sabato 8 dicembre 2012

La casa delle Cure














Alcuni giorni prima era arrivato a casa l'avviso di una raccomandata. Dovevamo andare a ritirarla in un ufficio postale vicino a Piazza delle Cure.
Quella mattina ero libera, quindi ho preso la bicicletta e mi sono incamminata verso la posta. Senza pensarci troppo ho pedalato verso piazza D'Azeglio, e poi ho seguito la stessa strada che facevo diversi anni prima, quando andavo a casa della signora Natalia.
L'aria della città era quasi calda e ogni pedalata mi riportava tanti ricordi.
All'inizio degli anni ottanta ho conosciuto la signora Natalia in una accademia di lingue, dove insegnavo spagnolo. Ero molto contenta di aver trovato quell’impiego, perché lavoravo solo tre pomeriggi la settimana e questo mi permetteva la mattina di seguire le lezioni alla Facoltà di Geologia di Firenze, dove mi ero iscritta dopo il mio trasferimento da Barcellona. I miei allievi erano adulti e studiavano lo spagnolo per lavoro, per viaggiare, per curiosità o come la signora Natalia per passione.
La trovai seduta al primo banco di una piccola aula, quando arrivai timorosa, per la mia inesperienza, il primo giorno di lezione. Occupava da sola un banco doppio, perché doveva sistemare nella sedia accanto a l'elegante cappotto di lana e sul tavolo il bizzarro cappello. Aveva diversi cappelli, uno per ogni stagione ed io m'incantavo a contemplarla tutte le volte che se li toglieva o se li metteva con una cura quasi maniacale.
Era alta e robusta, ma di portamento aristocratico. I capelli bianchi erano raccolti in una crocchia ben pettinata. Il volto paffutello e i lineamenti delicati le davano unaria gentile, ma gli occhi chiari e vispi, dallo sguardo risoluto, mostravano la sua vera indole. Era molto curiosa, voleva sapere tutto e conoscere il mondo prima di diventare troppo vecchia, per questo aveva tanto interesse a imparare nuove lingue.
Di solito indossava una pacata gonna nera, con sopra delle larghe giacche chiare, ma i colorati foulard di seta fine, che sfoggiava intorno al collo, le davano un'eleganza quasi esotica.
Aveva da poco superato la settantina, ma la gran voglia d'imparare la ringiovaniva.
Durante le mie lezioni era quasi l'unica ad alzare la mano per chiedere delle spiegazioni e il significato di alcune parole.
A volte portavo dei libri e leggevo alcuni brani. Allora per segnare le pagine dei testi piegavo l'angolo superiore, cosa che ora detesto. Lei vedendo quelle “orecchiette” si innervosiva e facendo una risatina isterica mi consigliava di trattare meglio i libri.
Quell’anno a giugno, finiti i corsi, mi chiese il numero di telefono. Verso l'inizio di settembre mi chiamò e mi pregò di farle delle lezioni private.
Ogni martedì dalle dieci alle undici e mezzo mi recavo in bicicletta a casa sua, che si trovava nella zona delle Cure.
Ricordavo che la prima volta che ero stata da lei, appena ero entrata nel vecchio appartamento al pianterreno, piuttosto buio e pieno di mobili antichi, mi aveva raccontato che la sua famiglia era stata molto benestante, perché suo padre aveva una piccola industria di profumi e abitavano in una casa signorile in piazza Savonarola. Dopo la morte del padre, la ditta aveva avuto delle difficoltà e si erano dovuti trasferire in quel lugubre pianterreno del quartiere delle Cure.
La madre era morta da pochi anni e in quella casa aveva abitato da sola Maria, la figlia più piccola, la quale non si era mai sposata e per tutta la vita aveva impartito lezioni private di pianoforte.
La signora Natalia si era trasferita  nella casa delle Cure dopo che si era separata  dal marito, ma questo me lo aveva raccontato nelle settimane successive.
Il pianoforte a coda si trovava nell'unica sala luminosa della casa, che si affacciava su un grande giardino.
Ho frequentato la casa delle Cure per diversi anni e mentre vedevo invecchiare le due sorelle, ricostruivo ogni volta  un pezzetto della storia della loro giovinezza.
Suonavo il campanello, due o tre volte, giacché erano un po' sorde. Mentre aspettavo sentivo i passetti della  signora Natalia. Nei primi tempi, udivo in lontananza il ticchettio rapido delle sue scarpe nere a tacco basso, negli ultimi anni arrivava strascicando le ciabatte.
La prima cosa che faceva era offrirmi una tazza di tè. Mentre aspettavo seduta che lei preparasse l'infusione, mi sentivo a mio agio circondata da quei pesanti mobili antichi, che  raccontavano storie dei loro vecchi proprietari. La mia immaginazione correva fino a che, a un tratto, sentivo la sorella in cucina che borbottava  a uno dei suoi tanti gatti.
- micio mio, come sei bello.
Maria era snella e sembrava fragile con il suo sguardo miope. Tutte le volte che mi si avvicinava, mi salutava e  mi raccontava strane storie di gatti abbandonati, poi andava nel salone più bello della casa e suonava della musica meravigliosa.
Le tazze e la teiera facevano parte del servizio buono, del quale la signora Natalia era molto orgogliosa. Il tempo passava veloce, sedute a quel tavolo troppo lungo per quella piccola stanza. Parlavamo di fronte alla tazza di tè, o meglio parlava lei raccontandomi brandelli della sua vita, dopo andavamo nella sua camera da letto dove, vicino alla finestra, aveva una scrivania. Leggevamo e traducevamo poesie di autori spagnoli o sudamericani. Un giorno mentre recitava un poema di Antonio Machado,  Yo voy soñando caminos, mi raccontò la storia del suo innamoramento:
Una sera piovosa, quando aveva quasi trent'anni, all'uscita del teatro aveva conosciuto un quarantenne bello, ricco e intelligente che le offriva riparo sotto il suo grande ombrello. Nacque subito una grande passione. Natalia era così felice da non vedere che il suo innamorato dipendeva totalmente dalla madre e dalle due sorelle nubili.
Il futuro marito le promise che dopo un anno dal loro matrimonio sarebbero andati a vivere da soli in una villetta nella zona di Poggio Imperiale di loro proprietà, ma che in quel periodo era purtroppo affittata.
Lei, molto innamorata, aveva creduto alle parole del fidanzato.
Le nozze furono austere per volere della suocera, ma l'indomani la famiglia di Natalia organizzò in campagna, in una casa che possedevano vicino alla Consuma, una festa indimenticabile per tutti gli invitati. Dopo pochi mesi rimase incinta. Il marito, con la scusa dell'aiuto che madre e sorelle le potevano dare per accudire il neonato, non volle trasferirsi nella villetta che, nel frattempo, si era liberata. Lei ne fu molto dispiaciuta, ma dato che non voleva rovinare il meraviglioso evento della nascita del figlio e l'affetto del marito, non insistette più.
Gli anni passavano e suocera e cognate diventavano sempre più gelose di lei.
Il secondo figlio nacque dopo dieci anni di matrimonio. Natalia era felice allevando i suoi figli, ma non sopportava l'intromissione delle tre donne.
Quando morì la suocera, le due cognate, libere di agire, l'umiliavano ad ogni occasione.
Una volta, mentre tutti i membri della famiglia stavano parlando con dei cugini che erano arrivati dall'America,  Natalia si mise in un angolo del salotto ad allattare il bambino. Una  delle cognate tirando fuori  fuori un  fazzoletto per coprirle il seno le disse scorbuticamente:
- vai in cucina, non crederai di poter allattare in mezzo alla gente.
- non ci penso nemmeno, voglio stare con voi. Disse lei
- quando ti ci metti riesci a rovinare tutto, rispose l'altra sorella col broncio.
Suo marito, quel giorno non ebbe il coraggio di difenderla e dopo, quando lei gli ricordò la promessa che le aveva fatto, di andarsene insieme da quella casa, lui le confessò che mai avrebbe abbandonato le  sorelle.
Quella notte,  mentre piangeva si diceva:
- non appena si sarà sposato  nostro figlio piccolo, me ne andrò di questa casa, con o senza marito.
Effettivamente lasciò il marito dopo le nozze del secondo figlio. A più di settanta anni, dovette cominciare da sola una nuova vita e trovò che la miglior cosa fosse andare a vivere con Maria.
Ero andata alla casa delle Cure ogni martedì in bicicletta per quasi dieci anni, fino a quando, alla fine degli anni ottanta, era nata la mia prima figlia.
La signora Natalia aveva continuato a chiamarmi di tanto in tanto, e ogni anno per Pasqua mi chiedeva di passare da lei per ritirare dei dolci per i miei figli e così facendo trascorrevamo un bel pomeriggio insieme.
L'ultima volta sono andata a trovarla col mio secondo figlio, allora undicenne. Mi aprì una badante un po' scorbutica e un odore pungente di gatti ci penetrò nelle narici, ma ben presto arrivò la signora Natalia, che camminava a stento aiutata da un bastone. Era felice di vederci e mi abbracciò così affettuosamente che ancora me ne ricordo come se fosse stato ieri.
Non poteva più muoversi di casa, i suoi viaggi erano da diversi anni un lontano ricordo, ma ancora amava la vita e si emozionava leggendo i poemi di Antonio Machado, il suo poeta preferito.
Mi raccontò che sua sorella aveva perso totalmente la testa, viveva solo per i gatti. Aveva animali in tutta la casa. Soprattutto in bagno c'è ne erano più di dieci e li curava come se fossero dei bambini.
Maria non si ricordava più di suonare, voleva solo essere accompagnata ai giardini e nei campi vicini a casa per curare tutti i gatti malati che incontrava.
La situazione era considerata dai figli insostenibile, per questo volevano portare le due donne in una bella casa di cura. Lei si opponeva, ma d'altra parte non desiderava che i figli soffrissero per causa sua. Quindi mi promise che presto mi avrebbe chiamata per dirmi come avevano risolto la situazione.
Passarono le settimane e presa dai mille impegni quotidiani e non pensai più alle due anziane sorelle.
Una mattina tornando dal lavoro, la ragazza che mi aiutava a fare le pulizie, mi disse che aveva ricevuto la telefonata di un signore con una voce molto triste, il quale voleva farmi sapere che era morta sua madre.
Chiamai subito il figlio della signora Natalia, il quale mi raccontò che una settimana prima di far trasferire la madre e la zia in una clinica sulle colline fiorentine, la badante, che aveva aiutato le due anziane a coricarsi, aveva trovato le due donne morte.
La pianista giaceva nel salone circondata dai suoi gatti.
Pareva che si fosse alzata di notte e  che sicuramente, dopo un malore, era caduta lacerandosi una delle vene varicose della gamba, perdendo del sangue. Pensavano che fosse morta subito, per questo non l'avevano sentita chiedere aiuto.
La signora Natalia fu trovata accasciata  sul letto. Sopra al comodino, stranamente sgombro di libri, c'era una tazza di tè del servizio buono, ma nessuno si spiegava come fosse arrivata li. Da molto tempo quelle tazze erano state avvolte nella carta velina  dentro uno uno scatolone e sistemate su uno scaffale del ripostiglio, troppo alto per esser raggiunto da una donna anziana.
Cosa era successo quella notte? Pensavo mentre pedalavo verso Piazza delle Cure. Mi piaceva immaginare che quella donna, quasi centenaria, si era fatta una seconda promessa: - una volta arrivato il momento sarò io a scegliere da dove partire per l'ultimo viaggio.
Le mie gambe conoscevano a memoria quella strada perché senza rendermi conto arrivai di fronte alla casa delle Cure, lasciandomi alle spalle l'ufficio postale e la raccomandata.

Yo voy soñando caminos... 
          Yo voy soñando caminos                     Vado sognando strade
          de la tarde. ¡Las colinas                      della sera. ! Le dorate
          doradas, los verdes pinos,                  coline, i verdi pini,
          las polvorientas encinas!...                 le polverose querce!....

domenica 2 dicembre 2012

Ti voglio tanto tanto bene - Te quiero mucho











Mentre spingevo il carrello della spesa nel grande parcheggio del supermercato, ho sentito un bambino piccolo che diceva con una voce molto tenera alla nonna:
- Ti voglio, tanto, tanto bene.
- Anche io. Gli ha risposto la nonna.
Quelle semplici parole, mi hanno accompagnato durante tutta la giornata.
Al bambino la semplice frase era uscita dal cuore, forse per questo mi ha avvolta completamente e mi ha contagiata. Ero felice perché era molto che non ascoltavo quelle parole dette con tanto sentimento.
Guidavo rilassata la macchina, con l'ingombrante spesa, attraverso la città quasi deserta, dato che erano le undici del mattino e a quell'ora tutti di solito sono al lavoro o a scuola.
La musica proveniente dalla radio emetteva una canzone, “Tutta mia la città”, dell'equipe 84, che sempre mi cantava U.  nell'autunno dell' 1976 quando  ci siamo conosciuti. Allora non capivo bene l'italiano, ma sentivo che c'era amore in quelle parole e quelle canzoni mi davano un gran benessere.
Mentre attraversavo i viali, gli affreschi di Piero delle Francesca sono tornati nella mia mente.
Due giorni prima di quel pomeriggio autunnale in cui ci siamo incontrati e innamorati, U. era arrivato a Barcellona per trovare degli amici catalani conosciuti alla Biennale di Venezia, che quel anno era dedicata alla pittura spagnola.
Il giorno dopo lui si era  trasferito nell'appartamento al terzo piano di un edificio ottocentesco di calle Aragón, dove abitavo con altre tre studentesse, ma dopo quattro settimane era dovuto ritornare a Firenze, perché gli erano finiti i soldi e soprattutto erano iniziate di nuovo le lezione nella facoltà di architettura, che era stata occupata dagli studenti per molto tempo.
Ricorderò sempre quel grigio giorno del nostro congedo nel porto vecchio di Barcelona, dove lui s'imbarcava per Genova.
Ci siamo detti che il nostro amore era impossibile e che forse non ci saremo più rivisti, dato che era difficile che uno di noi potesse lasciare la propria nazione.
Ma dopo pochi giorni mi sono arrivate tre cartoline che rappresentavano alcune importanti dipinti di Piero della Francesca che si trovavano nella chiesa di S. Francesco di Arezzo. Sul retro di una c'era scritto:
- ancora
Su quello di un'altra :
- mille volte
e sull'ultima:
- Io
Ho capito che mi amava nonostante mancassero delle parole alla sua frase d'amore.
Gli ho scritto una lettera dicendogli che dopo Natale sarei andata da lui.
Dopo il mio viaggio quasi clandestino, dato che i miei genitori non ne erano al corrente, che è stato bellissimo, sono arrivate le altre cartoline.
Seduta vicino a una stufa elettrica nella piccola camera dell'appartamento della calle Aragón ho potuto ricostruire la più bella dichiarazione d'amore che avevo mai ricevuto:
Io ti voglio mille volte e mille volte ancora
Il sole era apparso nella città dopo tanti giorni di pioggia, mentre  i vetri della macchina tratteneva il calore che mi riscaldava il viso e il cuore, sentivo che piano piano era diventata mia quella città, dove mi ero trasferita un anno dopo aver conosciuto U.
Nel nuovo paese avevo incontarto molte persone, intrecciato nuove amicizie e avuto due figli. Mi sentivo bene in quel abitacolo caldo pieno di provviste per tutta la settimana e mi sarebbe piaciuto avere U. vicino e poter dirgli : ti voglio tanto tanto bene.

Te quiero mucho
Mientras iba empujando el carrito de la compra en el gran garaje del supermercado, oí la voz de un niño pequeño que le decía a su abuela con una voz muy tierna:
-  Ti voglio, tanto, tanto bene.
-  Anche io.  Le contestó la abuela1.
Aquellas palabras tan simples me acompañaron durante todo el día.
Al niño aquella frase le había salido del corazón, quizás por eso  a mí me había  comovido y contagiado.
Estaba contenta porque hacía tiempo que no había oído palabras tan llenas de amor.
Relajada conducía el coche, cargado con de bolsas de la compra, a través de la ciudad casi desierta, pues eran las once de la mañana y a esa hora normalmente todo el mundo está en el trabajo o en los colegios.
La radio estaba tocando una canción, “tutta mia la città”, dell'equipe 84, una de las que siempre me cantaba U.  cuando nos conocimos. Entonces yo no entendía bien el italiano, pero me gustaba la música y sentía que en aquellas palabras había amor y poesía. Aquellas canciones me siguen dando alegría.
Mientras cruzaba una de las grandes avenidas los frescos de Piero della Francesca volvieron a mi memoria.
U. había llegado a Barcelona dos días antes de la tarde de otoño en  que nos conocimos y enamoramos, para ir a ver a unos amigos catalanes que había conocido en Biennale de Venecia, que aquel año había dedicado a la pintura española.
Al día siguiente él se mudó al apartamento del tercer piso de un edificio del siglo XIX de la calle Aragón,  cerca de la estación de Sants, donde yo vivía con otras chicas  estudiantes, sin embargo al cabo de tres semanas tuvo que volver a Firenze, porque se le había terminado el dinero y sobre todo habían empezado de nuevo las clases en su facultad de arquitectura, cuyos estudiantes la habían ocupado desde hacia mucho tiempo.
Recordaré siempre aquel día gris, cuando nos despedimos en el puerto viejo de Barcelona, donde él se embarcaba para Génova.
Nos dijimos que nuestro amor era imposible y que quizás no nos habríamos vuelto a ver nunca más, pues era muy difícil que uno de los dos hubiera podido marchar de su país.
Al cabo de pocos días me llegaron tres de su tarjetas postales, en las que había algunas obras importantes de Piero della Francesca, que se hallaban en la iglesia de S. Francesco de Arezzo. Detrás de una de ellas él había escrito:
- ancora2
en otra:
- mille volte3
y en la última:
- Io4
Comprendí que me todavía se acordaba de mí y que me quería, a pesar de que le faltasen algunas palabras a su frase de amor.
Le escribí una carta diciéndole que después de Navidad iba a ir a verlo.
Después de aquel viaje, que fue un encuentro maravilloso y quizás un poco clandestino, ya que mis padres no sabían casi nada, me llegaron las últimas tarjetas postales.
Sentada cerca de una estufa eléctrica, en mi pequeña habitación del piso de calle Aragón, pude reconstruir la declaración de amor más bonita que jamás había recibido:
Io ti voglio mille volte e mille volte ancora5
El sol volvió a salir en la ciudad, después de tantos días de lluvia.  Mientras los cristales del coche retenían las radiaciones que me iban calentando el rostro y el corazón, sentía que aquella ciudad, donde me había trasladado después de un año de haber conocido a U.,  iba siendo mía. En ella había conocido a muchas personas, había hecho nuevos amigos y  había tenido dos hijos.
Estaba bien en aquel cobijo caliente lleno de víveres para toda la semana y me hubiera gustado que en aquel momento U.,  estuviera  a mi lado para poder decirle:
Te quiero mucho.

1 Te quiero mucho mucho. Yo también le contestó su abuela
2 todavía
3 mil veces
4 Yo
5 Te quiero mil veces y todavía  mil veces màs.



sabato 24 novembre 2012

La carta perdida - la lettera perduta








Aquel día en los anaqueles del viejo garaje, que estaba vaciando, al sacar un montón de viejos y polvorientos libros, apareció un sobre blanco, que contenía la carta perdida.
Finalmente después de tantos años salió de nuevo aquel pequeño diario, que desde finales de los noventa había escrito durante casi dos años, en forma epistolar a U. Le hablaba de mi vida junto a él, de nuestras historias cotidianas, de nuestros hijos que entonces tenían seis y ocho años y sobre todo le contaba los recuerdos del día en que nos enamoramos, en aquel lejano noviembre de 1976.
Se la entregué un día caluroso antes de salir de vacaciones hacia mi tierra natal, donde iba con los niños, sin embargo al cabo de dos semanas él nos alcanzaría y juntos haríamos un pequeño viaje por el sur de España. Le dije que tenía que leerla el domingo siguiente, que era el día de su cumpleaños.
Noté que la carta no le había gustado del todo, ya que cuando nos volvimos a ver no deseaba hablar mucho de ella.
Me lo imaginé meláncolico leyendo la carta, sentado en el sofá rojo de nuestra casa al lado del ventilador, para placar el bochorno que hacía.
Durante el viaje que hicimos por Andalucía, mientras él conducía y los niños dormían, yo miraba el paisaje desierto de la Sierra Morena y me preguntaba:
- ¿Quizás él, después haber leído aquellos episodios de nuestra vida íntima,  ha pensado que una vez escritos ya no eran sólo nuestros?
- ¿Puede ser que sus recuerdos fueran distintos a los míos?
Luego olvidé la carta, que tanto me gustó escribir, y quedó escondida en un estante polvoriento  del garaje.
Aquella tarde en la que estaba preparando la mudanza subí las escaleras deprisa y entré en casa diciendo:
- He encontrado la carta perdida.
- ¡Ves  como no la he perdido yo, eres tú la que siemre lo esconde todo! Dijo U.
Estaba de mal humor, pues había trabajado mucho durante aquellos días, ya sea siguiendo las obras para renovar el local que habíamos comprado, que en su trabajo cotidiano. Pero sobre todo estaba un poco ofendido por lo que yo le había dicho aquella tarde :
-  Eres un poco mandón, siempre lo decides todo tú.
- Pues, tú en cambio no decides nunca nada, pero luego criticas lo que hacen los demás, respondió  él.
- No quiero enfadarme, pero quisiera hacer hoy el traslado, repliqué yo.
- Aún no, esperemos otra semana, me dijo.
- Pues yo lo hago hoy mismo, aunque tenga que hacerlo sola.
- Haz lo que te dé la gana, contestó él.
Yo solo deseaba empezar a sacar cachivaches, pues sentía ansiedad porque no soportaba tener cosas pendientes y me mataba postergar cada vez la mudanza al próximo fin de semana.
Me puse ropa vieja y me fui al garaje aprovechando la tarde suave de finales de octubre.
Con las manos sucias de polvo empecé a leer aquella carta, que a su vez hablaba de otra carta perdida escrita en un papel fino azul, en la que muchos años atrás había recordado los mismos acontecimientos de aquel día de noviembre de 1976.
- Mi vida estaba llena de cartas perdidas, pensé.
Mientras sacaba y separaba los libros que quería guardar de los que hubiera sido mejor tirar, un grupo de jóvenes ocupas entró en el el local de al lado. Había sido una pequeña academia de arte, pero estaba cerrada desde hacía tiempo.
Estaba leyendo la carta cuando se me acercó un hombre delgado de unos cuarenta años, que  hacía parte del grupo y con un acento de Bologna me dijo que era un poeta. Era muy amable y quería ayudarme a transportar cajas de libros. Estuve un ratito con él.
El poeta era muy locuaz y extrovertido, me contó que había estado encerrado en la cárcel unos años, porque una noche había participado a unos amigos al robo una tienda de instrumentos musicales. Su abuelo, quien había llegado a la ciudad de un pueblecito de los Apeninos, le había enseñado a tocar el acordeón. Pero la vida había sido muy dura con él, había perdido primero al abuelo y luego el viejo instrumento. Por eso su sueño era poseer un acordeón. No se acordaba de como se había liado en aquella empresa, sin embargo nunca podría olvidar el día en que los agentes de policía los habían descubierto con las manos en la masa. Las cosas se complicaron y el tuvo que estar una temporada en la prisión. Desde entonces cuando se sentía muy solo en la celda leía  libros que le enviaba su madre y escribía poesías. Cuando salió de la cárcel empezó a colaborar con los de anarquistas de la ciudad, a través del cual publicaba, en una revista mensual, sus poesías.
Le dije que me gustaría mucho leer sus poemas y él me dijo que al día siguiente me regalaría la última revista con sus poesías.
A lo largo del corto camino que separaba los dos garajes, el nuevo y el viejo, oía las voces de la pandilla de ocupas que cantaba:
- lottiamo, lottiamo e la casa occupiamo1
Trasladé libros y trastos viejos hasta que la luz del día iluminó el garaje, pues no había corriente eléctrica.
El despertar dominical fue triste porque ambos aún estábamos ofendidos, a pesar de que hacía un día soleado y límpido:
Me levanté deprisa y salí a dar una vuelta sola. U. desayunó lentamente, pero luego me dijo que solo tenía ganas de salir. Vagabundeamos los dos por la ciudad sin encontrarnos.
Cansada de andar me paré en un mercadillo y mirando unos tenderetes encontré un viejo libro, publicado en los años cuarenta, que me llenó de curiosidad : “lettere d'amore perdute e altri racconti” de Keller, un escritor suizo del siglo XIX. Hojeándolo descubrí en lo alto de la primera página la inicial U. imprimida con un sello. Con aquel libro en mis manos me tranquilicé.
Volviendo a casa vi que  unos albañiles tapiaban la puerta de la vieja y destartalada academia de arte. Ya no quedaba ni rastro de los ocupas.
Entré por última vez en el viejo garaje y encontré en el suelo una carta con la que el poeta se despedía de mí dedicándome una poesía.
La donna solitaria
ferma sull'uscio
legge un lungo scritto,
sarà una lettera d'amore?
Le sue mani polverose tremano,
il suo sguardo è lontano
ma le sue labbra disegnano un leggero sorriso.
Sarà forse la nostalgia di un grande amore?2
U. volvió a casa también un poco más tarde. Poco a poco la calidez de la sopa de calabaza, puerros y alcaparras y la bondad de una copa de vino tinto, nos reconcilió. Volvió entre nosotros el buen humor y las ganas de estar juntos.
Nos contamos nuestras emociones y nuestros pensamientos. Mientras escuchaba a U. quien me estaba describiendo la belleza de un antiguo e histórico edificio, que aquella tarde había visitado, pensé:Gracias al hallazgo de la carta muchas historias se habían entrecruzado.
Aquel día antes de acostarme puse la carta  dentro de uno de los  libros de la estantería.
Quien sabe si algún día la volvería a encontrar y otras historias se enredarían de nuevo.


1 Luchemos, luchemos y la casa ocupemos
2 La mujer solitaria inmóvil en la puerta lee un largo poema, será una carta de amor?. Sus manos polvorientas tiemblan, su mirada es lejana, pero sus labios dibujan una ligera sonrisa. Será quizás nostalgia de un gran amor?



La lettera perduta
Quel giorno negli scaffali del vecchio garage, che stavo svuotando, nel togliere dei vecchi e polverosi libri, riapparve una grossa busta bianca, che conteneva la lettera perduta.
Finalmente dopo tanti anni era venuto alla luce quel piccolo diario, che dalla fine degli anni novanta e per quasi due anni, avevo scritto in forma epistolare a U.
Gli parlavo della mia vita insieme a lui, delle nostre storie quotidiane, dei figli, che allora avevano l'uno sei anni e otto l'altra , ma soprattutto ricordavo quel pomeriggio d'autunno della fine degli anni settanta in cui ci siamo incontrati.
Gli consegnai quella lettera un giorno afoso di luglio, prima della nostra partenza per le vacanze sulla costa catalana, dove sarei andata con i bambini. Dopo due settimane lui ci avrebbe raggiunti e poi insieme avevamo previsto di fare un piccolo viaggio nel sud della Spagna. Gli dissi che doveva leggerla la domenica successiva, che era il giorno del suo compleanno.
Notai che qualcosa del mio scritto gli aveva dato un leggero fastidio, perché quando ci siamo rivisti ne parlava malvolentieri.
Immaginai U., con un' espressione un po' malinconica, mentre leggeva la lunga lettera, seduto sul divano rosso, vicino al ventilatore, per trovare un po' di sollievo dal caldo soffocante.  con un' espressione un po' malinconica.
Durante il viaggio, mentre lui guidava e i bambini dormivano, guardavo silenziosa dal finestrino il paesaggio brullo e deserto delle Sierra Morena e mi chiedevo:
- forse leggere episodi della nostra vita intima di allora gli crea un po' d'imbarazzo, perché una volta scritti non saranno solo nostri?
- può darsi che i suoi ricordi siano diversi dai miei?
La lettera che tanto mi era piaciuto scrivere era stata dimenticata in un polveroso scaffale del garage.
La sera in cui stavo facendo il piccolo trasloco, ho salito in fretta le scale e sono entrata in casa dicendo:
- ho ritrovato la lettera smarrita!
- vedi che non sono stato io a perderla, anzi sei tu quella che tutto nasconde, disse U.
Lui non era di buon umore, a causa della stanchezza accumulata in quei giorni, sia nel lavoro quotidiano, che in quello di seguire da vicino la ristrutturazione del nuovo fondo, ma forse era anche un po' risentito per ciò che gli avevo detto quel pomeriggio:
- Sempre vuoi avere ragione e decidere tutto te.
- Tu invece non prendi mai posizioni e poi critichi quello che fanno gli altri, rispose lui.
-  Non le ho prese perché non voglio arrabbiarmi, ma oggi vorrei fare il piccolo trasloco,    esclamai quasi impaziente.
- Non te lo consiglio, sarebbe meglio aspettare un'altra settimana.
- Ma io lo voglio fare adesso, quindi lo farò da sola
- Fai come ti pare, disse lui chiudendo il discorso
Volevo cominciare a svuotare il vecchio garage, perché sentivo l'ansia tipica di quando si lasciano le cose inconcluse. Non sopportavo il dover posticipare ogni volta il trasloco di una settimana. Era tutto una mia fobia, me ne rendevo conto, ma non potevo fare altrimenti.
Ho indossato dei vecchi vestiti e me ne sono andata in garage, sfruttando l'aria tepida di quel pomeriggio di fine ottobre.
Con le mani polverose ho cominciato a leggere quella lettera, che iniziava parlando di un'altra lettera perduta scritta su una carta velina azzurra, nella quale molti anni prima, per non dimenticarli, avevo ricordato gli avvenimenti del giorno del nostro innamoramento.
- la mia vita è piena di lettere perdute, ho pensato.
Mentre prendevo e separavo i libri da conservare da quelli che potevano essere scartati, un gruppo di persone aveva sfondato, per occuparlo la porta del locale accanto, il quale era stato la sede di una piccola scuola d'arte, ormai chiusa da tanti anni.
Stavo leggendo la lettera ritrovata, quando mi si è avvicinato un gracile uomo di mezza età, proveniente dal gruppo di occupanti, che con un accento romagnolo mi ha detto di essere un poeta. E' stato molto gentile perché si è offerto di aiutarmi a trasportare le scatole di libri.
Il poeta, molto loquace ed estroverso, mi ha raccontato che era stato in carcere, poiché una notte insieme ad altri ragazzi aveva tentato un furto in un negozio di strumenti musicali. Suo nonno, venuto in città da un paese dell'Appennino, gli aveva insegnato da piccolo a suonare la fisarmonica. Ma la vita era stata dura con lui, perché aveva presto perso il nonno e il vecchio strumento musicale. Per questo il suo grande sogno era quello di possedere una fisarmonica. Non ricordava come si era trovato immischiato in quella rapina, ma la sua mente non poteva dimenticare i momenti in cui i carabinieri avevano scoperto loro con le mani nel sacco. Le cose si erano complicate e lui aveva dovuto scontare una piccola pena. Nella cella, quando si sentiva solo, leggeva i libri che gli mandava sua madre ed è stato lì che ha cominciato a scrivere poesie.
Quando è uscito dalla prigione, frequentando un centro sociale, ha conosciuto un gruppo di ragazzi anarchici e ha cominciato a collaborare con loro, pubblicando nella loro rivista i suoi poemi.
Prima di salutarci gli ho fatto capire che mi sarebbe piaciuto molto leggere i suoi versi e lui mi ha detto che l'indomani mi avrebbe regalato l'ultima rivista uscita da poco.
Lungo il piccolo tragitto che separava i locali, il vecchio dal nuovo, sentivo le voci del gruppo di anarchici che cantava:
 - lottiamo, lottiamo e le case occupiamo.
Ho portato libri e cose vecchie finché la luce del giorno ha illuminato il locale, dato che non c'era corrente elettrica.
Il risveglio domenicale è stato triste, perché entrambi ancora eravamo un po' risentiti e non abbiamo saputo apprezzare la bella e limpida giornata di sole che ci si presentava.
Mi sono alzata abbastanza presto e sono uscita a fare una lunga passeggiata. U. ha fatto colazione con lentezza, ma poi mi ha detto che sentiva un gran desiderio di allontanarsi da quella casa.
Entrambi abbiamo girato per la città senza mai incontrarci.
Stanca di camminare, mi sono fermata in un mercatino e su una bancarella di libri usati ne ho trovato uno in una vecchia edizione degli anni quaranta, il cui titolo mi ha molto incuriosita: “Lettere d'amore perdute e altri racconti” di Keller, uno scrittore svizzero di metà dell'ottocento. Sfogliandolo ho notato in una delle prime pagina un piccolo timbro il alto: U . Ho pensato che forse era l'iniziale del proprietario del libro. Con quel libro in mano mi sono rasserenata.
Ritornando a casa ho visto degli operai che muravano la porta della vecchia scuola e non c'era più nessuna traccia del gruppo anarchico.
Ho aperto per l’ultima volta la porta del vecchio garage e ho trovato per terra una lettera nella quale il poeta mi salutava dedicandomi una poesia:
La donna solitaria
ferma sull'uscio
legge un lungo poema.
Sarà una lettera d'amore?
Le sue mani polverose tremano,
il suo sguardo è lontano,
ma le sue labbra disegnano un leggero sorriso.
Sarà forse la nostalgia di un grande amore?
Anche U. è ritornato a casa dopo poco. Lentamente il calore di una minestra di zucca con porri e capperi e la bontà di un bicchiere di un buon vino rosso ci ha riconciliati ed è tornato in noi il buon umore e la voglia di stare insieme.
Ci siamo raccontati le nostre emozioni ed i nostri pensieri. Mentre ascoltavo U. che descriveva la bellezza di un antico e storico edificio cittadino che quella mattina aveva visitato, ho pensato:
 - grazie alla lettera ritrovata tutte queste storie si sono intrecciate.
Quella sera prima di andare al letto ho nascosto la lettera perduta tra alcuni libri negli scaffali.
Chi sa se un giorno l'avrei di nuovo ritrovata e altre storie si sarebbero incrociate.


lunedì 19 novembre 2012

La bisnonna tra le nuvole - La bisabuela en las nubes





Una domenica di dicembre mi chiamò mia sorella, dicendo che mio padre, il giorno prima, era stato ricoverato all' Hospital de Barcelona. Quella notizia è stata una doccia fredda per me, perché anche quando mia madre era caduta, tre anni prima, io non ero in casa e non riuscivano a trovarmi.
Da quello che mia sorella diceva, sembrava che fosse una embolia. La parte destra del corpo era compromessa, ma la sua testa era ancora lucida.
Arrivate le vacanze di Natale, sono potuta andare a trovare mio padre. In aereo, mentre volavo da Firenze a Barcelona, tra le nuvole, pensando alla vecchia casa dove ero nata, mi venne in mente mia bisnonna Teresa, quella che aveva dato il nome a mia madre. Non l'avevo mai conosciuta, ma nella nostra famiglia tutti ne parlavano con affetto e la ricordavano, giacché era allegra e ridanciana, ma soprattutto perché il suo arrivo nella vecchia casa, dopo le nozze con mio bisnonno, aveva portato una vampata di felicità.
Mia madre mi raccontava che sua nonna Teresa aveva un bel viso con dei grandi occhi neri come il carbone. La sua carnagione scura le dava un' aria esotica della quale era orgogliosa. Essendo non molto alta, il suo seno prominente risaltava in un corpo ben proporzionato. Lei era fiera del suo petto, che spingeva in fuori mentre camminava per il paese. Cantava mentre cucinava o cuciva da sola, ma amava stare con la gente, per questo era amica di tutto il vicinato. Invitava spesso parenti e amici a mangiare nel suo patio pieno di fiori, gesto non molto comune per gli abitanti del mio paese.
Avrei voluto ritrovarla nella vecchia casa, pensai. Sì, proprio avrei voluto percepire l'allegria della mia bisnonna, dalla quale forse avevo ereditato gli occhi scuri, ma soprattutto il desiderio forte, che molti giorni sento, di riunire intorno a un tavolo amici o parenti.
Trovai mio padre cambiato. Camminava a stento e aveva bisogno sempre di qualcuno, questo lo mortificava. Le giornate con lui erano lunghe, quindi per passare i freddi pomeriggi abbiamo guardato vecchie fotografie.
Le prime che abbiamo scelto furono quelle di quando ero piccola. L'album cominciava con una bella serie d'immagini del mio battesimo. Le guardai attentamente e vidi che non appariva mai mia madre. Io, appena nata, ero sempre in braccio della llevadora2 del paese.
Chiesi a mio padre quale era il motivo dell'assenza di mia madre. Sentii un certo imbarazzo nella sua risposta.
- Non so, credo che non si sentisse bene, mi disse
Insistei, chiedendo nuovamente spiegazioni, ma lui prese altre fotografie e cambiò argomento.
Capii che non era il momento di svelare quel fatto recondito.
Un'altra sera spuntò, da una vecchia scatola di latta, dove erano raccolte le fotografie più antiche, il ritratto della bisnonna Teresa.
Era la fotografia del giorno delle sue prime nozze, disse mio padre. Subito gli chiesi, quante volte si era sposata la mia bisnonna.
Mio padre in quest'occasione fu felice di potere rispondere alla mia domanda, quindi cominciò a raccontarmi la storia di quella donna affascinate, che lui aveva conosciuto andando a vivere, quando si era sposato, nella casa della famiglia di mia madre.
Venni a sapere che mia bisnonna si era maritata con due uomini fratelli. Era arrivata da una frazione vicina, su un carro accompagnata dal padre, con una valigia e un baule che conteneva il suo corredo. Si sposò col figlio maggiore dei miei trisnonni. Subito fu amata, per il suo carattere gioviale, da tutti i membri della casa, tranne che da Mariano, il figlio più piccolo, che l' evitava sempre. Mariano aveva un bel viso incorniciato da folti capelli rossi. I suoi genitori l'avevano mandato a un seminario di Girona. Ogni anno nel periodo dei raccolti, per aiutare la famiglia, ritornava a casa, anche se il viaggio era lungo e faticoso. Dopo due anni il giovane marito di Teresa morì di polmonite. I suoi suoceri non vollero perderla e le proposero di maritarsi con Mariano, allora diciottenne, ma a una condizione: doveva dimostrare di essere fertile, quindi prima del secondo matrimonio doveva rimanere incinta. Nel frattempo Mariano lasciò gli studi e dovette lavorare la terra.
Mio padre non seppe dirmi come andò la vicenda del secondo sposalizio di mia bisnonna, ma si ricordava che Teresa e Mariano aevano avuto quattro figli: due maschi e due femmine.
Quella stessa sera, appena lui si addormentò, andai in soffitta a cercare, nel baule, che mia madre mi aveva indicato come appartenente a mia bisnonna, qualche testimonianza di quella storia.
Trovai, sotto a dei vecchi e polverosi lenzuoli ricamati, le lettere ingiallite che Mariano aveva scritto a Teresa.
Dalla fitta corrispondenza capii che la mia bisnonna aveva agito con coraggio e intelligenza.
Teresa credeva di essere indifferente a Mariano, per questo sospettava che i suoi suoceri lo avessero obbligato ad accettare lei come sposa, minacciando di diseredarlo. Questo pensiero la rattristava molto, quindi chiese loro di darle un po' di tempo per pensare. Anche lei si trovava bene in quella famiglia, ma conosceva appena Mariano. Cosa doveva fare? Una donna vedova e povera non aveva molte scelte, le dicevano tutti.
I suoi genitori e il prete del paese la spingevano ad accettare la proposta della famiglia del suo defunto marito.
Ma lei dubitava e voleva essere sicura di non fare un passo falso. Un giorno le vennero in mente i libri che Mariano lasciava sulle sedie della sala da pranzo, stanza mai usata da nessuno, dato che si mangiava sempre in cucina. Ricordò di aver sentito che molto spesso li prendeva in prestito dal vecchio maestro del paese. Allora decise di andare dall'insegnante per chiedergli consiglio.
Il maestro, che abbracciava fermamente le idee repubblicane, le disse che non era giusto che una donna si vedesse obbligata a sposare un uomo quasi sconosciuto. Le consigliò di scrivere una lettera a Mariano. La corrispondenza, per non destare sospetti, poteva essere indirizzata al maestro. Alla fine le spiegò che Mariano era scontroso perché, essendo ancora molto giovane e inesperto in amore, era timoroso di lei. Teresa non ci poteva credere, aveva sempre pensato che lui non fosse interessato a lei.
Aveva vissuto due anni sotto lo stesso tetto e non sapeva quasi niente di lui. Solo lo conosceva attraverso i libri che leggeva.
Si scrissero delle lunghe lettere di nascosto per alcuni mesi. Lentamente cominciarono a conoscersi e a darsi degli appuntamenti segreti in soffitta ogni notte. Parlavano piano alla luce di una candela, fino a che non cadevano dal sonno. I primi discorsi furono sui libri letti, ma via via che passavano i giorni parlavano dei loro sentimenti. Le lettere erano sempre più appassionate. Una notte si amarono su un vecchio divano. Erano felici di quell’amore clandestino. Dopo qualche settimana Teresa capì di essere incinta. In quei giorni i suoi suoceri, vedendo che niente accadeva, le dissero che erano molto dispiaciuti, ma che non potevano aspettare più, che il giorno successivo l'avrebbero accompagnata nella sua casa natale. Allora Mariano arrossì mentre annunciava che Teresa aspettava un figlio suo. Tutti saltarono dalla gioia e prepararono in fretta e furia le seconde nozze.
-Perché mia madre non mi aveva raccontato quella bella storia d'amore? Quante cose ancora non sapevo della mia famiglia? Pensai.
L'indomani ripulii alla meglio la soffitta e con mia sorpresa trovai in una vecchia valigia le lettere che Teresa aveva scritto a Mariano. Le lessi quasi tutte, erano bellissime. Le ordinai e le misi, insieme a quelle che aveva scritto il suo amato, nel vecchio baule. Me ne cadde una sul pavimento polveroso, decisi di conservarla dentro il libro che stavo leggendo.
Mentre volavo verso l'Italia, tra le nuvole, presi la lettera dal mio libro e leggendo le prime righe capii che era la prima che Teresa aveva scritto a Mariano.
Cominciava così:
Caro Mariano:
Come in un sogno mi sono trovata catapultata nella vostra bella casa, quando avevo appena diciotto anni. Tuo fratello, più grande di me di otto anni, è stato sempre gentile e mi ha rispettato durante il tempo che abbiamo vissuto insieme. Ti chiederai se lo amavo. Ti posso dire che ammiravo la sua bontà e la sua intelligenza. Da quando avevo quindici anni è stato il mio fedele pretendente, allora ne ero intimorita, ma lentamente mi abituai a lui. I mie genitori, essendo più poveri di voi, vedevano in tuo fratello un buon partito. Io non potevo deluderli, per cui anche se non ne ero innamorata acconsentii alle nozze. Ho sofferto molto dopo la sua morte, ma adesso ho voglia di rinascere. Il mio matrimonio è durato così poco. Ma sono stati due anni belli. Tutti i membri della tua famiglia mi hanno fatto sentire a mio agio. Sempre mi hanno appoggiato quando proponevo delle novità in quella casa secolare, che nessuno osava mutare.
Tu invece mi sfuggivi, ti nascondevi dietro ai tuoi libri. Ogni tanto ne lasciavi uno dimenticato su una sedia, che io leggevo di nascosto, mentre tutti dormivate la siesta.
Grazie per questi piccoli doni che mi hanno aperto la vita.
Mi piacerebbe parlare con te dei libri che ho letto in questi anni.
Vorrei tanto che tu mi rispondessi
Teresa
Accarezzai la lettera della bisnonna e tra le nuvole la ringraziai per avermi fatto conoscere la sua bella storia.

1. levatrice


La bisabuela en las nubes
Un domingo de diciembre me llamó mi hermana diciéndome que el día anterior habían ingresado a mi padre en el Hospital de Barcelona. Me quedé como si me hubieran echado un jarro de agua fría, porque cuando mi madre se había caído, tres años atrás, yo tampoco estaba en casa y no lograban localizarme.
Por lo que dijo mi hermana, parecía que se trataba de una embolia. El lado derecho de su cuerpo estaba paralizado, pero su cabeza seguía funcionando bien.
Llegaron las vacaciones de Navidad y pude ir a ver a mi padre. En el avión, mientras volaba hacia Barcelona, mirando las nubes pensaba en la casa antigua donde nací y me acordé de mi bisabuela Teresa, cuyo nombre mis abuelos dieron a mi madre. Murió poco antes de que yo naciera, sin embargo en nuestra familia a menudo se hablaba de ella y quien la había conocido la recordaba con cariño, por su alegría y porque había traído una oleada de felicidad a nuestra lúgubre casa.
Mi madre a veces me contaba que su abuela Teresa era hermosa y que sus ojos eran vivarachos y negros como el carbón. Su tez morena le daba un aire exótico del que ella estaba muy orgullosa. Al no ser muy alta, su pecho destacaba de su cuerpo bien proporcionado que con gracia empujaba hacia adelante mientras andaba por las calles del pueblo. Cantaba mientras cocinaba o cosía, pero sobre todo le encantaba estar con la gente. Era amiga de todo el vecindario. A menudo invitaba a los parientes o conocidos a comer en su patio lleno de flores, gesto no es muy común entre la gente del pueblo.
Me hubiera gustaba que ella todavía estuviera viviendo en nuestra casa pensé. Sí, en aquel momento hubiera querido percibir la alegría de mi bisabuela, de la que tal vez yo había heredado sus ojos oscuros y el deseo, que siento a menudo, de reunir alrededor de una mesa, a amigos o familiares.
Mi padre ya no era el mismo. Apenas podía caminar y necesitaba siempre a alguien a su lado, esto lo mortificaba mucho. Los días se volvían largos junto a él.
Para pasar ratos amenos durante aquellas noches tan frías mirábamos fotografías.
Primero elegimos algunas de cuando yo era pequeña. El álbum comenzaba con una hermosa serie de fotos de mi bautismo. Las miré atentamente y vi que nunca salía mi madre. Durante el bautizo siempre estaba en brazo de la comadrona del pueblo.
Le pregunté a mi padre el por qué de la ausencia de mi madre. Sentí un cierto desasosiego en su respuesta.
- No lo sé, supongo que no se encontraba bien, me dijo.
Insistí, pidiendo otra vez explicaciones, pero él tomó otra fotografía y cambió de tema. Pensé que era mejor dejar de preguntar.
Otra noche apareció dentro de una caja de lata, donde se hallaban las fotos más antiguas, el retrato de la bisabuela.
Era la fotografía del día de su primera boda, dijo mi padre. Inmediatamente le pregunté:
- ¿Cuántas veces se casó la bisabuela Teresa?
Mi padre, entonces me respondió sonriendo comenzando a contarme la historia de aquella mujer, a quien él había conocido, ya vieja pero aún guapa, cuando casándose con mi madre, fue a vivir al caserón familiar.
Me enteré de que mi bisabuela había contraído matrimonio con dos hombres, quienes eran hermanos.
Ella vivía en un pueblo cercano. Su padre un día la acompaño en un carro, llevando consigo solo una maleta de cartón y un baúl que contenía su mísero ajuar y su traje de novia. Aquella misma tarde se casó con el hijo mayor de mis tatarabuelos.
En seguida, por su carácter jovial, Teresa les gustó a todos los miembros de la familia, menos a Mariano, el hermano menor del esposo, quien siempre se escabullía para no tener que hablar con ella.
Mariano era pelirrojo y su pálida tez blanca estaba salpicada de pecas. Sus padres lo metieron en un seminario de Girona, sin embargo una vez al año podía volver a casa para ayudar a la familia durante la cosecha de trigo, a pesar de que el viaje fuera largo y agotador.
Al cabo de dos años, el joven esposo de Teresa murió de neumonitis. Sus suegros no querían perderla y le propusieron casarse con Mariano, quien entonces acababa de cumplir dieciocho años, pero con una condición: debía demostrar que era fértil, pues ya que no había tenido hijos con el primer marido tenía que quedarse embarazada antes de la boda. Mientras tanto, Mariano dejó el seminario y se puso a labrar la tierra.
Mi padre no supo decirme lo que había pasado, él solo recordaba que Mariano y Teresa habían tenido cuatro hijos, dos varones y dos mujeres.
Esa misma noche, en cuanto mi padre se quedó dormido, subí al desván, donde había muchos trastos viejos amontonados, para buscar en un baúl muy carcomido alguna cosa relacionada con la historia de Teresa.
Encontré, bajo sábanas bordadas, de color gris por lo polvorientas que estaban, algunas cartas amarillentas que Mariano había escrito a Teresa.
Leyendo aquella correspondencia me di cuenta de que mi bisabuela había actuado con valentía e inteligencia.
Teresa veía que Mariano la trataba con indiferencia, por lo que sospechaba que sus suegros, amenazándolo con desheredarlo, le habían obligado a que se casara con ella. La cosa la entristecía mucho, así que les pidió que le dieran un poco de tiempo para pensárselo. A pesar de que se llevaba muy bien con toda la familia, no conocía para nada a Mariano y no sabía que hacer.
- Una viuda pobre no tenía más remedio que aceptar la boda con el cuñado, le decían todos sus conocidos.
Sus padres y el párroco del pueblo hacían presión para que Teresa aceptara la oferta de la familia de su difunto marido.
Pero ella dudaba y quería estar segura de que lo que hacía.
Un día se acordó de los libros que Mariano dejaba sobre las sillas del comedor, que nunca se utilizaba ya que siempre comían en la cocina. Recordó que muy a menudo se los prestaba el viejo maestro del pueblo. Por lo tanto decidió ir a verlo para pedirle consejo.
El profesor, que abrazaba firmemente las ideas republicanas le dijo que no era justo que una mujer se viera obligada a casarse con un hombre que casi desconocía. Le aconsejó que escribiera una carta a Mariano.
- La correspondencia, para evitar levantar sospechas, puede pasar por mi casa. Le dijo el maestro.
Ya saliendo casi en el portal le confesó que Mariano estaba triste y de mal humor, ya que, siendo aún muy joven e inexperto en amores, se sentía inseguro y atemorizado.
Teresa no lo podía creer, siempre había pensado que él no no le gustaba ella.
Habían vivido algunas temporadas bajo el mismo techo y no sabía casi nada acerca de él. Sólo lo conocía a través de los libros que leía.
En seguida él le contestó y luego le siguió escribiendo cartas muy largas durante varios meses. Poco a poco empezaron a conocerse y por carta se dieron una primera cita para verse escondidas en el desván de la casa.
Cada noche hablaban a la luz de una vela, hasta que caían muertos de sueño. Lo primero que hacían era entablar conversaciones a cerca de los libros leídos, pero a medida que pasaban los días empezaron a salir sus sentimientos y las cartas fueron cada vez más apasionadas.
Una noche hicieron el amor sobre un viejo colchón y se sintieron felices a pesar de que su amor fuera clandestino.
Al cabo de unas semanas Teresa supo que estaba embarazada. Por aquel entonces, sus suegros, al ver que no pasaba nada, le dijeron que les entristecía mucho, tener que decirle que ya no podían esperar más y que al día siguiente un carro la llevaría a su pueblo natal, donde una hermana le daría cobijo.
Mariano se sonrojó cuando anunció a sus padres que Teresa estaba esperando un hijo suyo. Todo el mundo saltó de alegría, y prepararon la boda deprisa y corriendo.
- ¿Por qué mi madre no me había contado aquella bella historia de amor?
¿Cuántas cosas todavía no sabía de mi familia? Me dije.
Al día siguiente limpié lo mejor que pude el desván y por casualidad encontré en una vieja maleta las cartas que Teresa había escrito a Mariano.
Las leí casi todas, eran muy hermosas. Las desempolvé y las puse en el baúl carcomido junto a las que Mariano había escrito a su amada. Sin darme cuenta me cayó un sobre medio raído por las ratas al suelo y no se porque decidí quedarme con él mientras lo escondía entre las páginas del libro que en aquellos días estaba leyendo.
Volando hacia Italia, en las nubes, tomé mi libro y vi la carta de mi bisabuela. Leyéndola me di cuenta, ya desde el principio, de que era la primera carta que Teresa había escrito a Mariano.
Empezaba así: 

 Querido Mariano:
Como en un sueño, entré de golpe en vuestra hermosa casa a los dieciocho años. Tu hermano que tenía nueve años más que yo, siempre fue amable conmigo y me respetó durante todo el tiempo que vivimos juntos.
Tu te estarás preguntando si lo quise. Te puedo confesar que lo admiraba por su bondad e inteligencia y que sufrí mucho a su muerte. Fue mi único y fiel pretendiente desde los quince años. A pesar de que al principio le tuviera miedo, poco a poco me fui acostumbrando a él. Mis padres, siendo pobres, vieron en tu hermano una buen partido. Yo no podía defraudarlos, por lo que, sin estar enamorada, acepté casarme con él.
Mi matrimonio ha durado muy poco, pero en esos dos años he aprendido muchas cosas. Todos los miembros de tu familia se han portaron bien conmigo. Siempre me han apoyado, incluso cuando les propuse hacer una serie obras en el caserón, cosa que hacía años que nadie se había atrevido a emprender.
Tú me rehuías escondiéndote detrás de tus libros pero de vez en cuando me dejabas uno en una silla, que yo leía a escondidas mientras que todos estabais durmiendo la siesta.

Gracias por estos pequeños regalos que han abierto mi vida.
Me encantaría hablar contigo de los libros que he leído gracias a ti.
Espero que me contestes

Teresa

Acaricié la carta de la bisabuela en las nubes y le di las gracias por haber compartido conmigo su  historia de amor.

mercoledì 31 ottobre 2012

Innamoramenti nella metropolitana













Era molto tempo che non ritornavo a Barcelona. Avevo voglia di rivedere la città dove avevo vissuto a metà degli anni settanta, mentre studiavo all'università. Ero seduta sul treno, che mi portava dall'aeroporto a una piccola città della costa settentrionale, dove abitava una mia cara amica, quando ho riconosciuto una coppia di anziani del mio paese natale, la quale si è sistemata accanto a me. Erano la vecchia llevadora1 e suo marito.
Abbiamo fatto il viaggio insieme, che inaspettatamente è diventato molto lungo per un guasto alla linea elettrificata. Seduta sul  consumato vagone guardavo le nuove periferie della città che quasi non riconoscevo e   ascoltavo, prima con svogliatezza e poi con molta attenzione, la voce della vecchia levatrice, che  raccontava brandelli della sua vita, mentre suo marito dormicchiava. Quella che più mi aveva  colpito era stata  la storia del loro innamoramento agli inizi degli anni '30 nella nuova metropolitana di Barcellona,  da poco inaugurata.
Erano anni difficili, era appena nata la seconda Repubblica, la giovane levatrice aveva finito la scuola di ostetricia, lui era arrivato dall'Andalusia da pochi giorni. Era ospite di un fratello, il quale si riteneva molto fortunato per aver trovato un lavoro come muratore nella periferia della città.
Nel vagone in cui la levatrice era seduta con un libro in mano, si erano guardati. Lei aveva pensato che era un bel ragazzo. Lui in piedi, guardando la ragazza col libro in mano, avrebbe dato qualsiasi cosa per farsi leggere un racconto da lei. Subito si rattristò e si vergognò al pensiero di non saper leggere.
Scesero entrambi nella stessa stazione, insieme a un fiume di persone frettolose.
Dopo qualche minuto si trovarono facendo la coda all'Ufficio di collocamento. La Generalitat2 aveva organizzato degli sportelli straordinari per accogliere la valanga di richieste di lavoro.
Vedendola che stava quasi per svenire a causa della calca,  le offrì un po' d'acqua. La fece anche sedere per terre in un angolino, lei tirò fuori dalla borsetta il suo abanico3 il cui fruscio ripetitivo, la rasserenò.
Poi  le diede uno spicchio d'arancia. Il profumo fresco del frutto impregnò la pelle delle loro mani e la loro vita.
Poi  raccontò alla  llevadora che al suo paese faceva il barbiere, ma disse che ormai rimanevano pochi abitanti, solo donne e anziani. Gli uomini erano tutti emigrati verso il Nord.
Allora lei gli spiegò che sarebbe voluta andare a lavorare in un ospedale, per poter aiutare le donne con parti difficili.
Quel giorno non riuscirono ad arrivare davanti allo sportello, ma furono felici lo stesso. Presero la metropolitana insieme e non si lasciarono mai più.
Dopo un po', stanca di aspettare che il treno partisse, anche la vecchia levatrice si era addormentata ed io mentre guardavo il paesaggio urbano immobile e cambiato,  ho ricodato  che  qualche anno prima, una sera mentre i  nostri figli, allora bambini, dormivano e U. seduto sul divano rosso, guardava la televisione o forse leggeva un libro, ho cominciato a scrivere un racconto epistolare sul nostro innamoramento.
La lettera era composta da tanti brevi scritti, come se fosse un diario, dove si mescolavano emozioni lontane e recenti.
Nel corso degli anni avevo  più volte cambiato computer, per questo avevo smarrito il documento che conteneva il racconto e l'unica copia cartacea rimasta doveva essere nascosta da qualche parte in soffitta.
Nella lettera perduta ricordavo a U. le sensazioni che avevo avuto il giorno che ci siamo incontrati.
Mi vedevo seduta ad un tavolino della terrazza del cafè Zurich della Plaça Catalunya di Barcelona. Era un pomeriggio di novembre, a metà degli anni settanta.
Ancora non avevo scoperto l'effetto benefico delle infusioni, quindi prendevo una cioccolata calda. Mentre afferravo la tazza con le due mani ho visto spuntare, in fondo alla fila di tavolini, la figura snella di U.
Pensai che sicuramente non lo avrei mai più rivisto, questa sensazione carica di nostalgia mi riportò il ricordo di un treno in lontananza che spariva nella notte.
Aspettavo delle amiche, le quali erano in ritardo. Appena mi sono alzata per andare a telefonare, ho visto la sua testa nera e riccioluta che si avvicinava al mio tavolino.
Era con un ragazzo moro, non tanto alto, anche lui italiano, un aspirante poeta, molto chiacchierone, che vendeva le sue poesie d' amore per pochi spiccioli.
Le mie amiche si sono sedute con noi, nuove sedie sono state aggiunte via via che arrivavano altre persone conosciute, formando così un bel gruppo, allegro e chiassoso. Seduto accanto a me c'era sempre lui, i suoi occhi vispi mi guardavano, il suo naso grande ed elegante inspirava lentamente gli odori nuovi di quella città, le sue labbra carnose, scandendo poche parole, mi hanno fatto capire, un po' in francese e un po' in italiano, che mi invitava a Firenze, dove abitava con altri studenti.
Da non rivederlo mai più ad essere accolta nella sua casa c'era una bella differenza, pensai.
Quella sera abbiamo preso tutti insieme la metropolitana.
Nel vagone, gremito di gente che tornava a casa dal lavoro, lui mi guardava intensamente mentre mi diceva Ciao. Pensavo che quella parola volesse indicare un saluto di addio e temevo che lui sarebbe sceso alla fermata successiva. Fui felice quando le porte si aprirono e lui rimase sorridente di fronte a me con il braccio alzato, appeso nella maniglia. Cominciava così il nostro innamoramento nella linea due della metropolitana di Barcellona.
Il treno cominciò a muoversi verso la costa settentrionale. I due vecchietti dormivano con le teste appoggiate una sull'altro. Col sguardo rivolto al finestrino pensavo a tutte quelle storie intrecciate e sentivo un gran benessere, perché mi vedevo seduta su un altro treno, quello che correva portando via le nostre vite. Quel treno  aveva percorso una lunga strada,  aveva  visto nuove terre,  aveva  permesso a  molte  persone di salire, altre erano scese, ma noi due eravamo ancora seduti insieme nel nostro vagone guardando, a volte con timore, altre con allegria, ma sempre con voglia di andare avanti, nuovi paesaggi.

1levatrice
2Il Governo della Catalogna
3Ventaglio