglia, nonostante il malessere fisico, ero felice pensando alla nuova vita che si faceva strada, ma soprattutto vedendo U. raggiante di allegria.
Giacomo non ci ha mai lasciati a Siviglia, ha tenuto duro, ed è rimasto nel mio grembo fino alla fine di luglio. Dopo la sua nascita ha resistito nove giorni, nell'incubatrice dell'ospedale pediatrico di Padova, dove ci siamo recati, nel momento in cui dottori avevano avuto i sospetti che il feto avesse un'anomalia cromosomica.
Era piccolo, ma bello.  Aveva una trisomia 18, il che significava  che le sue cellule possedevano un cromosoma in più e questo provocava,  tra le altre disfunzioni, una grave malformazione cardiaca. Pesava solo un chilo e mezzo. 
Ho pochi ricordi di quel magro corpicino: le impronte dei suoi piedini, il suo braccialetto con inciso il numero di riconoscimento, il suo gruppo sanguigno, la fotografia dei suoi cromosomi, il suo certificato di morte e la sua lapide nel cimitero di Poppi.
La morte di Giacomo è stato per noi il primo gran dolore. Ma in quei momento non potevamo immaginare che la perdita del nostro primo figlio ci avrebbe regalato una visione migliore della vita.
U. mi è stato sempre vicino, ha pianto insieme a me e ha saputo aiutarmi a superare i momenti più difficili, dimostrandomi il suo amore.
Per riprenderci ed elaborare serenamente il nostro lutto abbiamo deciso di recarci al mio paese, allontanandoci da Firenze, dove molti conoscenti, ignari dell'accaduto, vedendomi da sola, senza carrozzina, mi chiedevano:
- Dove hai lasciato il bambino?
- E' morto, dicevo.
In paese, mia madre, mia sorella, mia zia, le cugine e le amiche mi consolavano dicendomi che quella disgrazia era capitata a molte donne. Ricordo che nelle ore di calura, zia Margherita, seduta con me in cucina, mentre tutti dormivano la siesta, mi ha raccontato alcune storie di donne che avevano perso il loro primo figlio, ma quella che mi ha colpito di più è stata la storia di Anita, la llevadora2,
Mia zia cominciò dicendo cheAnita  un giorno  aveva sentito  un forte desiderio di avere un figlio.
Era seduta a prendere il fresco sotto un ulivo con Anselmo, suo marito, vicino a un paesino della provincia di Jaen, dove, prima che scoppiasse la guerra civile, erano andati ad abitare.
Aveva ventisei anni e tutte le sue coetanee a quell'età avevano due o tre bambini, ma lei, fino a quel giorno, desiderava solamente aiutare le donne a partorire e pensava fermamente di non voler procreare durante quel periodo di tumulti e lotte politiche.
Perché adesso sentiva quel forte desiderio di tenere stretto un figlio tra le braccia? Era un sentimento nuovo e quasi se ne vergognava, dato che i tempi erano così difficili che la gente stentava a procurarsi i mezzi per il proprio sostentamento. 
- Mettere al mondo un figlio forse è da incoscienti, ma adesso sento una gran voglia di maternità, disse Anita a suo caro marito.
- Sarebbe meglio aspettare tempi migliori, ma sono contento di questo tuo nuovo desiderio. È da parecchio tempo che ci penso, a un figlio, ma ti vedevo così presa dal tuo lavoro che non volevo che ti sentissi obbligata a darmi un erede, le rispose Anselmo.
- Mi piacerebbe che nostro figlio avesse la testa rotonda ed elegante come la tua, la tua bontà e la tua voglia di vivere, gli sussurrò lei all'orecchio.
Cominciava ad imbrunire, quando Anita sentì un brivido d'emozione, forse perché era felice di aver parlato con Anselmo e di aver percepito che lui l'amava.
Dopo qualche mese capì di essere incinta, non per questo lasciò il duro lavoro, che continuò a svolgere con passione. Intanto le truppe del Generale Franco, provenienti dalla colonie spagnole del Marocco, erano sbarcate nella penisola e avevano preso alcune città, tra le quali Siviglia e Granada, nell'Andalusia occidentale. Nell'ospedale, dove Anita  seguiva i parti più difficili, un giorno arrivarono delle milizie franchiste e occuparono con la forza alcuni padiglioni.  La  levatrici voleva aiutare una donna incinta di sette mesi, la quale era stata ricoverata quella mattina per un distacco della placenta. I militari avevano ordini di sgomberare il reparto per farci un accampamento. Mentre Anita discuteva con i miliziani, sentì uno scoppio.
Quando aprì gli occhi, coperta da polvere e macerie, vide, in mezzo a una pozza di sangue, la donna che aveva voluto salvare. Anche lei aveva perso sangue e appena riusciva a mettersi in piedi.
Presto sospettò che il nascituro stesse soffrendo, dato che non percepiva più i piccoli calci che lui solleva lanciare a tutte le ore, come il picchiettio leggero di chi bussa alla porta.
Era debole e non riusciva quasi a camminare, ma appoggiandosi alle spalle di una donna riuscì ad arrivare dal vecchio dottore.
Il medico visitandola vide che c'era una forte sofferenza fetale e che bisognava effettuare rapidamente un taglio cesareo.
Il corpicino del bambino pesava poco, ma era bello  e  Anita notò subito la sua testa rotonda ed elegante come quella di Anselmo. Era nato vivo, ma dopo poche ore morì.
Lavarono e vestirono il corpo di quella povera creatura e lo misero in una scatola di cartone.
L'indomani Anita sentì che usciva il latte dai suoi capezzoli. Sempre, dopo i parti, provava una gran gioia vedendo i seni gonfi delle partoriente, che le sembravano delle morbide caciotte, ma adesso guardando i suoi sentiva un gran dolore.
Senza tregua si chiedeva:
- Perché è dovuto succedere a noi?
- Perché non ho voluto aspettare un po' di tempo prima di avere un figlio, come diceva Anselmo?
- La colpa è stata tutta mia.
Ben presto scoprì che molti capelli le cadevano e questo la faceva piangere dal dispiacere.
Anselmo la sera la portava a fare delle passeggiate, parlandole, con entusiasmo, del loro futuro.
Dopo qualche giorno, tornò all'ospedale e piano piano il lavoro la rasserenò.
Anita, dopo quella disgrazia, sentì che amava profondamente quell’uomo buono.
La storia di Anita, raccontata da zia Margarita, contribuì a restituirmi la speranza e  soprattutto la voglia di ricominciare.
La lentezza che mi aveva procurato il virus mi aveva permesso di ricordare la storia della breve vita di Giacomo e di apprezzare che la morte prematura di nostro figlio ci aveva uniti saldamente.
Dovevo ringraziare Giacomo, quel figlio che avevo tanto desiderato.

1 Non fuggire, ora che sei arrivato. Non lasciarci che già abbiamo cominciato ad amarti
2 Levatrice