sabato 6 gennaio 2018

Dolomiti


Tutti abbiamo degli amici lontani. Alcuni di essi li abbiamo persi di vista, altri invece rimangono legati a noi anni e anni. Ci sono dei periodi in cui ci scriviamo lunghe lettere, altri invece in cui solo ci facciamo gli auguri per le feste.
Maria era una amica di vecchia data di Frida. Circa venti anni prima, appena si diffuse l'uso della posta elettronica, le due amiche, che abitavano a mille chilometri di distanza, cominciarono a sentirsi più spesso e da quel momento non smisero di scriversi, di solito si consigliavano libri e si raccontavano le loro peripezie familiari. Entrambe si erano sposate abbastanza giovani, Maria con un argentino ma era rimasta ad abitare a Barcelona, Frida con un italiano e si era trasferita a Firenze. Le due amiche avevano avuto dei figli. In tutti quegli anni si erano viste appena tre o quattro volte.
La mattina del 31 di dicembre Frida ricevette un messaggio di Maria, la quale le augurava un buon anno. Lei ricambiò gli auguri e le raccontò che la mattina dopo sarebbe andata in montagna con suo marito e altri quattro amici.
- Ti ricordi che quaranta anni fa abbiamo cominciato l'anno insieme sulle Alpi? Aggiunse Maria.
- Che memoria, allora era il '78 e avevamo appena vent'anni! Ma quanti eravamo quella volta sulle Dolomiti? domandò Frida.
- Eravamo in sei, voi due, io ed Amelia, quella amica che era da poco arrivata dal Cile, ti viene in mente? E poi i mitici Bruno e Walter, precisò Maria.
- La casa dove abbiamo dormito, vicino Bolzano, era del padre di Walter, no? Ci siamo rimasti un paio di giorni e poi siamo rientrati a Firenze in treno. Hai notizie di loro?
- Non ne ho saputo più niente, disse Maria.
- Sarebbe bello rivederli. Credo che Bruno, dopo la laurea, si sia trasferito in Sardegna. Walter forse ancora abita a Bolzano. Domani cercherò di rintracciarli.
Il giorno dopo Frida partì col marito e gli altri amici verso la montagna sotto una pioggia torrenziale. Lei era seduta sul sedile posteriore della macchina e vedendo le pareti rocciose della valle dell'Adige le venne di nuovo in mente quel lontano capodanno a Bolzano.
Cercò i due amici inseparabili sui social network, ne trovò solo uno. Bruno rispose subito al suo messaggio, poi Frida le raccontò la sua conversazione con Maria. Bruno le disse che anche lui in quei giorni aveva pensato all'amica catalana, perché qualche settimana dopo doveva recarsi a Barcellona per lavoro. Dopo averle chiesto la mail di Maria, le confermò che Walter abitava ancora a Bolzano e in seguito le diede i suoi dati.
Frida mandò un messaggio a Walter, ma lui non rispose.
- Peccato, sarebbe stato bello rivedersi.
Arrivarono in montagna e si sistemarono in un maso a pochi chilometri di Nuova Ponente. Più tardi andarono a cena al ristorante dell'antico albergo Stern, posto nella piazza principale del paese.
Per tutta la serata Frida, sentendo il cameriere parlare con cadenza tedesca, pensò all'amico altoatesino. Appena arrivarono a casa controllò di nuovo il telefonino, che aveva lasciato in carica, e si rese conto che aveva fatto un numero sbagliato. Allora corresse il numero e rimandò di nuovo il messaggio a Walter, ma questa volta oltre che a dargli un appuntamento lo invitò a cena.
L'indomani si svegliarono sul tardi, nonostante la luce del sole che filtrava dalla finestra, a causa del gran silenzio che regnava fra quelle montagne innevate.
Andarono a camminare lungo un sentiero battuto. La neve era soffice e il sole accarezzava i loro volti. Si fermarono in un maso che aveva tre tavoli esposti al sole. Una coppia paffutella gestiva la locanda che offriva un menu a base di patate, crauti, uova al tegamino, spèck, canederli e minestra d'orzo. Frida e i suoi amici erano felici di poter mangiare al sole e circondati dalla neve, mentre prendevano il caffè guardò di nuovo il cellulare e vide che c'era un messaggio di Walter. Subito lo lesse a voce alta al gruppo di amici:
- Se le cose stanno come stanno, noi già prima del tramonto verremo volentieri da voi.
Tutti furono contenti di avere ospiti a cena e decisero di rientrare prima dalla gita, per rinfrescarsi e cambiarsi i vestiti. Dopo le quattro arrivarono al maso dove alloggiavano, il sole cominciava a tramontare. In casa non c'era luce elettrica per un guasto all'impianto.
- Compreremo delle candele, disse Frida.
- Sembra fatto a posta, adesso che abbiamo ospiti! Come faremo a cucinare, sia il forno che le piastre dei fornelli sono elettrici? Disse il più pessimista del gruppo.
- Speriamo ritorni presto la luce, il padrone mi ha detto per telefono che sarà questione di una mezz'ora, disse l'amica che si era occupata di affittare l'appartamento.
Dopo poco andarono via di casa più sollevati perché era appena ritornata la corrente. Fuori era già buio, ma lo splendore della luna, che cominciava ad alzarsi da dietro le montagne, illuminava la neve.
Si fecero trovare al bar dell'hotel Stern alle cinque in punto del pomeriggio. Walter e sua moglie erano arrivati in anticipo e dato che c'era poca gente nel locale fu facile per loro riconoscerci, nonostante fossero trascorsi tanti anni, aiutò anche il fatto che i loro corpi erano ancora snelli.
Frida e il marito presero un caffè con Walter e sua moglie, il resto del gruppo andò a fare la spesa, poi si riunirono formando una bizzarra comitiva. Il tempo passò svelto mentre parlavano dei vecchi tempi e facevano conoscenza.
Verso le sette e mezza apparecchiarono. Dal tavolo un po' instabile, tipico delle case in affitto, uscirono risate, aneddoti, pezzi di vite e storie di lunghi viaggi.  Alle undici Walter e sua moglie tirarono fuori una bottiglia di spumante e dopo aver  brindato se ne andarono.
L'indomani Frida e Walter cominciarono a scambiarsi brevi messaggi, ma dopo qualche giorno i testi delle loro mail diventarono sempre più lunghi. I due amici presto si resero conto che, in tutti quegli anni, entrambi avevano scoperto il piacere della scrittura.







domenica 31 dicembre 2017

Gas ciudad - Gas naturale

















En la época en la que sucedió la historia que os voy a contar aún no había llegado el gas ciudad en la comarca. En invierno no hacía demasiado frío, estando ubicado el pueblo a pocos centenares de metros de altura, pero había dos meses, enero y febrero, en los que solían llegar heladas y nevadas.
Las familias más acomodadas en sus casonas, la mayor parte destartaladas por la decadencia de los linajes, tenían calefacción central a base de carbón. Las criadas iban a la tienda del carbonero, los días en que no llegaba el camión, que les traía los sacos de combustible para alimentar las calderas viejas, que no paraban de silbar como locomotoras.
Algunos parroquianos se las arreglaban con leña para no pasar frío, la consumían en las cocinas económicas para que calentaran la parte principal de la vivienda, sin embargo en los dormitorios hacía un frío que pelaba; por eso las mujeres introducían piedras calientes o ladrillos, calentados al fuego o incluso las propias brasas de la cocina, en los calentadores, que luego los metían entre las sábanas de las camas heladas, antes de acostarse. Los más pobres se apañaban quemando carbón en un brasero, que iban moviendo de cuarto en cuarto según sus necesidades. Entre los campesinos, era muy habitual dormir en la misma estancia con los animales, para compartir el calor.
Cada mañana por la calle principal del pueblo se veían pasar mujeres cargadas con cubos de carbón, quienes se paraban de vez en cuando soplándose las manos. Su piel enrojecida y sus sofocos denotaban cansancio, pero lo que más les molestaba eran los sabañones.
La carbonería era la tienda más concurrida del pueblo pues, además de carbón y madera para hogares, vendían productos del huerto de Serafín, el dueño. En primavera y verano el almacén polvoriento se transformaba en una tienda como Dios manda.
Teresa era la hija del carbonero y mientras su padre atendía a los clientes ella jugaba con una muñeca sentada en un rincón.
Observaba a las mujeres que siempre la llamaban cariñosamente, Tere:
-¡Qué haces montada encima de los sacos, te vas a caer! Anda Tere bájate, tu madre se enfadará si te ensucias.
Pero Teresa no les hacía caso, pues sabía que su madre en invierno se pasaba toda la mañana en la cama y no reparaba en ella. Serafín, tenía buena mano para los estofados y desde que su mujer enfermó cada día se las apañaba guisando un trozo de carne o de pescado con arroz, también hacía judías o garbanzos con acelgas u otras verduras del huerto. Teresa después de comer iba al patio donde tocaba el sol, a veces limpiaba su bicicleta, otras leía, pero lo que más le gustaba era cerrar los ojos y hablar con su abuela, quien había fallecido de repente años atrás. Por la tarde iba al colegio, luego de vuelta se ponía en la mesa de la cocina a hacer deberes, donde la madre sin muchas ganas preparaba la cena. La olla de verdura y patatas hervía toda la tarde. El día que decidía hacer coles, había que soportar el olor desagradable de aquella hortaliza que se impregnaba por toda la casa.
El carbonero calentaba solo la planta baja, donde había una cocina y un cuartucho para coser, pero al atardecer encendía una estufa de leña en el piso de arriba donde tenían los dormitorios. Era una delicia para Teresa subir las escaleras, mientras recitaba una letanía que le había enseñado su abuela, sabiendo que su cama iba a estar calentita. Antes de acostarse se preparaba el uniforme para el día siguiente. Era madrugadora, quizás porque se despertaba al oír al carbonero que trajinaba por el almacén. Desde muy pequeñita iba sola a la escuela, a veces iba con Paquita, su compañera de clase y vecina.
Cuando a la una en punto volvía a casa para almorzar, se sentaba un rato en los sacos del almacén y escuchaba las charlas de las mujeres que iban a comprar carbón.
- No tengo ganas de volver a casa, cada día lo mismo. Los hombres mientras comen gruñen, sobre todo mi suegro que es un animal y no hablemos de mi marido que cada día empeora, como decía mi madre ”quien camina con cojos termina cojeando”. Nunca me agradecen nada, al contrario, me riñen. Si pudiera volver atrás no me casaría, le decía la mujer joven y enclenque a otra mayor.
- Pero que dices, Puri. Hubiera sido peor quedarse soltera. ¡Mira qué vida que lleva mi prima Amparo! Es prácticamente la criada del cura, ya ves siempre nos toca servir a los hombres. Dijo la más vieja y robusta.
- La Manola, la de la tienda de ultramarinos, no se ha casado y está la mar de bien, contestó la flaca.
- Si, si, la Manoli con todos sus queridos está de maravilla ¡Pero qué me cuentas!
- ¡Hala qué dices! ¿Cuántos queridos tiene? Preguntó pasmada Purificación.
- ¡Qué sé yo! Encarnación, la mujer del sereno, ¿La conoces, no? me dijo que su marido, una noche vio a tres lagartos que salían de la vivienda de Manolita.
- Las malas lenguas no paran en este pueblo, por eso me hubiera gustado irme lejos, pero me quedé embarazada y que le vamos a hacer, dijo Purificación.
- Pues chica, tuviste suerte, el Juan es un buen chico, no se parece al bruto de su padre, quien desde que se quedó viudo anda echando chispas por cualquier cosa. Paciencia mujer. ¿Qué tendría que decir yo que en casa, además de los zánganos, tengo a mi suegra, que es de armas tomar? Es una mandona, me saca de quicio, por eso salgo a la calle, con cualquier escusa. Prefiero pasar frío y cargar como una mula cubos y cubos de carbón. ¡Pero qué maja está la nena del carbonero! ¡Mira que muslos!
Teresa se tapaba las piernas pues sin darse cuenta se le había quedado remangada la falda.
- Tengo que irme, he dejado el puchero en el fogón. Hasta mañana Lola. Dijo la flaca mientras salía de la carbonería.
- Teresa, ve a llamar a tu madre, yo cierro la tienda y voy poniendo la mesa, pero antes vete a lavar las manos. Le gritaba su padre desde fuera, mientras reponía dentro la mercancía y salían los clientes rezagados
¿Qué significaba vivir en una pequeña ciudad de provincias a finales de los años sesenta para una chica adolescente os preguntaréis?
Para Teresa, quieta y sosegada, era una vida sin agobios, quizás porque ya de pequeña había aprendido estar sola, leyendo cuentos y libros ilustrados, también porque era curiosa, ingenua y sin dobleces.
En cambio Paquita, siendo inquieta, decidida y con muchas agallas, sufría en la aldea porque quería más de lo que tenía. Fue la primera de la pandilla que fumó un cigarrillo y a los doce años se lió con el hijo del Alcalde. Su padre era el secretario del ayuntamiento y a la madre se daba aires de ricacha, quizás por eso la hija era tan ambiciosa.
Cuando Teresa le preguntaba:
- ¿Y tú Paquita que te gustaría hacer después del Bachillerato?
- Yo me voy a casar con el más rico del pueblo y voy a viajar por todo el planeta.
En aquellas ocasiones Teresa le tenía un poco de envidia a Paquita, pues parecía que con su manera de ser iba a comerse el mundo, además todo le salía redondo. Le daba rabia que en el colegio, durante los exámenes copiara de las más listas de la clase y que no dudara en robar el novio a las amigas.
Los años pasaron y llegaron las bombonas de butano en la comarca. El carbonero se adaptó a la nueva mercancía y reformó la tienda. Empezó a vender estufas de butano y demás aparatos eléctricos; la leña y el carbón quedaron relegados en un cuarto trastero.
A principios de los años setenta, la gente tiraba la casa por la ventana, comprando sobre todo electrodomésticos, con el dinero que no tenía, era como una enfermedad contagiosa. Serafín contrató a un muchacho como dependiente y se dedicó a cultivar el huerto y a cuidar a su esposa quien cada día estaba más delicada y que apenas se levantaba de la cama.
Teresa, pensando en las mujeres que se cargaban cubos de carbón, tenía claro lo que ella no iba a hacer de ninguna manera: no saldría con un chico del pueblo y no se quedaría en la aldea. Su sueño era irse a estudiar a la capital.
Al cabo de unos años llegó el gas ciudad. El pueblo cambió de fisionomía, las nuevas viviendas ya iban equipadas de calefacción central y en las viejas se fueron instalando calderas modernas.
La esposa del carbonero murió tras una pulmonía una noche de enero, Teresa volvió al pueblo para el entierro. En la iglesia no pudo oír, pero se imaginó, los murmullos de las mujeres de negro que decían:
- ¡Pero no veas, ir al entierro de la madre sin marido e hijos! Aquí hay gato encerrado, seguro que Teresa se lleva mal con su esposo.
Serafín se jubiló y traspasó la tienda a su dependiente, pero eso sucedió a finales de los años ochenta, cuando su hija hacía ya mucho que se había ido del pueblo.
Las amas de casa, cada mañana solían salir al mercado y es allí donde les gustaba chismear. En aquella época una de las habladurías preferidas de las cotorras era el traspaso de la carbonería.
- Pobre Serafín, su hija se marchó de casa y su mujer se apagó poco a poco, ya me dirás tú que va a hacer ahora sin la tienda, solo como un perro.
Las vecinas del pueblo no se podían imaginar lo bien que estaba Serafín, pues desde que se había quedado viudo cada dos por tres emprendía un viaje, cruzando en tren casi toda la península. Con la excusa de ir ver a su hija visitaba también a una señora de Cáceres.
Teresa se fue a vivir lejos de su tierra, pero cada año en verano volvía. Siguió escribiéndose con algunas amigas, sin embargo de Paquita tenía pocas noticias, pues en verano no coincidían. Supo que su amiga se casó con el hijo del Notario y que recientemente se había separado. También llegó a saber que consiguió un empleo de secretaria en una empresa del pueblo, pero las malas lenguas decían que bebía demasiado.
Un verano Teresa vio a su amiga muy desmejorada. Estaba sentada sola, en una mesa de una terraza de un bar. Se acercó a ella y se sentó a su lado. Paquita le contó que le habían diagnosticado un cáncer de mama, sin embargo estaba orgullosa de ella misma por no haber tenido que pedir nada a nadie. Iba en taxi a la capital para sus sesiones de quimioterapia.
- Pero mujer ¿ Alguien te podría acompañar?
- No tengo a nadie. Mi vida ha sido un desastre, que te voy a contar. La culpa la tiene el gas ciudad.
- ¿El gas? ¿Pero qué dices? añadió Teresa, pensando en que su amiga había bebido una copa de más.
- Hace cosa de cinco años que convencí a mi marido para que hiciera reformas en la casona: modernizar los cuartos de baño, adaptar la cocina e instalar el gas natural, dando de baja la caldera de gasoil. Contrató para las obras a una arquitecta joven de la que se enamoró.
- Lo siento, no lo sabía. Le dijo Teresa.
- El día en que descubrí que se entendían perdí la cabeza, con unas tijeras afiladas le destrocé muchos de sus cuadros y documentos, le hice trizas las camisas y los trajes de su armario y tiré por la ventana del jardín todos sus zapatos. Estaba tan rabiosa que le pinché los brazos y las piernas. Las heridas fueron superficiales pero él me denunció y tuve que irme de casa. Volví a vivir con mis padres y encontré un puesto de trabajo de segundo orden. Ahora, desde que mis padres murieron, vivo sola y cada día maldigo el gas natural.



Gas naturale

Nell'epoca in cui accadde la storia che sto per raccontarvi, non era ancora arrivato il gas naturale nella regione. L'inverno non faceva troppo freddo, dato che la città si trovava a qualche centinaia di metri sopra il livello del mare, ma c'erano due mesi, gennaio e febbraio, nei quali spesso arrivava la neve o il ghiaccio.
Le famiglie più abbienti nelle loro dimore, la maggior parte delle quali sgangherate a causa del declino dei lignaggi, avevano il riscaldamento centrale a carbone. Le donne di servizio, per poter alimentare le vecchie caldaie che non smettevano di fischiare come locomotive, quando il camion che doveva portare i sacchi di carbone nelle case non era arrivato, andavano all'unico negozio del paese che vendeva il combustibile.
Alcuni parrocchiani per riscaldare le loro abitazioni compravano legna per la cucina economica, tuttavia le loro camere da letto rimanevano fredde; per questo era compito delle donne mettere pietre calde o mattoni, riscaldati sul fuoco, o persino le braci della cucina, negli scaldini che poi mettevano tra le lenzuola dei letti ghiacciati, ogni sera prima di andare a letto. Le persone meno abbienti bruciavano del carbone nei bracieri, che spostavano da una stanza all'altra in base alle loro esigenze.
Ogni mattina sulla strada principale si vedevano passare delle donne con dei secchi pieni di carbone; esse si fermavano di tanto in tanto strofinandosi le mani. Avevano i volti arrossati e ansimavano dalla stanchezza, ma ciò che più le infastidiva erano i geloni.
Il negozio di Serafín era sempre affollato perché oltre al carbone e alla legna vendeva prodotti del suo orto. In primavera e in estate il magazzino polveroso veniva trasformato in un vero negozio.
Teresa era la figlia del carbonaio, mentre suo padre serviva le clienti lei giocava con una bambola seduta in un angolo.
Le piaceva osservare le donne, le quali la chiamavano affettuosamente, Tere:
- Cosa stai facendo sopra questi sacchi, potresti cadere! Dai, Tere scendi, tua madre si arrabbierà se ti sporchi, ma Teresa non le ascoltava, poiché sapeva che sua madre in inverno passava l'intera mattinata a letto e appena la guardava. A Serafin riuscivano bene gli stufati, da quando sua moglie si era ammalata spesso cucinava un pezzo di carne o di pesce col riso, altre volte fagioli o ceci con bietola o altre verdure dell'orto.
Teresa dopo pranzo si sedeva in fondo al cortile dove batteva il sole anche d'inverno; puliva la bicicletta, leggeva, ma ciò che più le piaceva era chiudere gli occhi e parlare con sua nonna, che era morta improvvisamente anni prima. Nel pomeriggio ritornava a scuola, poi verso le cinque, quando rientrava a casa, si metteva sul tavolo di cucina a fare i compiti, dove la madre senza molta voglia preparava la cena. La pentola di verdure e patate bolliva tutto il pomeriggio. Il giorno in cui la madre decideva di cucinare i cavoli l'odore sgradevole di quel vegetale impregnava le pareti di tutta la casa.
Serafín riscaldava solo il pianterreno, dove oltre al negozio, c'era una cucina e una piccola stanza per cucire, ma all'imbrunire accendeva una stufa a legna al piano superiore, dove avevano le camere da letto. A Teresa piaceva salire le scale, mentre recitava una litania che sua nonna le aveva insegnato, sapendo che il suo letto sarebbe stato caldo. Prima di coricarsi preparava la divisa che doveva indossare il giorno successivo per andare a scuola. Si alzava presto, forse perché si svegliava all'alba nel sentire suo padre che trafficava in magazzino. Già da piccola cominciò a recarsi a scuola da sola, a volte andava a prendere Paquita, una sua vicina di casa e compagna di classe.
Quando all'una rientrava per pranzo, si sedeva per un po' sopra i sacchi del magazzino e ascoltava i discorsi delle donne che compravano carbone.
- Non ho voglia di andare a casa, ogni giorno la stessa musica. Gli uomini mentre mangiano ringhiano, specialmente mio suocero che è un animale e non parliamo di mio marito che peggiora di giorno in giorno! Come diceva mia madre "chi cammina con uno zoppo finisce zoppicando". Non mi ringraziano mai per nessun motivo, al contrario, mi rimproverano. Se potessi tornare indietro, non mi sposerei, disse una donna giovane e magra a un'altra donna più anziana.
- Ma cosa dici, Puri. Sarebbe stato peggio restare zitelle. Guarda che vita conduce mio cugina Amparo! È praticamente la cameriera del prete. Hai capito che per un verso o per un altro siamo sempre destinate a servire gli uomini ? Disse la più vecchia e robusta.
- Manola, la commessa del negozio del droghiere, non si è mai sposata e secondo me se la passa bene, disse Puri.
- Ci credo con tutti quei ganzi che frequenta!
- Ma quanti uomini ha? chiese Puri.
- Che ne so io! Encarnación, la moglie del guardiano notturno, la conosci, vero? Mi ha detto che suo marito, una notte, vide tre tizi uscire dal portone di Manolita.
- I pettegolezzi non mancano in questa città! Per questo motivo avrei voluto andarmene, ma sono rimasta incinta, disse a bassa voce Purificación
- Beh, ragazza, sei stata fortunata, Juan è un bravo uomo, non somiglia al bruto di suo padre, che da quando è rimasto vedovo è intrattabile. Devi avere pazienza. Cosa dovrei dire io che oltre ai maschi devo sopportare mia suocera? Lei è prepotente, mi fa impazzire, ecco perché esco sempre di casa, con qualsiasi scusa. Preferisco patire il freddo e caricarmi come un mulo secchi e secchi di carbone. Ma quanto è bella questa bambina! Guarda che cosce!
Teresa si coprì le gambe perché senza rendersi conto la sua gonna era rimasta arrotolata.
- Devo andare, ho lasciato la pentola sul fornello. Ci vediamo domani, Lola. Disse Puri mentre usciva dal negozio.
- Teresa, chiama tua madre, io chiudo il negozio e apparecchio, ma prima lavati le mani, disse Serafín mentre rimetteva la merce dentro e i gli ultimi clienti uscivano.
Cosa significava vivere in una piccola città di provincia alla fine degli anni '60 per un'adolescente vi chiederete?
Per Teresa, tranquilla e pacifica, i giorni scorrevano senza problemi, si accontentava di tutto, forse perché da bambina aveva imparato a stare da sola leggendo storie e libri illustrati e anche perché era curiosa, ingenua.
D'altra parte, Paquita, essendo irrequieta, determinata e insofferente, stava proprio male in quella cittadina, ogni giorno desiderava più di quanto non avesse. È stata la prima del gruppo a fumare una sigaretta e quando aveva dodici anni si era fidanzata col figlio del sindaco. Suo padre era il segretario del municipio e la madre si era montata la testa frequentando solo gente ricca, forse è per questo che la figlia era così ambiziosa.
Un giorno Teresa, alla fine delle scuole superiori chiese alla sua amica:
- E tu, Paquita, che vorresti fare dopo il Bachillerato?
- Mi sposerò il più ricco della città, ho intenzione di andare a vivere in una villa e di viaggiare per tutto il pianeta.
In quelle occasioni Teresa sentiva un po' invidia verso l'amica, vedeva che con il suo modo di fare avrebbe conquistato il mondo, anche perché tutto ciò che faceva le tornava bene. La indisponeva il fatto che a scuola, durante le verifiche copiasse gli esercizi dai più bravi della classe e che non esitasse a rubare il fidanzato alle amiche.
Gli anni passarono e le bombole a gas cominciarono ad arrivare alle case. Il carboniere si adattò alla nuova merce e ristrutturò il negozio. Iniziò a vendere stufe a gas e altri elettrodomestici; la legna e il carbone rimasero relegati a uno sgabuzzino.
All'inizio degli anni settanta, la gente non esitava a spendere per comprare, con i soldi che non aveva ogni bene di consumo, principalmente apparecchi elettrici, era come una malattia contagiosa. Serafín assunse un ragazzo come aiutante e lui si dedicò a coltivare l'orto e si prese cura della moglie, la quale negli ultimi tempi appena si alzava dal letto, perché piano piano si era arresa alla malattia polmonare.
Teresa aveva in mente le donne caricate di secchi di carbone, quando pensava al suo futuro: non si sarebbe mai fidanzata con un ragazzo del paese e non sarebbe rimasta dove era nata. Il suo sogno era andare a studiare nella capitale.
Dopo alcuni anni arrivò il gas naturale. La città cambiò fisionomia, le nuove case furono subito dotate di riscaldamento centrale e nelle vecchie furono installate moderne caldaie.
La moglie del carbonaio morì una notte di gennaio a causa di una polmonite, Teresa tornò in paese per seppellirla. Nella chiesa, anche se non riusciva a sentirle, immaginava le chiacchiere delle donne di nero:
- Cose dall'altro mondo, andare al funerale della madre senza marito e figli! Qui c'è qualcosa che non torna, voi vedere che Teresa non va d'accordo col marito.
Serafín andò in pensione e lasciò il negozio al suo commesso, ma ciò accadde alla fine degli anni ottanta, molti anni dopo che Teresa era andata via di casa.
Le casalinghe, ogni mattina andavano al mercato e alcune di loro godevano a sparlare. A quel tempo una delle chiacchiere preferite dalle pettegole fu il cambiamento di gestione dell'antico negozio di carbone.
- Povero Serafin, sua figlia è fuggita di casa, sua moglie è morta, mi dirai te cosa ne sarà di lui, solo come un cane?
I vicini della città non potevano immaginare quanto se la passasse bene Serafin, dovete sapere che da quando era diventato vedovo ogni tanto intraprendeva un viaggio, attraversando quasi tutta la penisola in treno. Con la scusa di recarsi da sua figlia, andava anche a trovare una donna di Cáceres.
Teresa di solito ogni estate ritornava in paese a trovare suo padre. Non smise mai di scrivere agli amici, ma di Paquita aveva poche notizie, perché l'amica d'estate faceva di solito lunghi viaggi col marito. Paquita aveva sposato il figlio del notaio, ma Teresa aveva saputo che si era da poco separata e aveva trovato un lavoro come segretaria in un'azienda in città, ma le male lingue dicevano che aveva cominciato a bere.
Un'estate a Teresa sembrò di riconoscere sua amica in una donna trasandata, che era seduta da sola, a un tavolo di una terrazza di un bar. Teresa le si avvicinò e si sedette accanto a lei. Paquita subito le raccontò che le era stato diagnosticato un tumore al seno, ma che era fiera di se stessa per non aver chiesto niente a nessuno. Andava in città una volta la settimana in taxi per fare le sedute di chemioterapia.
- Ma ci dovrà essere qualcuno che possa accompagnarti?
- Io non ho nessuno. La mia vita è stata un disastro, se ti raccontassi. La colpa è tutta del gas naturale.
- Il gas naturale? Ma cosa dici? Aggiunse Teresa, pensando che la sua amica avesse bevuto un bicchiere di troppo.
- Circa cinque anni fa ho convinto mio marito a fare lavori di ristrutturazione in casa: modernizzare i bagni, adattare la cucina e installare l'impianto di gas naturale rimuovendo la vecchia caldaia a gasolio. Una giovane donna architetto ha seguito tutti i lavori e mio marito se ne è innamorato perdutamente.
- Scusa, non lo sapevo, gli disse Teresa.
- Il giorno in cui ho scoperto la loro tresca, ho perso la testa, con le forbici affilate ho distrutto molti dei suoi dipinti e documenti, ho fatto a pezzi le sue camicie e ho buttato tutte le sue scarpe fuori dalla finestra del giardino. Ero così arrabbiata che ho cercato di trafiggerlo nelle braccia e nelle gambe. Nonostante che le ferite procurate fossero piuttosto superficiali lui mi ha denunciato e in seguito ho dovuto lasciare la nostra casa.
Sono tornata a vivere con i miei genitori e ho un lavoro che mi fa schifo. Ora, da quando i miei sono morti, vivo da sola e ogni giorno maledico il gas naturale.



















sabato 23 dicembre 2017

Tenerezza - ternura - tendresa



Cari amici:
Voglio augurarvi a tutti voi un Buon Natale con un raccontino.
Ieri  ho preparato dei panini per mio figlio che partiva all'alba per l'Andalucia, poi  ho rifatto il letto di mia figlia, la quale arrivava quello stessa sera dall'estero. Erano diversi mesi che non ci vedevamo. Mentre stendevo accuratamente le lenzuola che avevo preso dal fondo di un cassetto dell' armadio mi sono affiorati ricordi di quaranta anni prima:
Una sera, in cui anch'io ritornavo a casa per le feste di Natale dopo mesi di assenza, ho trovato la mia camera in ordine ma il letto disfatto. Le lenzuola, il cuscino e le coperte erano appoggiate su una sedia. Il letto spoglio mi dava tristezza, fino a che non l'ho rifatto con cura non mi sono sentito a casa. Via via che passavano gli anni la mia camera era diventata un specie di ripostiglio, ma non ci facevo più caso perché capivo che mia madre, soffrendo di una malattia polmonare, in quel periodo non riusciva a pensare alle piccole cose. Una delle ultime  volte in cui sono tornata a casa non mi aspettavo molte attenzioni, invece trovai il letto rifatto con la biancheria profumata e il giorno della mia partenza  sul tavolo di cucina c'era un panino avvolto con cura  nella carta stagnola e due arance.
A volte una  premura è meglio di un regalo.
Un abbraccio


Queridos amigos:
Quiero desearos a todos Feliz Navidad con  un pequeño relato.
Ayer preparé un bocadillo para mi hijo, quien iba a pasar las fiestas a Andalucía, luego hice la cama a mi hija, quien iba a llegar del extranjero, aquella misma noche. Hacía varios meses que no nos veíamos. Mientras desdoblaba las sábanas que había cogido del fondo  de un cajón del armario me reaparecieron imágenes de cuarenta años atrás:
Una tarde, en que yo regresaba a casa para pasar las fiestas de Navidad después de muchos meses de ausencia, encontré mi habitación ordenada, pero con la cama  deshecha. Las sábanas y las mantas estaban dobladas en una silla junto a la almohada. El lecho desnudo me dio tristeza, hasta que no arreglé la ropa de la cama y las frazadas no me sentí en casa. A medida que iba pasando el tiempo mi habitación se iba  convirtiendo en una especie de trastero, pero a mí ya no me sabía mal porque entendía que mi madre, padeciendo en aquella época una enfermedad pulmonar, no lograra pensar en aquellas pequeñas cosas. Uno de los últimos años en que fui a pasar las fiestas a casa, no esperaba detalles o formas de cariño, sin embargo encontré la cama recién hecha con sábanas perfumadas y el día en que me marché, al amancer encontré, sobre la mesa de la cocina, dos naranjas y un bocadillo envuelto con cuidado en papel de plata.
A veces una pequeña demostración de ternura es mejor que un regalo.
Un abrazo

Estimats amics:
Vull desitjar-vos a tots un Bon Nadal amb un petit relat.
Ahir vaig preparar uns entrapants per el meu fill que anava a passar les festes a Andalucía, després  vaig fer el llit de la meva filla, que arribava de l'estranger la mateixa tarda. Feia alguns mesos que no ens vèiem. Mentre desplegava els llençols que havia agafat del fons d'un calaix del armari van tornar-me imatges de quaranta anys enrere:
Una tarda, en què jo tornava a casa per les vacances de Nadal després de faltar molts mesos, vaig trobar la meva habitació ordenada, però el llit desfet. Els llençols i les mantes estaven plegats en una cadira amb el coxi. El llit nu em va donar tristesa, fins que no vaig arreglar la roba del llit i les flassades no em vaig sentir a casa. De mica en mica, a mesura que passava el temps la meva habitació s'anava convertint en una mena de rabòs, però a mi ja no m'importava perquè entenía que la mare, a rel de la seva malaltia pulmonar, no podía pensar en les petites coses. Un dels últims anys en què vaig anar a passar uns díes a casa, quan ja no esperava els seus detalls, vaig trobar el llit acabat de fer amb llençols perfumats i el  matì en què vaig marxar,  sobre la taula de la cuina hi havia, un entrepà, embolicat en paper de plata i dues taronges. A vegades una petita demostració de tendresa és millor que un regal.
Una abraçada